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Andò: “A Ustica è stato un missile. Affrontai Mitterrand, lui si infastidì e non rispose”

(fotogramma)
L’intervista all’ex ministro socialista della Difesa: “Ogni volta che provavo a parlarne con il mio collega ministro e compagno di partito, Pierre Joxe, lui si ritraeva”
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Salvo Andò, 78 anni, ex ministro della Difesa nel governo Amato, socialista, i francesi dopo Ustica opposero un muro alla verità?

“L’ho toccato per mano, da ministro. Ogni volta che provavo a parlarne con il mio collega e compagno di partito, Pierre Joxe, col quale ero in ottimi rapporti, lui si ritraeva”.

Può fare un esempio?

“Gli chiesi inutilmente più volte di essere informato sui movimenti della portaerei francese Clemenceau che operava nell’area dove si era verificata la strage”.

Cosa rivelava esattamente?

“Imbarazzo. Nella consapevolezza che nell’opinione pubblica internazionale i francesi erano i principali indiziati, per via dei loro cattivi rapporti con Gheddafi”.

Sospetti che la Francia non ha mai smentito?

“Hanno sempre opposto una resistenza passiva all’accertamento della verità, non prove a discolpa”.

(fotogramma)

Ha un ricordo preciso?

“Partecipai a un bilaterale, c’erano anche Giuliano …

Salvo Andò, 78 anni, ex ministro della Difesa nel governo Amato, socialista, i francesi dopo Ustica opposero un muro alla verità?

“L’ho toccato per mano, da ministro. Ogni volta che provavo a parlarne con il mio collega e compagno di partito, Pierre Joxe, col quale ero in ottimi rapporti, lui si ritraeva”.

Può fare un esempio?

“Gli chiesi inutilmente più volte di essere informato sui movimenti della portaerei francese Clemenceau che operava nell’area dove si era verificata la strage”.

Cosa rivelava esattamente?

“Imbarazzo. Nella consapevolezza che nell’opinione pubblica internazionale i francesi erano i principali indiziati, per via dei loro cattivi rapporti con Gheddafi”.

Sospetti che la Francia non ha mai smentito?

“Hanno sempre opposto una resistenza passiva all’accertamento della verità, non prove a discolpa”.

(fotogramma)

Ha un ricordo preciso?

“Partecipai a un bilaterale, c’erano anche Giuliano Amato e Francois Mitterrand. Ustica non era all’ordine del giorno, in modo fermo e garbato posi la necessità di un’operazione trasparenza tra Paesi amici”.

Come reagì Mitterrand?

“Non disse una parola, con l’aria del padreterno. Reiterai la mia richiesta alla fine dei lavori. Si mostrò infastidito. Amato mi fece cenno di lasciar perdere”.

Come definirebbe questo atteggiamento?

“Un muro di gomma. Agli americani e ai francesi dava fastidio il nostro rapporto amichevole con il regime libico”.

Con gli americani com’è andata?

“Il magistrato Rosario Priore, mio amico da sempre, mi chiese aiuto per delle verifiche in America su alcuni reperti militari ritrovati nel Tirreno, forse di provenienza Usa. Durante un vertice Nato in Scozia ne parlai col sottosegretario di Stato Dick Cheney, chiedendogli di intercedere affinché l’accertamento si svolgesse in un clima non ostile”.

Fu di parola?

“Sì, al ritorno Priore mi disse che avevano trovato un ambiente accogliente”.

Cosa ricorda di Ustica?

“A caldo il grande imbarazzo degli ambienti militari. Non era tanto dettato dalla necessità di occultare una responsabilità, quanto da una resistenza culturale, che li portava a coprire in ogni caso affari a loro giudizio riservati, anche di fronte alla magistratura”.

Col tempo emersero però anche i depistaggi.

“Alcuni, come le manipolazioni dei nastri radar, davvero grossolani”.

Cosa ha spinto i militari al depistaggio?

“Probabilmente l’idea che la collaborazione con i magistrati potesse nuocere alle nostre buone relazioni internazionali”.

Lei volle che il Ministero della Difesa si costituisse parte civile.

“E lì l’ostilità si fece manifesta. Fu visto come l’indice di una colpevolezza, mentre voleva essere la prova che l’Aeronautica non aveva nulla da nascondere. Istituii anche una task force al ministero, che collaborasse con i magistrati, e si gridò alla delegttimazione”.

Com’è stato possibile Ustica?

“Allora erano in molti a pensare che eravamo un Paese a sovranità limitata. Perciò mi colpiscono quelli che ora criticano Amato, e che si chiedono quale sia il disegno”.

C’è un disegno?

“Semplicemente Amato parla adesso perché ora ci sono le condizioni per esigere dalla Francia piena collaborazione”.

Non poteva dirlo prima?

“Del vecchio establishment non c’è più nessuno. C’è una nuova generazione al potere. E Ustica è ancora una ferita aperta, che mai si rimarginerà. Una vicenda incredibile che ci interpella”.

Non è ormai tardi?

“Ma l’ansia di verità non ha scadenza. Il reato di strage non si prescrive mai”.

Amato non ha riferito cose già note?

“Cosa gli si chiede? Di portare delle nuove prove? Un ex premier non è un confidente. La sua è un’iniziativa politica: la Libia di Gheddafi non c’è più, la Francia potrebbe provare a riscrivere la sua storia”.

Macron darà una mano?

“Intanto la sua risposta non è stizzita, è costruttiva. Certo, bisognerà vedere se poi seguiranno i fatti”.

I figli di Craxi affermano che Amato si è sbagliato: il padre salvò Gheddafi solo una volta, nel 1986.

“Penso che abbiano ragione. Il generale dei carabinieri Roberto Jucci così mi confermò una volta. Ed era lui a tenere i rapporti con i libici”.

Che aria tirava negli anni Ottanta nella Commissione stragi?

“All’inizio c’era ancora chi riteneva plausibile la pista della bomba”.

C’è chi, come Giovanardi, lo pensa ancora.

“Fa parte di una strategia di riabilitazione dell’Aeronautica. L’indagine sui reperti del relitto ha portato ad escluderlo”.

C’è chi pensa che l’idea di chiedere la verità ai francesi rappresenti un favore a Giorgia Meloni.

“Tanta diffidenza verso l’iniziativa di Amato può celare il timore che l’attuale governo non disponga di una capacità negoziale adeguata”.

Perché Amato è intervenuto?

“A un certo punto della propria vita si ha l’urgenza di tornare sui propri passi, di ripensarli. Ustica è una grande tragedia nazionale. Ma siamo ancora in tempo per la verità”.

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