Ustica, l’inchiesta segreta del generale Dalla Chiesa
di Gianluca Di FeoIl relitto del DC9 Itavia precipitato vicino all'isola di Ustica
(ansa)Caccia libici che sfidano caccia libici nel crepuscolo di Ustica. Alcuni veramente libici; altri dell’identico modello ma con insegne fasulle. Perché la morte di Gheddafi, uno dei leader arabi più noti, doveva apparire come un affare interno al suo regime e non come un complotto di potenze occidentali.
Sulla distruzione del DC-9 Itavia non esiste una verità. Ci sono tante perizie tecniche sovrapposte e lette in modi diversi, senza che sia mai stata individuata una “pistola fumante” a sostegno dell’una o dell’altra tesi. Né la pista della bomba, né quella del missile hanno trovato un riscontro di forza tale da superare i dubbi e l’ultima sembra esclusa dall’esame dei reperti. Eppure le parole dei protagonisti di quella stagione politica, dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga all’intervista a Repubblica di Giuliano Amato, hanno ridato peso allo scenario della battaglia aerea – bocciato con sentenza definitiva dai giudici penali e accolto con giudizio altrettanto definitivo da quelli c…
Caccia libici che sfidano caccia libici nel crepuscolo di Ustica. Alcuni veramente libici; altri dell’identico modello ma con insegne fasulle. Perché la morte di Gheddafi, uno dei leader arabi più noti, doveva apparire come un affare interno al suo regime e non come un complotto di potenze occidentali.
Sulla distruzione del DC-9 Itavia non esiste una verità. Ci sono tante perizie tecniche sovrapposte e lette in modi diversi, senza che sia mai stata individuata una “pistola fumante” a sostegno dell’una o dell’altra tesi. Né la pista della bomba, né quella del missile hanno trovato un riscontro di forza tale da superare i dubbi e l’ultima sembra esclusa dall’esame dei reperti. Eppure le parole dei protagonisti di quella stagione politica, dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga all’intervista a Repubblica di Giuliano Amato, hanno ridato peso allo scenario della battaglia aerea – bocciato con sentenza definitiva dai giudici penali e accolto con giudizio altrettanto definitivo da quelli civili – per abbattere Gheddafi. A rinforzarlo c’è una deduzione logica: un segreto in grado di sopravvivere così a lungo deve riguardare qualcosa di veramente grave che coinvolge l’interesse strategico di più nazioni, unite in un patto per custodire il silenzio che resiste da 43 anni. E una certezza: non si tratta di una storia semplice, ma di un complesso groviglio di causali che coinvolge Stati, fazioni e alleanze nell’ingranaggio. Come tanti elementi di un ingranaggio irripetibile, che si è incastrato solo nei minuti che ha deciso il destino del volo Bologna-Palermo.
L’informatore nelle basi libiche
Nello sterminato elenco di atti raccolti nell’istruttoria di Rosario Priore – considerata credibile dalla Corte di primo grado e ritenuta priva di prove dalla Cassazione - ci sono alcune deposizioni che possono offrire una prospettiva diversa, capace di mettere insieme tanti tasselli di quelle ore drammatiche del 27 giugno 1980 che in apparenza non combaciano. È il racconto dell’inchiesta parallela su Ustica condotta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. L’ha ricostruita il suo braccio destro, l’allora colonnello Nicolò Bozzo: un carabiniere “nei secoli fedele allo Stato” - come si intitola la sua biografia scritta da Michele Ruggiero - che ha sempre servito le istituzioni. È lo stesso ufficiale che ha demolito la menzogna francese sui decolli dalla base corsa di Solenzara, dimostrando che i voli dei jet militari erano proseguiti dopo il tramonto. Una circostanza straordinaria, perché nel periodo estivo l’attività degli stormi veniva sospesa nel primo pomeriggio: lui si trovava lì in vacanza assieme al fratello e ha fornito riscontri documentali, incluse le ricevute dell’hotel e la descrizione dei modelli di velivolo.
Perché Dalla Chiesa, comandante del nucleo speciale contro l’eversione, si è occupato del DC-9 Itavia? “La curiosità del generale – ha detto Bozzo - era tutta appuntata su Gheddafi e su eventuali appoggi da lui concessi ai terroristi italiani”. Dalla Chiesa aveva un informatore in Libia: il geometra jugoslavo Benedetto Krizmancic, che lavorava per conto del governo di Tripoli nella costruzione di infrastrutture aeroportuali. All’epoca Gheddafi, non fidandosi né dei suoi alleati sovietici, né dei partner europei, aveva affidato ai tecnici “neutrali” del maresciallo Tito la gestione di numerose installazioni militari: molti piloti venivano formati in Jugoslavia e i caccia migliori – i leggendari Mig 25 più veloci dei Jet occidentali – venivano mandati lì per la manutenzione. Poiché si sospettava che uomini delle Brigate Rosse venissero ospitate nei campi di addestramento libici proprio in vicinanza degli aeroporti, Dalla Chiesa aveva incaricato il colonnello Bozzo di cercare notizie da Krizmancic, che si recava spesso in Liguria. “Nel secondo incontro nel maggio 1980 mi fece un regalo raccontandomi di avere colto da una breve conversazione tra piloti libici l’esistenza di un forte malessere nella loro Aeronautica militare, che avrebbe potuto anche potuto sfociare in un colpo di Stato. Era una sua impressione, sostanziata però da alcune frasi rubate che descrivevano l’ipotesi di un piano per intercettare l’aereo del leader libico durante un volo ed abbatterlo”. Siamo a circa un mese dalla notte di Ustica. Questi sono i fatti, ripetuti da Bozzo davanti al giudice Priore che ha ascoltato pure il geometra jugoslavo: entrambi sono morti da alcuni anni.
Il teorema Dalla Chiesa
Il resto sono le riflessioni di Carlo Alberto Dalla Chiesa, rimasto celebre per la sua capacità di analisi. Bozzo non ha certezza ma ritiene che, come da prassi, il generale abbia trasmesso le rivelazioni sul complotto alla nostra intelligence. Che quindi almeno dai primi giorni di giugno sarebbe stata in allerta sulla prospettiva di un agguato contro l’aereo di Gheddafi. Non solo. “All’epoca il generale Dalla Chiesa e io - aggiunge Bozzo - avevamo sviluppato un teorema che ha poi trovato alcune conferme. Gheddafi sta volando da Tripoli verso la Polonia. Secondo l’impressione avuta da Krizmancic, l’attentato al leader libico, preludio al golpe, era stato studiato in due mosse. La prima con l’intercettazione e l’abbattimento dell’aereo presidenziale da parte di due caccia libici. La seconda con uno scalo tecnico (un chiaro segnale di svolta nelle relazioni internazionali) dei velivoli ribelli nella base italiana di Gioia del Colle in Puglia o in quella di Crotone in Calabria”.
Gran parte dei Mig di Tripoli infatti non avevano autonomia sufficiente per un’azione di combattimento sul Tirreno e il ritorno in patria: senza una base di rifornimento, avrebbero finito il carburante e si sarebbero schiantati. Come è accaduto al jet ritrovato sui monti della Sila. “Nulla di più facile – prosegue Bozzo - che i congiurati si siano appoggiati a quei servizi segreti per condividere il piano, se non il passo politico successivo al golpe. In questo caso non possiamo escludere che l’ordine prioritario, tassativo, dato alle forze aeree Nato, fosse quello di tenere sgombero il cielo sul basso Tirreno per l’agguato al “nemico”. Questo scenario, comunque incerto, poteva mutare radicalmente di segno con l’ingresso nei giochi di guerra dei nostri servizi, o meglio di quella fazione filoaraba che storicamente si oppone a quella filoamericana. Ed è ciò che credo sia avvenuto: messo in allarme da qualche fonte compiacente dei Servizi, Gheddafi ha rivoluzionato in segreto il suo programma. Quel 27 giugno anziché dirigersi verso Varsavia ha fatto inversione su Malta”.
Così invece dell’aereo del dittatore, i caccia golpisti si ritrovano sulla rotta del DC-9 Itavia decollato in ritardo da Bologna. E lì, scambiandolo per il bersaglio della loro missione o semplicemente per errore, lo abbattono. Non usano il cannone, né i missili aria-aria (i sovietici avevano consegnato a Gheddafi armi di pessima qualità e scarsa precisione): per volontà omicida o per evitare all’ultimo minuto una collisione, virano sopra l’aereo di linea aumentando rapidamente la velocità. Una manovra che genera un’onda d’urto potentissima, tale da far perdere il controllo ai piloti del jet civile o addirittura da spezzarne la struttura. Questa d’altronde è l’unica ipotesi che può conciliare un’operazione ostile contro il DC-9 con l’assenza delle schegge tipiche dell’esplosione di un missile sul relitto recuperato dagli abissi del Tirreno.
Le conferme del disertore
Molti anni più tardi, nel 2015, i progetti di rivolta nell’aviazione libica hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni di un pilota, Hazem al-Bajigni, raccolte da Tom Cooper, Albert Grandolini e Arnauld Delalande – tre giornalisti aeronautici di ottima reputazione – nell’opera in tre volumi “Libyan Air Wars”. Si tratta di una testimonianza straordinaria: Hazem al-Bajigni venne accusato dagli agenti di Gheddafi di avere fatto parte di un piano golpista che nella seconda metà del 1980 vedeva coinvolti almeno 19 ufficiali dell’Aeronautica. Sostenevano che avesse cercato di rubare un velivolo cargo per far scappare all’estero i membri del complotto. Quando è venuto a sapere delle indagini, il capitano libico è salito sul suo Mig-23 ed è partito a velocità supersonica da Bengasi verso Nord: è riuscito ad atterrare a Creta, scendendo su una vecchia pista senza che la rete radar della Nato lo avvistasse. Era il 22 febbraio 1981. Dopo tre giorni, la Grecia ha restituito il caccia a Gheddafi mentre il pilota ha trovato asilo in Occidente. Lui non ne parla, ma si ritiene che sia stato a lungo interrogato dall’intelligence americana che poi lo ha protetto dalle rappresaglie delle squadre della morte gheddafiane, che in quel periodo assassinavano i dissidenti espatriati in Europa.
Hazem al-Bajigni ha descritto ai tre giornalisti anche un’altra circostanza fondamentale per Ustica: era nella stessa base del sottotenente Ezzedin Koal, il pilota trovato morto sulla Sila. Al-Bajigni non lo conosceva direttamente perché Koal era siriano: faceva parte di una “legione straniera” concessa a Gheddafi dal governo di Damasco. Il fuggitivo ha raccontato le voci riferite dal comandante del personale siriano, identiche alla versione stilata dalla Commissione congiunta italo-libica: quella conclusa tragicamente sui monti della Calabria era una missione di addestramento, senza armi a bordo. Per un guasto al respiratore, il pilota aveva perso conoscenza e si era schiantato una volta finito il combustibile.
Hazem al-Bajigni dichiara di non saperne di più, perché militari libici e siriani avevano pochissimi contatti, senza mai volare insieme: “Facevano una vita a parte, con orari diversi e non avevano contatti con noi”. Gli ufficiali di Damasco infatti erano una sorta di pretoriani del dittatore di Tripoli. La loro forza aerea era un corpo d'élite, quello da cui proveniva il presidente Hafiz al-Assad e che forniva i quadri del regime: personale addestrato con cura per fronteggiare gli stormi israeliani. Nei duelli degli anni seguenti sul Golfo della Sirte contro la Us Navy, quei siriani sono stati gli unici a tenere testa agli americani. Insomma, se ci fosse stato bisogno di difendere Gheddafi dalla minaccia di un putsch, il compito sarebbe toccato a loro. E il disertore rivela un altro dettaglio: solo i caccia dei siriani decollavano la sera, l’attività dei libici terminava nel pomeriggio. Koal inoltre era considerato un ufficiale esperto, qualificato come capo-formazione e con diverse trasferte notturne condotte nei mesi precedenti alla morte in Calabria.
Il dilemma della Sila
Un dilemma dibattuto da oltre quarant’anni è la data in cui il Mig 23 è precipitato sulla Sila. Ufficialmente, i rottami sono stati scoperti il 18 luglio 1980: una versione contestata da testimoni e periti. I pm di Roma Maria Monteleone ed Erminio Amelio, che conducono l’ultima indagine sulla sorte del DC-9 Itavia, ritengono che il caccia non sia precipitato il 27 giugno ma settimane dopo, forse proprio nella data del rinvenimento ufficiale. Allo stesso tempo, i magistrati sono ancora convinti che l'aereo della Sila sia legato a Ustica. Lo fanno sulla base di due testimonianze, rimaste solide a distanza di decenni: nella tasca della tuta di Koal c’era un biglietto in arabo. L’interprete dell’intelligence italiana che lo ha letto, ricorda parole di rimorso per avere causato “la morte di ottanta innocenti” e la volontà di espiare. Anche un dirigente degli 007 ha visto quel foglio. Il biglietto sarebbe stato consegnato a un generale dei Servizi ed è scomparso: ma un riferimento preciso è rimasto nell'agenda del capo di gabinetto del ministro della Difesa. Già, ma in che modo il sottotenente siriano voleva espiare la sua responsabilità? Fuggire in Italia e rivelare quello che era accaduto? Negli atti del processo ci sono indizi su un disertore atteso a Malta in quei giorni: era pronto un bimotore per trasferirlo a Roma ma la missione è stata poi annullata. E, soprattutto, cosa c'entrava il pilota siriano con la morte di ottanta innocenti? Era intervenuto nella battaglia notturna contro i golpisti e chi li sosteneva all’estero, finendo per provocare la distruzione del velivolo passeggeri?
Con i serbatoi supplementari, il Mig-23 aveva un'autonomia operativa sufficiente per raggiungere il Tirreno e tornare a casa, mantenendo la possibilità di ingaggiare un breve combattimento. Tripoli però aveva anche aerei più moderni a cui affidare missioni speciali nell’ora del crepuscolo: i nuovi Mirage F1 consegnati dalla Francia due anni prima, considerati i gioielli dell'aviazione e – contrariamente ai Mig - dotati di ottimi missili a lungo raggio. Appartenevano allo “Squadrone Fatah”, un’altra unità speciale addestrata però da istruttori europei: la loro presenza accanto al jet presidenziale di Gheddafi non avrebbe destato sospetti.
I Mirage gemelli di Solenzara
Altri Mirage F1, esteriormente identici agli intercettori libici, quella sera sono partiti dalla Corsica. La Francia lo ha negato per anni. Ma il colonnello Bozzo ha permesso di accertare i decolli e il fratello del carabiniere, appassionato di aviazione, ne ha identificato il modello. E torniamo al “teorema Dalla Chiesa”. I golpisti libici avevano bisogno di sostegno occidentale. Ma c’era molta diffidenza nella Nato sulla loro preparazione nel combattimento aereo. Se si voleva essere certi che Gheddafi venisse eliminato, bisognava affidarsi a piloti più esperti. Che, allo stesso tempo, potessero essere confusi con gli insorti: i Mirage F1 di Solenzara erano i candidati perfetti.
In quel momento, un cambio di regime a Tripoli era importante per Washington ma soprattutto per Parigi, impegnata in un confronto armato con i libici nel Ciad. Anais Ginori su questo giornale ha descritto come il presidente Giscard d’Estaing cercasse di animare un putsch a Tripoli dal 1977 e il potente Alexandre de Marenches, capo dello Sdec Service de Documentation et de Contre-Espionnage), aveva organizzato un programma per colpire la Libia. Non solo operazioni mirate per eliminare il raìs - spiega Jean-Christophe Notin, autore di una biografia dell'ex capo dello Sdec - ma anche la distruzione dei suoi vari interessi, se possibile nei paesi accusati di aiutarlo".
Il piano più spettacolare – ha spiegato sempre Anais Ginori -, documentato ormai in varie ricostruzioni, doveva scattare il 5 agosto 1980, qualche settimana dopo la strage di Ustica. Deluso dai continui fallimenti di Marenches, Giscard decide di scavalcarlo e affidare al numero due dei servizi, Alain de Marolles, la missione speciale: "Vi chiedo di rovesciare Gheddafi". È quello che Marolles, morto nel 2000, aveva confidato ai giornalisti Roger Faligot, Jean Guisnel e Rémi Kauffer in "Histoire politique des services secrets français". Ma anche l'operazione, guidata dal cosiddetto "Safari Club", coordinamento tra i servizi francesi, egiziani, marocchini e sauditi, si conclude in un clamoroso fiasco.
Ogni disegno partiva da un presupposto: se il Rais fosse stato ucciso dagli occidentali, nei Paesi arabi ci sarebbe stata una sollevazione. Ed ecco la necessità che l’omicidio ad alta quota venisse attribuito a una rivolta interna contro di lui ma ispirata e protetta attivamente dai francesi, passivamente dagli americani che dai comandi Nato potevano far calare una cappa oscura sui radar e sui controllori di ogni Paese alleato. No, non è una storia semplice. Altrimenti i responsabili sarebbero stati scoperti da tempo, mentre invece la verità su Ustica continua a restare imprigionata in un labirinto oscuro.