Il patto Salvini-Le Pen una mina per il governo. Pontida tifa Autonomia
dal nostro inviato Emanuele LauriaPONTIDA — Il brindisi è con il prosecco e non con lo champagne, sulla tavola c’è la salamella e non il fois gras. Ma il patto che spacca il governo italiano, in vista delle Europee, è siglato. Matteo Salvini e Marine Lo Pen lo stringono dietro un tendone di Pontida, in un pranzo da lumbard cui partecipa, tra gli altri, il presidente della Camera Lorenzo Fontana: insieme per cambiare l’Ue. È un ritorno al passato, all’Europa dei popoli che inseguiva già la Lega di Bossi e che la leader della droite francese rilancia in una dichiarazione comune che il segretario del Carroccio si affretta a sottoscrivere.
Un vertice di ultradestre entro la fine dell’anno
La vera sfida ai partiti della maggioranza che reggono il governo Meloni sta tutta, però, nell’evento annunciato dal palco: una riunione di tutte le forze politiche che a Bruxelles sono «alternative alle sinistre». Un vertice che si terrà entro la fine dell’anno in Italia, probabilmente a Roma, e che vedrà insieme i capi delle forze…
PONTIDA — Il brindisi è con il prosecco e non con lo champagne, sulla tavola c’è la salamella e non il fois gras. Ma il patto che spacca il governo italiano, in vista delle Europee, è siglato. Matteo Salvini e Marine Lo Pen lo stringono dietro un tendone di Pontida, in un pranzo da lumbard cui partecipa, tra gli altri, il presidente della Camera Lorenzo Fontana: insieme per cambiare l’Ue. È un ritorno al passato, all’Europa dei popoli che inseguiva già la Lega di Bossi e che la leader della droite francese rilancia in una dichiarazione comune che il segretario del Carroccio si affretta a sottoscrivere.
Un vertice di ultradestre entro la fine dell’anno
La vera sfida ai partiti della maggioranza che reggono il governo Meloni sta tutta, però, nell’evento annunciato dal palco: una riunione di tutte le forze politiche che a Bruxelles sono «alternative alle sinistre». Un vertice che si terrà entro la fine dell’anno in Italia, probabilmente a Roma, e che vedrà insieme i capi delle forze politiche di Id: le ultradestre, insomma, fautrici della linea dura contro i migranti e non altrettanto rigida contro la Russia di Putin. A questo punto la sfida è aperta: Salvini chiama gli alleati a schierarsi, a dichiarare l’appartenenza al centrodestra ben prima del voto. Esattamente il contrario di quanto ha in mente la premier che guida i Conservatori europei («di intese parleremo dopo il voto») e soprattutto Antonio Tajani, che con la sua Forza Italia sta nel Ppe che governa l’Ue con i socialisti.
Le “convergenze parallele” di Moro
L’orgoglio leghista, davanti a un pratone che non si riempie del tutto (sebbene l’organizzazione azzardi centomila presenze), si trasforma in una nuova spina nel fianco per il governo. Salvini fa professione di unità: «Io e Giorgia abbiamo un destino comune, pur avendo culture e senso di militanza diversi. Non riusciranno a dividerci, governeremo non cinque ma dieci anni». Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ci scherza su e si rifà ad Aldo Moro: «Diciamo che con FdI ci sono convergenze parallele». In realtà le distanze sulla questione immigrazione, che hanno portato a un durissimo scontro all’interno dell’esecutivo, rimangono. E si badi: quella citazione di Meloni da parte di Salvini è l’unica, in 21 interventi lunghi più di tre ore, che arriva dal maxi-palco di Pontida. Ora, dopo una telefonata con la premier che ha sancito almeno una tregua, il leader leghista sull’immigrazione la prende larga: «Faremo quello che è democraticamente permesso per bloccare un’invasione che rischia di essere disastrosa». Ma Salvini non si ferma neanche un attimo a commentare la visita di von der Leyen, insieme con Meloni, a Lampedusa. La via diplomatica, per la Lega, è fallita. Il ministro Piantedosi, che al raduno nella valle bergamasca non c’è, rimane «un amico» per il numero uno di via Bellerio. Ma è Le Pen a bocciare le recenti politiche migratorie italiane: «Difendiamo i nostri popoli contro l’ondata migratoria oggi organizzata, come ha brillantemente fatto Matteo quando aveva il potere di farlo, riducendo in modo spettacolare gli sbarchi. In quel momento l’Europa guardava l’Italia con ammirazione. Attendiamo che quel momento ritorni». Una dichiarazione d’amore coronata dal «Viva il Capitano» con cui la presidente del Rassemblement national conclude il suo intervento.
Il messaggio a Chigi sull’autonomia
La nuova virata a destra della Lega è invece sancita da alcune keywords riscoperte da Salvini. Il senatore milanese critica l’Islam («Una cultura in cui uomo e donna non sono uguali va guardata con attenzione»), ritrova l’attacco a Soros («Chi finanzia l’annientamento della civiltà occidentale deve essere contrastato»), e ripropone l’autarchia spinta che lo porta a sognare un «Ponte sullo stretto da fare solo con acciaio italiano». Ma, soprattutto, riecco il vecchio atout dell’assalto all’Europa che «difende banchieri e multinazionali».
Salvini cerca di rassicurare i suoi dicendo che, con un manovra senza soldi, impegni come quota 41 e flat tax sono rinviati al 2014. Ma nel suo discorso di 40 minuti non sfiora il tema dell’autonomia che pure è il collante del popolo di Pontida, la principale richiesta che viaggia su decine di cartelli e striscioni. Ci pensa il governatore veneto Luca Zaia a ricordarne la priorità, dopo aver fatto srotolare una gigantesco bandiera con il leone di San Marco: «Il leone è sempre più incazzato. La Lega dà la linea, non se la fa dettare», afferma Zaia prima di chiamare accanto a sé il ministro Roberto Calderoli, padre della riforma in cantiere. Un altro messaggio che dalla patria leghista viene spedito a Palazzo Chigi.