Il casco con il nickname The Duke spicca nell'austero ufficio sabaudo dei capi di stato maggiore e fa capire come Giuseppe Cavo Dragone abbia un passato da vero Top Gun. Per anni ha pilotato un caccia a decollo verticale Harrier, a bordo della portaerei Garibaldi: nell'inverno 2001 ha partecipato al primo raid contro i talebani in Afghanistan, condotto dopo un volo no stop dall'Oceano Indiano. Gli americani non credevano che i nostri equipaggi potessero farlo: ritenevano ci volessero mesi di affiancamento, invece dopo poche settimane si sono dimostrati pronti all'azione.
Questa è la cifra dello stile di Cavo Dragone: il pragmatismo con cui affronta ogni situazione, puntando al risultato migliore. E che ha rimosso le perplessità degli alleati sui comandanti italiani, spesso ritenuti "poco operativi". L'ammiraglio è arrivato al vertice delle forze armate senza avere mai fatto parte dello staff di ministri o sottosegretari, un'eccezione negli ultimi quindici anni. La sua storia è tutta sul campo e in chiave internazionale, a partire dalla scuola di volo dell'Us Navy subito dopo l'accademia. A Livorno la sua vita di cadetto è stata segnata da un incidente aereo che causò la morte di molti dei suoi colleghi, una terribile lezione che non ha mai dimenticato, facendolo sentire -come confida agli amici - "un sopravvissuto" già a vent'anni.
Dopo il lungo periodo alla cloche di elicotteri e jet, ha avuto la guida della Garibaldi e della squadra navale. Ma è stato anche a capo di tutte le forze speciali italiane, gestendo la campagna contro l'Isis in Iraq, segnata dall'attrito con il generale Roberto Vannacci contro cui ha poi promosso un mese fa il procedimento disciplinare per il libro pubblicato senza autorizzazione dei superiori. Poi è stato comandante della Marina e quindi - sotto il governo Draghi e con il placet del Quirinale - di tutta la Difesa, insediandosi alla vigilia del conflitto ucraino.
Proprio la concretezza delle scelte gli hanno permesso di tenere i rapporti con Esercito e Aeronautica senza le liti e le gelosie che innervano le nostre caserme. E adesso lo stesso metodo caratterizzerà il suo incarico atlantico. Dove finora ha condiviso con gli altri capi di stato maggiore come lo statunitense Milley l'imperativo di sostenere l'Ucraina ma anche la convinzione che non sia possibile una vittoria netta sul terreno.