✕

Ustica, Casarosa: “Ricostruii il relitto in due anni. Fu la scia di un caccia a causare il disastro”

Intervista al consulente: “Come nasce la teoria della ‘quasi collisione’? I 4200 pezzi recuperati dal mare rivelano che l’aereo si disintegrò in volo dopo il distacco di una parte estrema dell’ala”
2 minuti di lettura

“Tirarono su dal mare 4.200 pezzi di lamiera, plastica e gomma. Ci mettemmo due anni a ricomporre il puzzle”. L’uomo che ha fatto parlare il DC9 di Ustica si chiama Carlo Casarosa, è un professore di Meccanica del volo in pensione, vive a Pisa, ha 86 anni. Fece parte del collegio dei periti incaricato dal giudice Priore di capire cosa ne aveva provocato la caduta la notte del 27 giugno del 1980. “Al relitto ci lavorammo in cinque”, ricorda Casarosa con Repubblica. “Eravamo io, due del mio dipartimento di Ingegneria aerospaziale di Pisa, due tecnici di Alitalia. Confrontavamo colori e dimensioni con le foto, poi li attaccavamo su un simulacro di tubi innocenti che avevamo costruito. La fiancata destra, tutta frammentata, fu complicatissima. Ma alla fine ottenemmo indicazioni che io ritengo chiare e tuttora valide”.

Quali?

“Né una bomba né un missile, neanche un missile esploso nelle vicinanze della fusoliera, sono la ragione dell’incidente”.

Come fa a esserne sicuro?

“Perché il relitto…

“Tirarono su dal mare 4.200 pezzi di lamiera, plastica e gomma. Ci mettemmo due anni a ricomporre il puzzle”. L’uomo che ha fatto parlare il DC9 di Ustica si chiama Carlo Casarosa, è un professore di Meccanica del volo in pensione, vive a Pisa, ha 86 anni. Fece parte del collegio dei periti incaricato dal giudice Priore di capire cosa ne aveva provocato la caduta la notte del 27 giugno del 1980. “Al relitto ci lavorammo in cinque”, ricorda Casarosa con Repubblica. “Eravamo io, due del mio dipartimento di Ingegneria aerospaziale di Pisa, due tecnici di Alitalia. Confrontavamo colori e dimensioni con le foto, poi li attaccavamo su un simulacro di tubi innocenti che avevamo costruito. La fiancata destra, tutta frammentata, fu complicatissima. Ma alla fine ottenemmo indicazioni che io ritengo chiare e tuttora valide”.

Quali?

“Né una bomba né un missile, neanche un missile esploso nelle vicinanze della fusoliera, sono la ragione dell’incidente”.

Come fa a esserne sicuro?

“Perché il relitto non mostra tracce compatibili a queste ipotesi. L’aereo si è disintegrato in volo perché superò quello che in gergo si chiama ‘fattore di carico massimo’, innescato dal distacco dell’estremità dell’ala sinistra”.

Cosa può averlo provocato?

“L’essere entrato in una scia vorticosa lasciata da un aeroplano che lo precedeva. Questa è la verità ingegneristica, che deriva da calcoli e valutazioni sul relitto”.

È la famosa teoria della “quasi collisione”, di cui lei è ideatore. Qual è lo scenario in cui è avvenuta?

“Qui si entra nel campo dell’ipotesi, perché non ci sono documenti ufficiali. Analizzando le tracce radar, mi sono fatto l’idea che quella sera fosse in corso un missione di trasferimento di un Mig 23 libico di rientro dalla Jugoslavia. L’Italia, da quanto se ne sa, talvolta offriva il passaggio, rendendoli invisibili ai radar tramite avvicinamento ad altri velivoli. Il 27 giugno 1980 c’erano due caccia italiani, si vedono dal radar, che incrociano la rotta del DC9 su Bologna. Poi atterrano a Grosseto, dopo aver lasciato il mig libico davanti al DC9, forse lo precedeva di 3-4 miglia”.

Di questa missione si hanno evidenze ufficiali?

“No, documenti non ce ne sono”.

Cosa succede poi, secondo la sua ricostruzione?

“Che il mig libico, i cui resti sono stati ritrovati sulla Sila, per sfuggire all’attacco di intercettori statunitensi F-14 decollati dalla portaerei Saratoga, vira bruscamente verso la Calabria e scende di quota, creando appunto una scia vorticosa dove, dopo poco, entra il DC9”.

Gli Usa non hanno mai parlato degli F-14 alzatisi in volo per abbattere il Mig. Da cosa lo deduce, quindi?

“Dalla testimonianza di alcuni calabresi che videro i due F-14 inseguire un aereo, che però, a onor del vero, non è stato identificato con certezza”.

Torniamo alla verità ingegneristica. Nel luglio del 1994 consegnaste a Priore i tre tomi della vostra perizia sulle cause dell’incidente. Erano accompagnati da una nota aggiuntiva che porta la sua firma. Perché?

“Io avevo scritto quei tre volumi. Pochi giorni prima della consegna, però, i coordinatori del collegio mi dissero che le conclusioni le avrebbero scritte loro. Per me andava bene. Quando mi mandarono la bozza, scoprii che con una mezza pagina e trentatré parole avevano scartato sia l’ipotesi del missile sia quella della ‘quasi collisione’, sostenendo che restasse solo quella della bomba. Scrissero il contrario di quanto sostenevo io”.

Lei come reagì?

“Ero sconcertato, quindi scrissi la famosa nota aggiuntiva, firmata da me e da un altro perito, nella quale inserii la mia conclusione. Che, all’epoca, prima di avere i risultati di analisi fatte in seguito, rimaneva sì in bilico tra quasi collisione e bomba, ma non dava per certo quest’ultima. Test successivi mi hanno convinto, al 100 per 100, della quasi collisione”.

Perché i suoi colleghi scrissero conclusioni che contrastavano con il senso del suo lavoro?

“Un’idea me la sono fatta. Ma non gliela dirò neanche sotto tortura”. 

Leggi i commenti