Il ministero della Difesa fa sapere che ci sono ancora sette documenti sulla strage di Ustica che devono essere desecretati. E si affretta a sottolineare che non si tratta di carte decisive per arrivare alla verità. Sono atti trovati negli armadi del ministero. Non conosciamo il contenuto di questi documenti, se non per quello che leggete in queste pagine. I magistrati li hanno potuto visionare e da quello che si apprende ufficiosamente sarebbero di medio interesse investigativo.
Tutto ciò porta a dire che la fretta con cui dopo 43 anni, anziché cercare di capire cosa c’era davvero in quegli armadi del ministero, il governo si è affrettato a sostenere che non c’era più nulla, almeno di segreto su Ustica. E questa mossa fa pensare che in quegli archivi ci possa essere ancora molto, perché lì dentro è stato cercato male e malvolentieri.
Gli uomini del governo Meloni, anziché affrettarsi a dire che hanno fatto tutto quello che si doveva fare, forse farebbero bene a rivedere le affer…
Il ministero della Difesa fa sapere che ci sono ancora sette documenti sulla strage di Ustica che devono essere desecretati. E si affretta a sottolineare che non si tratta di carte decisive per arrivare alla verità. Sono atti trovati negli armadi del ministero. Non conosciamo il contenuto di questi documenti, se non per quello che leggete in queste pagine. I magistrati li hanno potuto visionare e da quello che si apprende ufficiosamente sarebbero di medio interesse investigativo.
Tutto ciò porta a dire che la fretta con cui dopo 43 anni, anziché cercare di capire cosa c’era davvero in quegli armadi del ministero, il governo si è affrettato a sostenere che non c’era più nulla, almeno di segreto su Ustica. E questa mossa fa pensare che in quegli archivi ci possa essere ancora molto, perché lì dentro è stato cercato male e malvolentieri.
Gli uomini del governo Meloni, anziché affrettarsi a dire che hanno fatto tutto quello che si doveva fare, forse farebbero bene a rivedere le affermazioni fatte che si collegano con quel “tutto desecretato”, ma soprattutto farebbero bene a comprendere e a capire se effettivamente ci può essere altro materiale, altra documentazione che invece può essere di aiuto a chi indaga. E valutare se la ricerca che è stata fatta a suo tempo in quegli armadi di ministeri e agenzie di intelligence, non vada fatta con dei criteri più stringenti e attinenti alla strage. Se oggi a distanza di 43 anni da quelle 81 vittime che aspettano giustizia si fanno avanti testimoni che hanno il coraggio di rivelare omissioni, o come Giuliano Amato, mosso da un’unica urgenza, quella di tentare di scandagliare le possibilità che ancora restano alla politica per cercare la verità, dalla premier Giorgia Meloni arriva solo la banalità del male. Lei ha chiesto a chi ha parlato a viso aperto di mostrare le prove, e sulla stessa scia si sono messi nelle scorse settimane il ministro Antonio Tajani e il sottosegretario Alfredo Mantovano, la persona a cui è delegato il controllo politico sui servizi segreti. A questo punto è necessario che la presidente del Consiglio faccia i nomi, dica quali “enti” stanno tenendo fermi i documenti. E quali “agenzie” sono ancora interessate a mantenere il segreto su una strage su cui è necessario arrivare alla verità.