Bruxelles in allarme per l’attacco a Gentiloni e la virata anti-Ue di Meloni
dal nostro corrispondente Claudio TitoGiorgia Meloni all'arrivo a New Delhi per il G20
BRUXELLES - «Sta inseguendo Salvini». Il giorno dopo gli attacchi di Giorgia Meloni – e del leader leghista – contro Paolo Gentiloni, ai piani alti della Commissione inizia ad aleggiare il sospetto che aveva accompagnato i primi vagiti della nascita del governo della destra italiana. Ossia quello di uno scivolamento dell’Italia su posizioni antieuropeiste.
Le parole pronunciate ieri mattina da una delle portavoci di Palazzo Berlaymont sono esplicite. La difesa del commissario italiano è netta. E punta sui Trattati che disciplinano il funzionamento dell’Unione europea. Uno degli appunti, infatti, che viene sottolineato negli uffici di Bruxelles è quasi un modo per rammentare le norme. Si tratta del richiamo alla formula di giuramento prestato dai commissari all’inizio del loro mandato: «Mi impegno solennemente a rispettare i trattati e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nell’adempimento di tutti i miei doveri; essere completamente indipendente nello svolgimento delle…
BRUXELLES - «Sta inseguendo Salvini». Il giorno dopo gli attacchi di Giorgia Meloni – e del leader leghista – contro Paolo Gentiloni, ai piani alti della Commissione inizia ad aleggiare il sospetto che aveva accompagnato i primi vagiti della nascita del governo della destra italiana. Ossia quello di uno scivolamento dell’Italia su posizioni antieuropeiste.
Le parole pronunciate ieri mattina da una delle portavoci di Palazzo Berlaymont sono esplicite. La difesa del commissario italiano è netta. E punta sui Trattati che disciplinano il funzionamento dell’Unione europea. Uno degli appunti, infatti, che viene sottolineato negli uffici di Bruxelles è quasi un modo per rammentare le norme. Si tratta del richiamo alla formula di giuramento prestato dai commissari all’inizio del loro mandato: «Mi impegno solennemente a rispettare i trattati e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nell’adempimento di tutti i miei doveri; essere completamente indipendente nello svolgimento delle mie responsabilità, nell’interesse generale dell’Ue; nello svolgimento delle mie mansioni, non chiedere né accettare istruzioni da alcun Governo o da qualsiasi altra istituzione, organo, ufficio o entità». Esattamente il contrario di quel che hanno lamentato Meloni e Salvini.
Ma cosa c’è dietro le critiche di Palazzo Chigi? In primo luogo il Pnrr. Le difficoltà che sta incontrando la squadra meloniana nel rispettare i tempi e i contenuti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, di recente è stata riversata su una presunta mancata collaborazione del responsabile degli Affari Economici della Commissione. Sebbene Gentiloni non abbia un ruolo diretto nell’esame del Piano. Non è un caso che la stessa portavoce della Commissione ieri abbia evidenziato il carattere «collegiale» delle decisioni assunte a Bruxelles.
Il Pnrr, del resto, sta sempre più diventando il “buco nero” dell’esecutivo Meloni. A Roma si teme, allora, che l’atteggiamento “occhiuto” del desk incaricato di seguire le perfomance italiane potrebbe essere ridimensionato se ci fosse un’attenzione da parte di Gentiloni. Una aspettativa che non tiene conto delle procedure reali che disciplinano i rapporti nelle Istituzioni europee.
Nelle prossime 24 ore, comunque, dovrebbe esserci un primo chiarimento tra la premier, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il Commissario italiano presenti al G20 in svolgimento a New Delhi.
Lo “strappo” in ogni caso resta, soprattutto nelle analisi in corso nelle strutture brussellesi. La paura, infatti, è che in vista della campagna elettorale per le europee, Meloni smetta i panni di una certa “eurogentilezza” indossati negli ultimi mesi per indossare quelli della propaganda sovranista. Nel tentativo di non farsi scavalcare a destra dall’alleato leghista, la leader FdI rischia di ritornare al passato e magari trovarsi più al fianco della francese Le Pen che del Ppe. L’Italia in questi modo si mette in una posizione di debolezza nella trattativa su alcuni dei prossimi dossier più delicati. Di certo quello sulla riforma del Patto di Stabilità. Ma anche sulle prossime nomine europee. Ieri, ad esempio, sono stati ufficializzati i candidati alla presidenza della Bei (la Banca europea per gli Investimenti). È in corsa anche l’ex ministro draghiano Daniele Franco. Ma considerata l’impostazione che Palazzo Chigi dà agli incarichi comunitari, chi si assumerà la responsabilità di nominare un italiano? Nei prossimi giorni, inoltre, si dovrebbe discutere la sede della neonata Autorità antiriciclaggio Ue. Roma si è proposta ed è in pole position, ma certo questa non è la via migliore per difenderla.
Lungo la direttrice tra la Capitale italiana e Bruxelles, sta crescendo poi un’altra supposizione. Che Meloni voglia comunque indebolire l’immagine delle “riserve della Repubblica”, tra cui Gentiloni. Per evitare alternative in caso di difficoltà estreme. Ormai nessuno esclude un’altra recessione. La prossima legge di bilancio è complicata. Il 2024 incerto. Proprio come il quadro politico del nostro Paese.