Modello Orbán, l’autocrate che teorizza la democrazia illiberale e controlla giustizia e media
di Tonia MastrobuoniIl film preferito di Viktor Orbán è “C’era una volta il West”. Già agli albori della sua carriera, l’autocrate magiaro confessò di aver visto quindici volte il capolavoro di Sergio Leone. E da quando ha vinto le elezioni del 2010, l’ex pupillo dei popolari europei ha trasformato l’Ungheria in un cruento film western in cui hanno vinto i cattivi. Un anno prima di quell’appuntamento elettorale, Orbán aveva già promesso di mettere fine per sempre all’alternanza destra-sinistra che si era avvicendata al potere dalla caduta del comunismo. E aveva confessato di voler instaurare un regime che si prendesse l’Ungheria «per i prossimi quindici o vent’anni».
Poco dopo aver vinto le elezioni del 2010 conquistando due terzi del Parlamento, Orbán si è messo sotto i tacchi il sistema giudiziario e quello mediatico. Ha distrutto la tripartizione dei poteri, il sistema di pesi e contrappesi che secondo Montesquieu regola ogni democrazia. Ha assunto il controllo della Corte costituzionale, ha cacciato …
Il film preferito di Viktor Orbán è “C’era una volta il West”. Già agli albori della sua carriera, l’autocrate magiaro confessò di aver visto quindici volte il capolavoro di Sergio Leone. E da quando ha vinto le elezioni del 2010, l’ex pupillo dei popolari europei ha trasformato l’Ungheria in un cruento film western in cui hanno vinto i cattivi. Un anno prima di quell’appuntamento elettorale, Orbán aveva già promesso di mettere fine per sempre all’alternanza destra-sinistra che si era avvicendata al potere dalla caduta del comunismo. E aveva confessato di voler instaurare un regime che si prendesse l’Ungheria «per i prossimi quindici o vent’anni».
Poco dopo aver vinto le elezioni del 2010 conquistando due terzi del Parlamento, Orbán si è messo sotto i tacchi il sistema giudiziario e quello mediatico. Ha distrutto la tripartizione dei poteri, il sistema di pesi e contrappesi che secondo Montesquieu regola ogni democrazia. Ha assunto il controllo della Corte costituzionale, ha cacciato i togati scomodi e ha nominato un uomo di fiducia persino a capo della procura. Il suo partito, Fidesz, ha preso il controllo totale dell’informazione pubblica, e quella privata è andata nelle mani dei suoi fedeli oligarchi. Scimmiottando il suo idolo dichiarato, Vladimir Putin, l’autocrate ungherese si è creato sin dai tempi di scuola un “cerchio magico” di fedelissimi che ha riempito di soldi, imprese, potere, purché cementassero negli anni il suo regime. E per i più seri politologi al mondo — Kelemen Levitsky, Ziblatt, Mueller — come per la grande filosofa ungherese Agnes Heller, Orbán non può essere un modello per nessuno che si ritenga democratico. Perché è un tiranno.
La triade “Dio, patria e famiglia” è l’altro pilastro dell’autocrazia di Orbán. Sono i principi, insieme al suo nazionalismo xenofobo, che improntano la sua ideologia, che puntellano la famosa “democrazia illiberale” che il leader di Fidesz teorizzò nel 2014. Laico e liberale negli anni ‘90, quando era ancora un giovane enfant prodige dei conservatori, Orbán ha capito rapidamente che abbandonare il centro e i valori democratici e polarizzare la società lo avrebbe reso più popolare in un’Ungheria sfiancata da vent’anni di bipolarismo moderato ma fallimentare. Il leader di Fidesz ha dunque abbracciato la fede e cominciato una crociata furiosa contro le minoranze lgbtq+, i migranti e George Soros, contro l’Europa liberale e le femministe. Orbán ha chiuso le frontiere e accusato Soros di voler sommergere l’Ungheria di musulmani «per distruggere l’identità e l’orgoglio cristiano», di voler attuare una «sostituzione etnica» per cancellare la patria magiara e nel 2017 ha cacciato la sua università, la Central European University, dall’Ungheria. E la sua propaganda antisemita è sempre andata di pari passo con quella omo — e transfobica: nel 2021 l’Ungheria ha approvato una presunta “legge contro la pedofilia” che equipara ogni forma di diversità alla pornografia e minaccia il carcere e multe salate per chiunque la “promuova”. Nelle scuole, nelle università, nei giornali e nelle tv è tassativamente vietato parlare di omo — e transessualità. Quanto alle donne, come disse uno dei fondatori di Fidesz e presidente del Parlamento magiaro, László Kövér, devono sentire che fare figli «è la più alta forma di realizzazione personale». Perché in Ungheria, «gli uomini devono fare gli uomini, le donne devono fare le madri».
In Europa, Orbán si è esercitato al lungo in quella che lui stesso ha definito “la danza del pavone”. Ha finto pragmatismo e aderenza ai precetti economici, e quando l’ex presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, lo salutò con un goliardico “Hallo Diktator”, nelle cancellerie europee fu considerata una semplice boutade. Era il 2015, l’Ungheria aveva già smesso di funzionare da un pezzo come una democrazia, reprimeva migranti e minoranze e schiacciava l’opposizione con un colossale e martellante apparato di propaganda pubblica e privata, ma il leader Fidesz era ancora un solido membro del Ppe. E lo è rimasto fino al 2018: troppo ghiotti i numerosi parlamentari che portava in dote a ogni elezione europea. E pazienza se venivano da una tirannide.