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La rabbia di Lampedusa

L’isola è una polveriera. Residenti in strada contro l’ipotesi di una nuova tendopoli. La gaffe del questore di Agrigento
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LAMPEDUSA — “Sai chi c’era al governo nel 2011? Gli stessi di adesso. Allora c’era Maroni al Viminale, oggi Piantedosi. Si è voluta creare un’emergenza ora, come allora”. Occhiali scuri, polo bianca, Davide Masia non è passibile di simpatie di sinistra. Da presidente del consiglio comunale di Lampedusa fino a un paio di anni fa tuonava contro le “ong taxi del mare”, oggi si presenta come “uomo di centrodestra ed ex leghista deluso”. Quando il tramonto arrossa l’orizzonte dell’isola, è una delle 600 persone –quasi il 10% della popolazione — che presidiano il molo commerciale.

A ingrossare le fila ci sono turisti e giornalisti, ma i residenti sono comunque in buon numero. C’è il consiglio comunale al completo e il vicesindaco leghista Attilio Lucia — fascia tricolore sulla polo — che in assenza del primo cittadino Filippo Mannino, volato a New York da cui tuona “Lampedusa non sarà una nuova Ellis Island”, è la massima autorità politica dell’isola. “Che è nostra”, urla. “Aspettiamo …

LAMPEDUSA — “Sai chi c’era al governo nel 2011? Gli stessi di adesso. Allora c’era Maroni al Viminale, oggi Piantedosi. Si è voluta creare un’emergenza ora, come allora”. Occhiali scuri, polo bianca, Davide Masia non è passibile di simpatie di sinistra. Da presidente del consiglio comunale di Lampedusa fino a un paio di anni fa tuonava contro le “ong taxi del mare”, oggi si presenta come “uomo di centrodestra ed ex leghista deluso”. Quando il tramonto arrossa l’orizzonte dell’isola, è una delle 600 persone –quasi il 10% della popolazione — che presidiano il molo commerciale.

A ingrossare le fila ci sono turisti e giornalisti, ma i residenti sono comunque in buon numero. C’è il consiglio comunale al completo e il vicesindaco leghista Attilio Lucia — fascia tricolore sulla polo — che in assenza del primo cittadino Filippo Mannino, volato a New York da cui tuona “Lampedusa non sarà una nuova Ellis Island”, è la massima autorità politica dell’isola. “Che è nostra”, urla. “Aspettiamo che venga Meloni per dirglielo in faccia, ma non ci hanno ancora fatto sapere nulla”, dice offeso. La premier è attesa sull’isola in mattinata con Ursula Von Der Leyen e la commissaria agli Affari Interni Ue, Ilva Johansson. Una visita lampo di non più di tre ore. “Da nove mesi chiediamo due navi in rada per i trasferimenti, questo governo è fallimentare”, scandisce. Applausi.

Accanto, una lunga fila di naufraghi — facce da bambini, testa fra le mani — accoccolati a terra. Arrivano dall’hotspot da giorni diventato una gabbia in cui è difficile mangiare e bere, impossibile lavarsi, un azzardo dormire. Guardano straniti la marea di gente che urla, qualcuno chiede in inglese o francese a cosa si debba quel trambusto. Nessuno dei manifestanti sembra vederli. Attendono il traghetto che li porti via da lì. “Preferisco morire per strada con la mia famiglia piuttosto che passare anche solo un’ora di più in quell’inferno”, dice Karim, che in Siria era un professore e da lì è scappato con moglie e due bambini. “Sono scappato per cercare democrazia e umanità dov’è qui, ditemi dov’è?”, chiede. “Sento che la gente si scansa quando passo, non riesco a lavarmi da giorni”, dice Valery, che in Mali, prima del golpe, era dottorando in Scienze politiche e oggi aspetta solo di fuggire da Lampedusa. In mano, un sacchetto con salvette igieniche e una pesca. “Nessuno si merita di stare così”.

Esplode la protesta

Anche i manifestanti attendono la nave. In pancia ci sono tende e attrezzature dell’esercito. “Non sbarcheranno”, urla al microfono il vicesindaco. Nella mattinata di ieri è bastata la voce che servissero per tirare su un nuovo campo per ospitare i naufraghi che continuano a sbarcare al molo Favaloro. E a Lampedusa è esplosa la protesta. Un camion della Croce rossa che trasporta cibo e pedane d’acqua viene bloccato, davanti si accomondano in tre e da lì non si tolgono per ore. Un centinaio di persone invade la strada e ascolta una telefonata in viva voce col questore di Agrigento Emanuele Ricifari, che prima di scivolare su un infelice “cchiu pilu pe tutti”, assicura che le tende serviranno solo per le forze dell’ordine ma ricorda “avete fatto un reato”, promette riunione pubblica e caffè — appuntamento alle 9 davanti alla chiesa — però minaccia “se esagerate vi arresto”. Incassa fischi. A mediare Giacomo Sferlazzo. Zazzera riccia, tatuaggi, conchiglie al collo, il ruolo di portavoce — dice — gli sta stretto, ma alla fine è una delle principali anime della protesta. “Non vogliamo un’isola carcere a cielo aperto, vogliamo vivere di pesca e turismo. Non saremo complici di questa tratta di carne umana”.

Quando il traghetto arriva al molo, in ritardo come quasi sempre, c’è anche lui a guidare la delegazione che ‘perquisisce’ i container alla ricerca delle tende. Fuori dai cancelli, una folla che piano piano si assottiglia. Diversa per anime, provenienza e intento. Si vede l’ex senatrice leghista Angela Maraventano, “che però è stata una delle prime a portare coperte al molo” la difende Rossella, che a maggio sposerà la sua compagna ma dovrà andare in Spagna per avere un figlio “e ringrazio Meloni per questo”, dice ironica per poi chiederle di “venire da qui da madre, dei lampedusani e di questi ragazzi che non possono stare così”.

C’è l’armatore che pretende che “i traghetti non viaggino con ritardo perché devono imbarcare clandestini altrimenti il mio pesce arriva a mercati chiusi” e chi dopo aver creduto nella tesi delle ong “pull factor”, arriva a chiedere una nuova “Mare nostrum”. Se lo fa scappare (quasi) persino il vicesindaco Lucia. Tutti sembrano d’accordo su una cosa: l’emergenza è stata creata. Perché la prima nave militare per il trasferimenti è arrivata più di 24 ore dopo lo sbarco di 7mila persone, perché nei giorni successivi ci ha pensato la Diciotti a soccorrere naufraghi e accompagnarli lontano da Lampedusa invece di saturare l’isola e ieri su quella rotta è stata dirottata Geo Barents, che ha preso a bordo più di 300 persone.

“Perché non si è fatto martedì?”, dice l’ex sindaca Giusi Nicolini, alla guida del Comune nel 2011 quando a Lampedusa per mesi sono rimasti incastrati più di diecimila naufraghi. Lei in piazza non c’è. Troppo politicamente ambigua, fa capire. “L’isola è teatro di un’emergenza che serve a far partire la campagna elettorale delle destre in Ue e dire: “Ecco come diventano i luoghi in cui arrivano i migranti’ — spiega — Non si mettano in testa di utilizzarla come hanno fatto con la Diciotti per ricattare l’Ue tenendo prigioniere le persone”.

Continuano ad arrivare

Sono ancora tante, più di duemila. Continuano ad arrivare, almeno chi ce la fa. Una bimba è nata su un barchino quando l’isola già si intravedeva, ha raccontato la mamma, ha emesso qualche debole vagito, poi ha smesso di respirare. Due sculacciate e una manovra o un respiratore forse sarebbero bastate a rianimarla, spiega il dottore Francesco D’Arca che ha dovuto esaminare il corpicino. L’ennesimo. “Aveva ancora il cordone ombelicale attaccato”. Per mano di una donna che ha imparato a conoscere lungo il viaggio è arrivato anche un bimbo senza nome. “L’ho trovato solo nel deserto fra Libia e Tunisia e non potevo lasciarlo lì”, racconta. Gli ultimi naufraghi arrivano a tarda sera. L’hotspot è ancora una gabbia dove tocca sgomitare anche solo per trovare un posto per dormire. “Servono trasferimenti e una missione europea di salvataggio in mare — dice il segretario di +Europa Riccardo Magi, ieri sull’isola — Speriamo che Von der Leyen se ne renda conto e faccia l’opposto di ciò che dice Meloni”. 

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