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Ustica, i militari arroccati sul muro di gomma. Ma c’è una breccia: “Serviva trasparenza”

Tricarico: “Il missile è una fandonia”. Un generale in pensione: “Bisognava agire in modo diverso, ma si obbedì al governo”
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Quarantatré anni dopo, quel silenzio spacca ancora i timpani. Irrita i vertici delle forze armate, chiamate oggi a spiegare, ancora una volta, il comportamento dei generali di ieri. Fa parlare, produce reazioni ostili e sguardi accigliati. Ma non lo si può ignorare, questo no. Perché a evocare il muro di gomma alzato da chi era a capo dell’Aeronautica italiana nella notte di Ustica non è più solo il coraggioso giornalismo d’inchiesta, ma un giurista che è stato due volte presidente del Consiglio e presidente della Corte Costituzionale. «Da principio i militari si erano chiusi in un silenzio blindato, ostacolando le indagini», ricorda Giuliano Amato nell’intervista a Repubblica. E quasi mezzo secolo dopo la strage, si fa ancora fatica a trovare graduati o ex graduati che ammettano perlomeno l’imbarazzo per il mutismo di chi li ha preceduti. Qualcuno, però, ci prova.

Un generale in pensione, che ha ricoperto le massime cariche nella Difesa ed è a conoscenza del dossier. Dopo tanto insis…

Quarantatré anni dopo, quel silenzio spacca ancora i timpani. Irrita i vertici delle forze armate, chiamate oggi a spiegare, ancora una volta, il comportamento dei generali di ieri. Fa parlare, produce reazioni ostili e sguardi accigliati. Ma non lo si può ignorare, questo no. Perché a evocare il muro di gomma alzato da chi era a capo dell’Aeronautica italiana nella notte di Ustica non è più solo il coraggioso giornalismo d’inchiesta, ma un giurista che è stato due volte presidente del Consiglio e presidente della Corte Costituzionale. «Da principio i militari si erano chiusi in un silenzio blindato, ostacolando le indagini», ricorda Giuliano Amato nell’intervista a Repubblica. E quasi mezzo secolo dopo la strage, si fa ancora fatica a trovare graduati o ex graduati che ammettano perlomeno l’imbarazzo per il mutismo di chi li ha preceduti. Qualcuno, però, ci prova.

Un generale in pensione, che ha ricoperto le massime cariche nella Difesa ed è a conoscenza del dossier. Dopo tanto insistere, e con la garanzia di non essere citato con nome e cognome, affida a questo giornale una riflessione che ha il merito della chiarezza. «Al posto loro mi sarei comportato diversamente, avrei scelto un’altra tecnica, quella della massima trasparenza, anche mettendo in evidenza i limiti della nostra conoscenza su ciò che era accaduto sui cieli di Ustica. Tuttavia non voglio che questo suoni come un giudizio nei confronti dei miei colleghi di allora, ottimi generali, che sono stati i miei capi, i miei maestri. Col senno del poi siamo tutti bravi. Ma stiamo parlando di cose successe quarant’anni fa, era un’altra Italia, avevano appena tolto i servizi segreti alle forze armate per posizionarle sotto un’unica entità, c’erano stati gli scandali dei servizi segreti deviati…tante cose possono aver contribuito a quell’atteggiamento, letto come volontà di insabbiare o depistare quando invece non è così».

E com’è allora, generale? «Hanno agito come hanno agito per rispetto della politica e per rispetto della catena gerarchica che ha, sopra di loro, il ministro della Difesa e il presidente della Repubblica. Non hanno nascosto niente, come ha stabilito la sentenza penale che li ha assolti».

Ecco, questa è la linea. Inscalfibile, da quarantatré anni intonsa. Ripetuta e ribadita da chi, di volta in volta, ha preso la guida dell’Aeronautica militare. Pasquale Preziosa tra il 2013 e il 2016 ne è stato il Capo di stato maggiore. Nel 1980, da giovane maggiore, fece parte della commissione d’inchiesta italo-libica sul Mig 23 precipitato sulla Sila. «Quel velivolo non c’entra nulla con la vicenda del Dc-9 di Ustica, il Mig cadde perché era finita la benzina», sostiene. «Nessun combattimento aereo. Me lo confermarono anche gli stessi libici con cui parlai. Il Mig stava volando sull’Italia perché stava scappando dal regime di Gheddafi. La ricostruzione dell’ex premier Amato, dunque, non è corretta, fa acqua da tutte le parti. Se ha qualcosa da aggiungere, degli elementi nuovi, vada dalla magistratura». Sul silenzio dei vertici negli anni Ottanta, il generale in pensione non si vuol dilungare. «Allora ero solo un maggiore, come faccio a rispondere? I nostri vertici rispondevano ad altri vertici, c’erano un ministro e un governo. Ognuno a un superiore a cui riferirsi».

Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, è stato consigliere militare di alcuni presidenti del Consiglio (Berlusconi, D’Alema e anche Amato), è esponente dell’Associazione per la verità su Ustica. Definisce “fandonia” la versione del missile sparato dal caccia francese per tentare di far fuori Gheddafi in una notte di battaglia aerea sui cieli d’Italia. E nega l’esistenza del muro di gomma, dell’ordine a tenere la bocca chiusa. «È vergognoso quello che Amato dice di una forza armata che è sempre stata fedele. Il giudice Priore ha indagato su 85 appartenenti all’Aeronautica, sono stati tutti assolti. Sono accuse infamanti da parte di una persona che ha ricoperto incarichi così importanti».

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