Ustica, Firrao: “A Londra sostituirono i risultati per costruire la tesi della bomba”
di Arturo BuzzolanTORINO – “Ho esaminato uno per uno tutti i frammenti del Dc9 di Ustica. Sono 1037, se ricordo bene. Quando ne portavo alcuni a Torino per studiarli con i microscopi del Politecnico non li mollavo un attimo: a casa, la sera, li nascondevo sotto il letto. E andando in facoltà cambiavo strada ogni volta: non si sa mai, mi dicevo”. Il professor Donato Firrao, ex preside di Ingegneria a Torino, docente di Tecnologia dei materiali metallici e Frattografia, non è solo un esperto a livello mondiale di metalli, ma anche del come e perché si rompano: ha firmato perizie decisive per il caso Mattei, per l’uccisione dello 007 Calipari e per la strage del Mottarone.
Professore, per le 81 vittime nei cieli di Ustica non c’è una verità definitiva da 43 anni. Che idea si è fatto?
“Non posso dire cosa abbia provocato la caduta del jet. Posso però indicare quello che, certamente, non è successo. Come l’ipotizzato ‘cedimento strutturale’: su quegli oltre mille pezzi non c’è un solo segno di fat…
TORINO – “Ho esaminato uno per uno tutti i frammenti del Dc9 di Ustica. Sono 1037, se ricordo bene. Quando ne portavo alcuni a Torino per studiarli con i microscopi del Politecnico non li mollavo un attimo: a casa, la sera, li nascondevo sotto il letto. E andando in facoltà cambiavo strada ogni volta: non si sa mai, mi dicevo”. Il professor Donato Firrao, ex preside di Ingegneria a Torino, docente di Tecnologia dei materiali metallici e Frattografia, non è solo un esperto a livello mondiale di metalli, ma anche del come e perché si rompano: ha firmato perizie decisive per il caso Mattei, per l’uccisione dello 007 Calipari e per la strage del Mottarone.
Professore, per le 81 vittime nei cieli di Ustica non c’è una verità definitiva da 43 anni. Che idea si è fatto?
“Non posso dire cosa abbia provocato la caduta del jet. Posso però indicare quello che, certamente, non è successo. Come l’ipotizzato ‘cedimento strutturale’: su quegli oltre mille pezzi non c’è un solo segno di fatica”.
E la ‘bomba a bordo’?
“Non esiste. Mai trovato alcun indizio in questo senso. Fui chiamato dal giudice Rosario Priore a verificare, voglio essere preciso, eventuali ‘segni di formazione di geminati meccanici dovuti a impulso di pressione ad altissima velocità’, quello che insomma accade quando un ordigno esplode. Risultato: zero”.
Com’è nata l’ipotesi della bomba?
“Diciamo che a proporla, o meglio a deciderla, è stato il Rarde, il Royal armament research and development establishment, un’agenzia del ministero della Difesa inglese. Sono stato nella loro sede a Sevenoaks, vicino a Londra: ho visto con i miei occhi che la pagina con i risultati delle analisi era stata tagliata e sostituita”.
Un’accusa grave, la sua…
“Non l’unica. Al Rarde avevamo inviato dall’Italia diversi reperti che prima, per sicurezza, fotografammo. Grazie a questa precauzione scoprimmo in seguito che nei loro test c’erano anche i risultati relativi a due frammenti che dall’Italia non erano mai partiti”.
E toccò a lei verificare la pista dell’ordigno.
“Già. Il punto è che nell’istante del disastro la porta della toilette, dove in teoria sarebbe stata nascosta la bomba, si chiuse verso l’interno, come si capisce dalle deformazioni della cornice: niente esplosione interna, dunque, ma piuttosto una brusca depressurizzazione dall’esterno che ha ‘risucchiato’ la porta stessa”.
Ad abbattere il jet Itavia è stato un missile francese, come ha dichiarato a Repubblica l’ex premier Amato?
“Ho letto quell’intervista con religiosa attenzione. Ma l’aereo non ha subìto urti diretti con un missile o con frammenti derivanti dalla sua esplosione. Mi spiego: io non posso escludere che un missile sia stato sparato, tuttavia non c’è segno che abbia colpito il Dc9, tantomeno in uno dei due motori che con il loro calore avrebbero subito attirato le testate a infrarossi”.
Ma?
“Ma trovo interessante l’ipotesi della ‘quasi collisione’ formulata tre anni fa dal mio collega Carlo Casarosa dell’università di Pisa: un Mig libico, per sfuggire all’attacco, potrebbe avere accelerato da velocità subsonica a supersonica, e qui ricordo gli addetti al radar di Marsala che esclamano ‘Sta’ a vedere che quello mette la freccia e sorpassa!’ e poi ‘Quello ha fatto un salto da canguro!’. Una manovra troppo vicina, però, alla punta dell’ala sinistra del Dc9, tanto da creare una turbolenza che ne ha invertito la portanza e l’ha spezzata».
Lei ha trovato indizi in questo senso?
“Diciamo che sul relitto ci sono situazioni che possono confortare questa ipotesi ma che non sono risolutive. C’è anche chi ritiene che un missile sia esploso davanti all’aereo, sulla destra, danneggiando l’ala su quel lato. Certo è che non è stata una bomba. Questo deve essere ben chiaro: il Dc9 non è caduto da solo”.
Ma lei, in quegli anni Ottanta in cui lavorava con il giudice Priore e nascondeva i frammenti dell’aereo Itavia sotto il letto, ha mai temuto per la sua vita?
“Un po’ sì. Prendevo precauzioni ma mi dicevo anche, per sdrammatizzare: sono un professore universitario, chi vuoi che se la prenda con un povero metallurgista? Da insegnante rispondo alla mia coscienza, non alla paura”.