ROMA – È il bivio di Giorgia Meloni. Deve decidere se schierarsi con Bruxelles o con i nemici sovranisti dell’Europa. E farlo in fretta, perché informalmente da Bruxelles le hanno chiesto di fornire una prova definitiva di fedeltà. All’Ecofin che si apre domani a Santiago di Compostela, infatti, Giancarlo Giorgetti riceverà un ultimatum. Entro una settimana dovrà dire chiaramente se Roma intende ratificare il Mes, fornendo pure una data precisa. Una risposta negativa sarà interpretata come l’atto di guerra ufficiale contro l’Unione.
È solo l’ultimo duello, in ordine di tempo. Il più grave risale alla decisione di tassare gli extraprofitti delle banche, criticata apertamente ieri dalla Bce. È il passaggio chiave che ha stravolto ogni equilibrio. La premier ha confidato ai suoi di aver avvertito in quel momento la reazione ostile del “sistema”. Il colpo di coda dell’establishment. Una trama precisa, in cui un ruolo centrale viene attribuito a Paolo Gentiloni, con il consenso d…
ROMA – È il bivio di Giorgia Meloni. Deve decidere se schierarsi con Bruxelles o con i nemici sovranisti dell’Europa. E farlo in fretta, perché informalmente da Bruxelles le hanno chiesto di fornire una prova definitiva di fedeltà. All’Ecofin che si apre domani a Santiago di Compostela, infatti, Giancarlo Giorgetti riceverà un ultimatum. Entro una settimana dovrà dire chiaramente se Roma intende ratificare il Mes, fornendo pure una data precisa. Una risposta negativa sarà interpretata come l’atto di guerra ufficiale contro l’Unione.
È solo l’ultimo duello, in ordine di tempo. Il più grave risale alla decisione di tassare gli extraprofitti delle banche, criticata apertamente ieri dalla Bce. È il passaggio chiave che ha stravolto ogni equilibrio. La premier ha confidato ai suoi di aver avvertito in quel momento la reazione ostile del “sistema”. Il colpo di coda dell’establishment. Una trama precisa, in cui un ruolo centrale viene attribuito a Paolo Gentiloni, con il consenso dei massimi vertici istituzionali. L’istante in cui la presidente del Consiglio è rimasta sola.
Isolata in Europa, anche se ancora tenuta al riparo da attacchi pubblici, in attesa di capire se intende lasciare Matteo Salvini e Marine Le Pen al loro destino. Un banco di prova è appunto il Mes. Il secondo riguarda l’eventuale adesione alla nuova maggioranza continentale. I vertici europei hanno infatti chiesto informalmente a Meloni di far sapere già nelle prossime settimane – e non dopo il voto, come ipotizzato ancora ieri – se intende partecipare al bis di Ursula von der Leyen. Una decisione senza alternative, visto che anche l’ala critica di Manfred Weber ha abbandonato il progetto di un patto con i Conservatori. A meno di non volersi consegnare a una fragorosa irrilevanza anti-sistema.
È una prospettiva che Meloni considera minaccia esistenziale. E che si lega a gigantesche grane interne. Ecco perché negli ultimi giorni, interpellata dal cerchio magico per leggere le carte della politica, ha previsto questo futuro: “Ci giochiamo tutto da oggi fino alle Europee. Quelli che vogliono mandarci in crisi, proveranno a farlo in questi nove mesi”. L’inflazione asfissiante, il Pil in picchiata, gli sbarchi dei migranti, i dubbi sulla “lealtà” di Salvini, una manovra senza soldi. E ancora, quei “giochini” – riferiscono che li abbia definiti proprio così – che immagina orditi appunto lungo l’asse Roma-Bruxelles da Gentiloni.
Una tempesta perfetta che allarma la presidente. Ecco allora che la scelta di Von der Leyen di “ingaggiare” Mario Draghi ha avuto un effetto destabilizzante. Di fronte alla novità, la leader fa buon viso a cattivo gioco, loda la decisione, ma soffre l’incoronazione. Teme che, senza un patto preventivo con Bruxelles, i prossimi nove mesi possano avvicinare una crisi. Per questo, mentre tratta con gli ambasciatori continentali, ha deciso di minare il terreno su cui crede possa costruirsi un’alternativa: quello che conduce proprio a Gentiloni. E che, per ragioni diverse, lambisce pure Draghi. A Palazzo Chigi li considerano le uniche riserve della Repubblica, dunque da ridimensionare. Con forme e intensità diverse, perché diversi sono i loro percorsi.
Gentiloni, per dire: la cerchia meloniana più ristretta lo chiama ormai, poco affettuosamente, “quello che vuole fare il premier”. “È spesso critico e non collaborativo”, ha ripetuto ieri Meloni (provocando la replica del suo entourage: “Stucchevole”). È un timore profondo che deriva da una consapevolezza: il Conte 2 e il governo Draghi sono nati con la sponda politica e diplomatica del dem. Minare quel campo, dunque: ecco la priorità. E spingersi oltre.
Spingersi in qualche modo fino a Draghi. La decisione di Von der Leyen ha spiazzato la maggioranza, perché ha lanciato un segnale all’Europa: se c’è qualcuno in cui crediamo, si chiama proprio Draghi. Nessun ministro o dirigente di maggioranza ha commentato. Poi Meloni in tv ha salutato la “buona notizia”, ma subito dopo ha sfoderato un argomento già usato come clava verso Gentiloni: sono certa che farà l’interesse dell’Italia. Un velato avvertimento politico a non schierarsi contro l’esecutivo. Certo, i due hanno collaborato lealmente durante il passaggio di consegne. Ma diversi ministri hanno attaccato l’ex banchiere, contestandogli l’impianto del Pnrr. E non esiteranno a farlo ancora, se non dovesse prevalere l’appeasement con Bruxelles.
Ancora una volta si agita lo spettro di un assedio. Che Meloni considera non giustificato dai dati sul Pil, che sarebbero comunque “migliori” di quelli franco-tedeschi. Semmai, ritiene che Berlino e Parigi manovrino proprio per frenare la concorrenza italiana, giocando di sponda con l’opposizione e Gentiloni. “Purtroppo – attacca – c’è qualcuno che conta su qualche amico all’estero per venirgli in soccorso”. È un mondo capovolto, visti i numeri in picchiata. Con Salvini pronto a stravolgere la manovra, inseguendo Le Pen e il consenso. Con l’Europa che chiede una prova di fedeltà entro una settimana. E con una leader che oggi volerà a Budapest da Viktor Orban. Se la scelta è tra una svolta moderata e un ritorno all’antico, il viaggio ungherese è un indizio poco rassicurante.