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Il procuratore Melillo: “Il decreto sulle intercettazioni chiesto dai pm antimafia è fondamentale per garantire i processi”

Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo in un'immagine di repertorio

 (fotogramma)
Il capo della procura nazionale alla Camera stoppa le polemiche contro le norme varate dal governo Meloni per superare il blocco nei delitti commessi con il metodo mafioso
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ROMA - Il decreto sulle intercettazioni “corrisponde alle esigenze profondamente avvertite dai procuratori antimafia e antiterrorismo che io stesso ho più volte rappresentato”. Il procuratore nazionale Gianni Melillo stronca le polemiche contro il decreto del governo Meloni sulle intercettazioni che “ripara” gli effetti della sentenza Di Lorenzo della Cassazione del marzo 2022 con la quale era stata messa in crisi l’applicazione delle norme speciali (e più permissive) per le intercettazioni consentite sia per i delitti propriamente di mafia, sia per quelli commessi con “il metodo mafioso”. Norma contestata soprattutto da Forza Italia che, con un documento dei suoi tecnici, ha criticato la costituzionalità di un’applicazione del decreto anche ai delitti già commessi e quindi ai processi già aperti. Ma Melillo non vede anomalie e sottoscrive l’intervento che, a metà luglio, era stato annunciato dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, pochi giorni prima dell’anniversa…

ROMA - Il decreto sulle intercettazioni “corrisponde alle esigenze profondamente avvertite dai procuratori antimafia e antiterrorismo che io stesso ho più volte rappresentato”. Il procuratore nazionale Gianni Melillo stronca le polemiche contro il decreto del governo Meloni sulle intercettazioni che “ripara” gli effetti della sentenza Di Lorenzo della Cassazione del marzo 2022 con la quale era stata messa in crisi l’applicazione delle norme speciali (e più permissive) per le intercettazioni consentite sia per i delitti propriamente di mafia, sia per quelli commessi con “il metodo mafioso”. Norma contestata soprattutto da Forza Italia che, con un documento dei suoi tecnici, ha criticato la costituzionalità di un’applicazione del decreto anche ai delitti già commessi e quindi ai processi già aperti. Ma Melillo non vede anomalie e sottoscrive l’intervento che, a metà luglio, era stato annunciato dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, pochi giorni prima dell’anniversario della strage Borsellino quando la premier Giorgia Meloni era attesa a Palermo e sull’onda delle polemiche per via delle dichiarazioni del Guardasigilli Carlo Nordio sul concorso esterno in associazione mafiosa. Il decreto prevede, appunto, di “riparare” l’uso delle intercettazioni, uniformandolo alla sentenza Scurato della Cassazione del 2016, applicandolo sia ai reati futuri che a quelli già oggetto di indagine.

Presieduta dal vice presidente della commissione Giustizia della Camera, il forzista Pietro Pittalis, la riunione delle commissione Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio, prevede numerose audizioni di esperti. Prima voce è proprio quella di Melillo. Che fa definitiva chiarezza nonostante le contestazioni delle Camere penali sollevate ieri dal presidente Gian Domenico Caiazza che ha espresso invece “perplessità e allarme” sul decreto che estenderebbe "ai reati comuni aggravati dalla modalità mafiosa le regole di eccezionale invasività che ha senso limitare laddove si ipotizzi l'esistenza di un'associazione criminale".

La querelle ha attraversato l’estate, con l’attacco dei cosiddetti garantisti al decreto che invece, come spiega Melillo, è stato sollecitato da lui stesso e dal procuratori antimafia dopo la sentenza del marzo 2022 che, rispetto alla Scurato pronunciata a Sezioni unite (e quindi valevole per tutti i processi), aveva già messo un punto definitivo sulla questione. Dice Melillo: “Già a dicembre 2022 avevo espresso le mie preoccupazioni al presidente della Cassazione per l’impatto sulle indagini in corso e sui procedimenti pendenti nella fase del giudizio perché la sentenza Di Lorenzo innovava il diritto vivente rispetto alla sentenza Scurato sui delitti commessi dalla criminalità organizzata e sui delitti associativi e commessi con il metodo mafioso o per agevolare un’organizzazione mafiosa”. Melillo spiega le ragioni del suo allarme e quello dei suoi colleghi, perché “fuori dal senso comune la sentenza finiva per avere effetti contrari per cui perfino una strage o un delitto di mafia non erano attribuibili alla criminalità organizzata”. Una preoccupazione espressa anche ai vertici della Cassazione sollecitando “una nuova e urgente valutazione delle Sezioni unite”. Melillo inoltre aveva ripreso la questione anche al Senato, quando era stato sentito dalla commissione Giustizia nell’indagine parlamentare sulle intercettazioni promossa dalla presidente Giulia Bongiorno e che si sta avviando verso la relazione finale.

Melillo spiega così alla Camera la posizione sua e dei magistrati antimafia: “Un intervento legislativo era necessario perché è sempre pericoloso che l’area dell’applicazione sia fatta dal giudice al di fuori di una griglia normativa, non solo per la difformità delle pronunce, ma perché ogni nuovo indirizzo crea confusione e il rischio di stravolgimenti degli esiti processuali già formati e definiti dalle Sezioni unite, consolidate al punto da essere legge vivente”. Da qui la valutazione sul decreto che “ripristina i contenuti della sentenza Scurato”. Un dato - prosegue Melillo - “assolutamente positivo che garantisce stabilità e coerenza agli indirizzi processuali e sdrammatizza gli effetti dell’applicazione della sentenza Di Lorenzo ai procedimenti ancora in corso”. Dunque è necessario, insiste Melillo, “sdrammatizzare il dibattito sulla natura interpretativa dell’intervento perché conta che la scelta del legislatore sia giustificata”.

Melillo spiega anche quali avrebbero potuto essere gli effetti in assenza di questo passo del governo, perché “la mancanza della nuova norma avrebbe determinato il caos nell’interpretazione di regole importanti per la criminalità organizzata e destabilizzato i procedimenti in corso costruiti sulla base di interpretazioni normative adottate dalle Sezioni unite stabilizzate e considerate diritto vivente, a fronte della sentenza Di Lorenzo che ha costretto gli uffici a interpretazioni che hanno rappresentato una marcia indietro, applicando norme ordinarie con grave detrimento del contrasto antimafia”. Melillo davanti ai deputati entra anche nei dettagli processuali: “È del tutto evidente che se c’è un delitto di mafia è necessario che le aggravanti siano assoggettate alla medesima disciplina, e l’ipotesi che esista una differenza tra l’omicidio di mafia e l’omicidio commesso con il metodo mafioso è incomprensibile e inapplicabile”.

Melillo inoltre, anche dopo le sollecitazioni delle domande dei deputati di M5S Carla Giuliano e Federico Cafiero De Raho, promuove anche un altro articolo del decreto legge che riguarda la conservazione delle intercettazioni in un server al ministero della Giustizia. Intervento di “fondamentale importanza”, per cui Melillo è “grato al governo per aver raccolto l’esigenza che io stesso e i procuratori distrettuali già in aprile abbiamo espresso al ministro della Giustizia Nordio per garantire la sicurezza e l’integrità dei dati raccolti con le intercettazioni con nuove infrastrutture digitali, perché è una chimera la garanzia di sicurezza su 140 sale server e non c’è alcun ufficio che può garantire la tutela dei dati su sistemi accessibili a operatori privati”.

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