8 settembre, Mattarella: “Il fascismo ha tradito i valori del popolo italiano. L’esercito oggi è presidio di libertà e diritti”
di Concetto VecchioROMA — Gustavo Bellazzini ha 101 anni. È l’ultimo superstite dei marinai della Corazzata Roma, l’ammiraglia della Regia Marina Militare affondata il 9 settembre 1943 dalle bombe tedesche a sedici miglia dal golfo dell’Asinara. Morirono in 1529, si salvarono in 622. Sergio Mattarella, a bordo della portaerei Cavour, in Sardegna, accompagnato dal ministro Crosetto, stringe le braccia di Bellazzini. Lo ringrazia. Il vecchio marinaio lo accoglie in maglietta blu con l’immagine della Roma e la data 1943. È il momento più toccante della cerimonia, voluta dal capo dello Stato per ricordare l’ottantesimo anniversario dell’affondamento, provocato «dalla furia tedesca». «Una pagina dolorosa», sottolinea Mattarella.
Gustavo Belazzini 101 anni l'ultimo superstite della Corazzata Roma nel 1943
Il presidente spiega poi cos’è oggi l’esercito, al centro dell’attenzione dopo la pubblicazione del contro…
ROMA — Gustavo Bellazzini ha 101 anni. È l’ultimo superstite dei marinai della Corazzata Roma, l’ammiraglia della Regia Marina Militare affondata il 9 settembre 1943 dalle bombe tedesche a sedici miglia dal golfo dell’Asinara. Morirono in 1529, si salvarono in 622. Sergio Mattarella, a bordo della portaerei Cavour, in Sardegna, accompagnato dal ministro Crosetto, stringe le braccia di Bellazzini. Lo ringrazia. Il vecchio marinaio lo accoglie in maglietta blu con l’immagine della Roma e la data 1943. È il momento più toccante della cerimonia, voluta dal capo dello Stato per ricordare l’ottantesimo anniversario dell’affondamento, provocato «dalla furia tedesca». «Una pagina dolorosa», sottolinea Mattarella.
Gustavo Belazzini 101 anni l'ultimo superstite della Corazzata Roma nel 1943
Il presidente spiega poi cos’è oggi l’esercito, al centro dell’attenzione dopo la pubblicazione del controverso libro del generale Roberto Vannacci: «Un presidio delle nostre libertà». La sua missione consiste nel «far sì che prevalga il rifiuto di ogni forma di sopraffazione e di violenza, di offesa alla dignità di ogni popolo. Che prevalgano le ragioni dello Stato di diritto e delle regole di diritto che si è data la comunità internazionale». Parole nette.
L’8 settembre a Porta San Paolo, a Roma, Mattarella aveva deposto una corona. Ieri ha fatto un discorso per celebrarne il significato: «Da quel 9 settembre prese inizio il riscatto nazionale, la lotta di Liberazione». Li chiama patrioti, i militari che scelsero di opporsi al nazifascismo. «Marinai, soldati, avieri, carabinieri, che in giornate terribili per la Patria non smarrirono il senso dell’onore. Tanti italiani morirono perché la patria riprendesse il suo autentico e libero percorso nella storia».
Dallo sbandamento sorse la Resistenza. E il capo dello Stato cita il ruolo dei militari che vi svolsero un ruolo: «Gli internati nei campi di concentramento in Germania, ai quali venne negato lo status di prigionieri di guerra; i martiri di Cefalonia; i combattenti nei Balcani e nelle isole mediterranee; i reduci di Russia e d’Africa; coloro che salirono in montagna, costituendo le prime formazioni armate; chi si rifiutò di servire il governo collaborazionista di Salò. «Da tutti loro – spiega il Capo dello Stato – si levò la condanna nei confronti di un regime che si era unito al nazismo, tradendo i valori autentici del popolo italiano».
Quindi c’è un elogio incondizionato «ai caduti a Porta San Paolo, a Montelungo, nelle Quattro Giornate di Napoli, che hanno dato vita a un secondo Risorgimento», ma elenca anche «i fucilati, gli impiccati, i torturati, i morti di stento nei campi di concentramento». L’eredità di chi ha fatto la Resistenza sono le istituzioni democratiche e la missione di pace iscritta nella nostra Costituzione. Ha citato l’articolo 11.
Un’occasione per ribadire ancora una volta «il diritto del popolo ucraino a resistere e a pretendere di essere arbitro del proprio futuro».