L’ex presentatore Rai di Linea Notte Mannoni: “Un monocolore. Così il servizio pubblico non si riconosce più”
di Giovanna Vitale“Persino nella Rai berlusconiana, pur fra mille difficoltà, era stato conservato uno spazio per un pensiero diverso da quello della maggioranza di governo. Ora noto un appiattimento che, anche a giudicare dai primi dati sugli ascolti, non fa bene al servizio pubblico”. Maurizio Mannoni, anima e volto storico di Linea Notte — in ferie forzate finché fra qualche mese non andrà in pensione — vive con un misto di dispiacere e sconcerto quanto sta accadendo nell’azienda “dove ho lavorato per quasi quarant’anni”.
Lei che di tv se ne intende, cosa vede quando si sintonizza sulla Rai a trazione meloniana?
“Nella duplice veste di spettatore che guarda con particolare affetto alla Rai, ma anche come assiduo neo-frequentatore dei giardinetti dove porto la mia nipotina – uno straordinario osservatorio, visto che spesso mi fermano per parlare di tv – posso dire che fatico a riconoscere il servizio pubblico. E come me tanti di quelli che incrocio e mi chiedono: ma che cosa sta succedendo?…
“Persino nella Rai berlusconiana, pur fra mille difficoltà, era stato conservato uno spazio per un pensiero diverso da quello della maggioranza di governo. Ora noto un appiattimento che, anche a giudicare dai primi dati sugli ascolti, non fa bene al servizio pubblico”. Maurizio Mannoni, anima e volto storico di Linea Notte — in ferie forzate finché fra qualche mese non andrà in pensione — vive con un misto di dispiacere e sconcerto quanto sta accadendo nell’azienda “dove ho lavorato per quasi quarant’anni”.
Lei che di tv se ne intende, cosa vede quando si sintonizza sulla Rai a trazione meloniana?
“Nella duplice veste di spettatore che guarda con particolare affetto alla Rai, ma anche come assiduo neo-frequentatore dei giardinetti dove porto la mia nipotina – uno straordinario osservatorio, visto che spesso mi fermano per parlare di tv – posso dire che fatico a riconoscere il servizio pubblico. E come me tanti di quelli che incrocio e mi chiedono: ma che cosa sta succedendo?”.
E lei cosa risponde?
“Premesso che va dato tempo ai nuovi entrati – la tv è come il calcio, i giocatori hanno bisogno di ambientarsi – quel che impressiona è la delusione, la disaffezione di una fetta consistente del pubblico Rai. Un processo che non è cominciato adesso, ma che i vertici attuali mi pare abbiano aggravato. La fidelizzazione è un’operazione lunga e complessa: troncare di netto con conduttori e programmi che avevano una loro identità, un seguito, un certo appeal può sembrare facile – togli un po’ di roba che c’era prima e ne metti un’altra, badando solo alla fedeltà politica – ma rischi moltissimo”.
Non è sempre successo? Il centrosinistra, ai bei tempi, non ha scelto in base alla fedeltà politica?
“È vero, figurarsi. Però non si era mai vista una tale quantità di scelte identitarie, a senso unico. Prima nel bene e nel male alcuni spazi venivano preservati: Rai3, anche nell’epoca berlusconiana, ha continuato a esistere pur fra mille difficoltà. Ora invece cosa resta? Sì, c’è il Tg3 che continua ad avere una linea e autonomia, ma poi poco altro”.
Per questo calano gli ascolti?
“È inevitabile! Guardi, fare tv in apparenza è semplice: si accende una telecamera e si inizia a parlare, ma in realtà è complicato perché per colpire il telespettatore devi avere il tono giusto, far arrivare messaggi corretti, saper raccontare in modo appropriato, avere credibilità: tanti ingredienti che non si possono improvvisare. Chi è appena arrivato magari imparerà, ma intanto non trovare più i volti, il linguaggio, i temi a cui si era affezionati disorienta e produce un danno all’azienda”.
Così si finisce per favorire la concorrenza?
“Certo che sì. Se tu non offri più un prodotto interessante per una fetta di pubblico, che fra l’altro è quello più legato alla Rai, e questo pubblico trasmigra altrove, è un problema”.
A quali prodotti si riferisce?
“Intanto a quella parte di Rai3 che non esiste più, senza fare nomi. In generale mi sembra estinto il modo di raccontare la realtà che per molti anni ha caratterizzato il servizio pubblico. Il quale ha il dovere di offrire un’alternativa allo spettatore, la possibilità di ascoltare le vicende quotidiane – a partire dalla politica – con diverse sfaccettature, culture, modi di ragionare e di pensare. Il tentativo di uniformare la televisione a un pensiero unico era già iniziato e adesso è stato completato.”
Per sottrarsi, cosa si può guardare?
“Mentana, Floris, o anche Porro. In Rai, tranne Vespa, accade raramente di vedere qualcosa di non omologato, conduttori di grande personalità”.
Anche i Tg soffrono, come se lo spiega?
“Cancellare la parte giudicata politicamente non affine ha delle ripercussioni. Il pubblico valuta la Rai per la sua credibilità complessiva, se viene a mancare, ne subiscono le conseguenze pure i telegiornali. C’è un appiattimento che gli ascoltatori colgono e perciò cambiano canale. Ormai sono così tante le fonti di informazione che fai presto a perdere il tuo pubblico”.
Infatti molta dell’audience persa dal Tg1 è finita al Tg La7.
“C’è una logica. Mentana, che non si può etichettare come uno di sinistra, offre un racconto intelligente, completo, senza sconti, che magari il pubblico non trova più sulla Rai. Bisogna capire se questi dati allarmano i dirigenti o se invece sono considerati un rischio del mestiere”.
Forse per loro è più importante cambiare la narrazione, non crede?
“Si può anche cambiare, a patto di offrirne una nuova con lo stesso appeal e risultati: se la gente ti guarda meno forse quella che proponi è ritenuta insufficiente e distorta. Fossi in loro, qualche domanda sulle scelte fatte per allineare la Rai alla maggioranza di governo, me la farei”.