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Marina contro i migranti, la missione impossibile di Salvini

(ansa)
Schierare la flotta davanti ai porti tunisini sarebbe un atto ostile identico a un’azione di guerra. Il precedente della corvetta Sibilla che nel 1997 causò la morte di 108 persone
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La Marina Militare per fermare gli sbarchi di migranti? Una missione impossibile. La frase pronunciata ieri da Matteo Salvini riecheggia il “blocco navale” evocato da Giorgia Meloni alla vigilia delle elezioni che decretarono il trionfo della destra. Si tratta però di slogan che non possono concretizzarsi.

Schierare la flotta davanti ai porti tunisini, quelli da cui attualmente si registra il maggior numero di partenze, sarebbe un atto ostile praticamente identico a un’azione di guerra. Le Nazioni Unite infatti prevedono che possa essere adottato unilateralmente soltanto come risposta a un’aggressione. Il leader leghista in realtà ha detto anche questo, definendo due giorni fa l’ondata umana che approda a Lampedusa “un atto di guerra” e parlando di “regia esterna”. Ma si tratta di parole in libertà, che non possono essere trasformate in iniziative diplomatiche. Tanto più che i blocchi navali della storia recente, tutti decisi a livello internazionale come quello durante il conflitto n…

La Marina Militare per fermare gli sbarchi di migranti? Una missione impossibile. La frase pronunciata ieri da Matteo Salvini riecheggia il “blocco navale” evocato da Giorgia Meloni alla vigilia delle elezioni che decretarono il trionfo della destra. Si tratta però di slogan che non possono concretizzarsi.

Schierare la flotta davanti ai porti tunisini, quelli da cui attualmente si registra il maggior numero di partenze, sarebbe un atto ostile praticamente identico a un’azione di guerra. Le Nazioni Unite infatti prevedono che possa essere adottato unilateralmente soltanto come risposta a un’aggressione. Il leader leghista in realtà ha detto anche questo, definendo due giorni fa l’ondata umana che approda a Lampedusa “un atto di guerra” e parlando di “regia esterna”. Ma si tratta di parole in libertà, che non possono essere trasformate in iniziative diplomatiche. Tanto più che i blocchi navali della storia recente, tutti decisi a livello internazionale come quello durante il conflitto nella ex Jugoslavia o l’operazione Onu nelle acque libanesi per fermare i rifornimenti d’armi ad hezbollah, hanno avuto lo scopo di controllare il traffico mercantile. Per i barchini dei disperati che decidono di attraversare il Canale di Sicilia è invece prioritaria la legge del mare: ogni capitano ha l’obbligo di prestare soccorso a chi è in difficoltà.

La corvetta Sibilla, il precedente del 1997

Oltre alle questioni giuridiche, l’impiego della Marina pone un problema tecnico fondamentale: le manovre delle unità militari sono pericolose per le barchette dei migranti. Le navi più piccole della nostra flotta sono i pattugliatori classe Costellazione e Comandanti lunghi 88 metri e con un dislocamento di oltre 1500 tonnellate: la massa di acqua che spostano con i loro movimenti può far rovesciare i gommoni affollati di essere umani, con effetti disastrosi. Non è una valutazione teorica, ma una condizione concreta che il vicepremier Salvini dovrebbe ricordare perché ha già provocato una strage nel passato recente.

Nel marzo 1997 la corvetta Sibilla è intervenuta nel Canale d’Otranto per bloccare una nave salpata da Valona. In quei giorni la costa pugliese era travolta dagli arrivi di persone in fuga dall’Albania dove la crisi finanziaria aveva scatenato il caos e il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi aveva ordinato lo schieramento della Marina militare. Quando il battello dei fuggitivi non ha obbedito all’ordine di fermarsi, la Sibilla si è mossa per sbarrargli la rotta. E il contatto durante una virata ha fatto capovolgere la Kater I Rades, provocando la morte di 108 persone. In quell’occasione l’imbarcazione dei migranti era comunque lunga trenta metri, molto più degli scafi che oggi dirigono su Lampedusa, ma l’impatto con la corvetta tre volte più grande è stato fatale.

La Cassazione nel 2014 ha confermato la sentenza per il comandante della Sibilla, Fabrizio Laudadio, condannato a due anni di carcere. Il procuratore generale aveva chiesto di assolverlo, sostenendo che era stato il comportamento della nave albanese – una vecchia motovedetta rubata dai trafficanti nel porto di Valona – a provocare il disastro: l’ufficiale si era limitato a obbedire agli ordini, generati da una direttiva del governo.

Quella drammatica lezione ha fatto sì che nessun esecutivo ripetesse un blocco navale. Quando la flotta è tornata in azione nel Canale di Sicilia lo ha fatto per salvare i migranti: prima con l’operazione italiana Mare Nostrum, la più grande missione di soccorso mai realizzata, e poi con quella europea Sophia. Che è stata creata e diretta fino alla conclusione dall’ammiraglio Enrico Credendino, l’uomo che oggi è proprio capo di stato maggiore della Marina.

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