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Meloni al premier cinese: “Stop alla Via della Seta”. Ma nega pressioni Usa

Giorgia Meloni e il premier cinese Li Qiang al G20

Giorgia Meloni e il premier cinese Li Qiang al G20

 (ansa)
Colloquio con Li Qiang al G20: Pechino insiste, la leader promette il rilancio del vecchio accordo di cooperazione dopo la fine del Memorandum. Ma Roma aderisce al corridoio “alternativo” via India
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NEW DELHI — Dieci minuti di riunione allargata alle delegazioni, poi un tête-à-tête lungo mezz’ora nella pancia dell’astronave del Bharat Mandapam: è lì, in una stanza dell’avveniristico centro congressi che il presidente Narendra Modi ha fatto ricostruire in tempo per il G20, che si tiene all’ora della colazione il primo, storico (a suo modo), incontro fra Giorgia Meloni e un esponente del governo cinese. Non è Xi Jinping, che ha deciso di disertare il vertice organizzato dal leader rivale indiano, ma il primo ministro Li Qiang. Cambia poco. Perché la premier italiana non porta la notizia più gradita a Pechino: nel bilaterale cui assistono solo gli interpreti viene confermata l’intenzione di Roma di archiviare la Via della Seta. Non un fatto di poco conto, ma un deciso cambio di strategia, per l’esecutivo di destra, nel giorno in cui Meloni firma nel summit di Delhi l’intesa sul Pgii, il grande corridoio economico e ferroviario fra India ed Europa che passa dal Golfo, fortemente voluto dagli Stati Uniti e che sostanzialmente bypassa il gigante cinese. Li Qiang, si apprende, fa l’ultimo tentativo, Meloni conferma la decisione e fa sapere che è solo una questione di convenienza economica. Soprattutto, che è una posizione che non cela alcuna sudditanza. Non sono gli Usa a chiedercelo, è il senso del messaggio dell’inquilina di Chigi. La quale solo un secondo dopo esprime la volontà di un rilancio a 360 gradi dei lunghi rapporti fra Italia e Cina. «In fondo, cosa sono tre anni di Belt and road rispetto a scambi culturali ed economici che durano da duemila anni?», dice una fonte diplomatica.

Il piano è quello che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha illustrato durante la recente visita a Pechino: il recupero di un vecchio accordo di cooperazione strategica siglato nel 2004 dall’allora governo Berlusconi. In quella cornice, è la promessa di Meloni che vuole a tutti i costi superare il memorandum sulla Via della Seta firmato da Conte, potranno proseguire gli scambi fra Italia e Cina. Sarebbe un corridoio d’uscita soft, non ancora reso ufficiale, per non interferire sulla prossima ricorrenza dei dieci anni proprio della Belt and road. E la missione di Meloni in Cina rimane congelata: si dovrebbe comunque svolgere fra qualche mese, «all’inizio del 2024» come spiega la diplomazia italiana. Ora c’è da valutare appieno la reazione cinese, particolare non secondario vista la portata dell’export del nostro Paese verso Pechino, che ha toccato il record di tre miliardi di euro con una quota rilevante costituita dal lusso. Li Qiang ricorda che una relazione sana e stabile fra Italia e Cina «è in linea con gli interessi comuni di entrambi gli Stati». Ma avverte: l’Italia deve fornire «un ambiente imprenditoriale equo, giusto e non discriminatorio affinché le aziende cinesi possano investire e svilupparsi». In realtà, sarebbe in corso un negoziato riservatissimo sulle “contropartite” da garantire alla Cina, a partire dal campo della tecnologia. Ma sul tavolo ci sono pure grandi investimenti come quelli di St Microelectronics e di Finacantieri.

Il governo italiano viaggia su un crinale molto delicato. Di certo, Meloni a Delhi ha confermato il suo feeling con Modi, testimoniato da battute e larghe risate all’inizio del summit. Con il leader indiano la premier si è congratulata per il “successo” del G20. La presidente del Consiglio vede in New Delhi la guida ideale del Sud globale. Guardando a quel territorio, l’Italia si è spesa per l’ingresso nel G20 dell’Unione Africana, di quei Paesi da coinvolgere con il Piano Mattei. «Destineremo all’Africa il 70 per cento del Fondo Italiano per il clima, 3 miliardi di euro nei prossimi 5 anni».

In mezzo, anche una trattativa con i leader europei, incontrati a più riprese, sulle nomine a capo delle autorità economiche, a partire dalla Bei. Insieme al ministro Giorgetti, Meloni ha caldeggiato la candidatura di Daniele Franco. Chiede che la scelta non sia “politica”, non una semplice espressione dell’asse liberal-socialista. Quello che avrebbe ottenuto, dicono fonti di governo, è un momento di riflessione e forse un rinvio della designazione, prevista per il prossimo fine settimana. Ma la spagnola Nadia Calviňo rimane in pole per la presidenza della Banca europea degli investimenti.

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