Flotte e militari Ue per la vigilanza. Il ritorno di “Sophia” ha tempi lunghi
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - «Sorveglianza navale e aerea». Il quinto punto del Piano presentato ieri da Ursula von der Leyen a Lampedusa è la vera scommessa su cui puntano la presidente della Commissione e la presidente del Consiglio. Perché il vero oggetto delle trattative tra il vertice dell’esecutivo europeo e Giorgia Meloni si chiama “Operazione Sophia”. Ossia il primo tentativo di integrare flotte e militari europei per fronteggiare l’immigrazione clandestina, che venne cancellato definitivamente su indicazione dall’allora vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante il primo governo Conte.
Sul tavolo Von der Leyen ha posto ieri 10 temi, ma sono sostanzialmente la riproposizione di intenzioni già annunciate. Anche nel corso dell’ultimo consiglio europeo cui nel 2022 aveva partecipato Mario Draghi. Dal ricollocamento dei migranti al «rapido rimpatrio», dalla distruzione dei barchini ai corridoi umanitari, dalla lotta ai trafficanti alle procedure comunitarie sulle richiesta d’asilo sono tu…
BRUXELLES - «Sorveglianza navale e aerea». Il quinto punto del Piano presentato ieri da Ursula von der Leyen a Lampedusa è la vera scommessa su cui puntano la presidente della Commissione e la presidente del Consiglio. Perché il vero oggetto delle trattative tra il vertice dell’esecutivo europeo e Giorgia Meloni si chiama “Operazione Sophia”. Ossia il primo tentativo di integrare flotte e militari europei per fronteggiare l’immigrazione clandestina, che venne cancellato definitivamente su indicazione dall’allora vicepresidente del consiglio Matteo Salvini durante il primo governo Conte.
Sul tavolo Von der Leyen ha posto ieri 10 temi, ma sono sostanzialmente la riproposizione di intenzioni già annunciate. Anche nel corso dell’ultimo consiglio europeo cui nel 2022 aveva partecipato Mario Draghi. Dal ricollocamento dei migranti al «rapido rimpatrio», dalla distruzione dei barchini ai corridoi umanitari, dalla lotta ai trafficanti alle procedure comunitarie sulle richiesta d’asilo sono tutte misure già formulate e persino attive e che in questi anni si sono scontrate sugli scogli della realtà. Soprattutto sulla constatazione che senza la collaborazione dei Paesi da cui partono le imbarcazioni e nei quali dovrebbero tornare, nulla si può fare.
I tempi e l’accordo dei 27
In realtà anche la «Sorveglianza» affidata a Frontex (l’Agenzia europea che si occupa delle frontiere esterne) è in funzione da tempo. Ma dietro quelle parole c’è appunto il tentativo di rivitalizzare anche la vecchia ”Operazione Sophia”. Che, peraltro, non può essere rimessa in moto con un intervento semplice e rapido.
Il nodo centrale, infatti, si stringe intorno al fatto che si tratta di una scelta che non risiede nella disponibilità della Commissione. Ma dei singoli governi. Von der Leyen deve prima raggiungere l’accordo con i 27 esecutivi per arrivare ad una conclusione. Non è un caso che la premier italiana abbia chiesto a Charles Michel, presidente del consiglio europeo, di inserire all’ordine del giorno del prossimo summit di ottobre il tema migranti. L’argomento, però, a otto mesi dalle elezioni europee rischia di convincere pochi alleati. Senza considerare che molte risorse “militari” europee sono state già concentrate o deviate sugli aiuti all’Ucraina.
Il secondo fattore poi è temporale: servono almeno sei mesi per rimettere in piedi la flotta che ha agito fino a tre anni fa e attribuirle il compito di realizzare la cosiddetta “terza fase” che doveva consistere nel «neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche usate dai contrabbandieri e trafficanti sia in mare che a terra». Sarà cioè in funzione in pieno inverno quando l’emergenza sarà finita.
Il nodo di Libia e Tunisia
Poi c’è una dato ancora più concreto: soldi e efficacia dell’operazione. “Sophia” venne sospesa perché si era trasformata solo in una missione di soccorso. Per «sorvegliare» e bloccare le partenze delle “carrette del mare”, le navi militari europee hanno bisogno di una precondizione: poter entrare nelle acque territoriali di Libia e Tunisia. Autorizzazione che difficilmente verrà concessa. Soprattutto se sul piatto della bilancia non verranno messi un bel pò di soldi: oltre un miliardo di euro. Solo con i finanziamenti si possono persuadere i due potenziali interlocutori. Del resto anche il decimo punto, l’attuazione dell’accordo con la Tunisia, si basa sulla medesima esigenza. I primi duecento milioni promessi a Tunisi non sono stati ancora stanziati per una questione molto semplice: il presidente Sayed non ha ancora presentato i progetti da finanziare. Quindi nulla c’entra - come invece stanno provando a sostenere nel governo italiano - l’Alto Rappresentante Ue per la politica estera, il socialista spagnolo Josep Borrell. Quei fondi non fanno parte della sua “borsa”. Sayed in realtà sta cercando di pressare l’Ue affinché consegni anche gli altri 900 milioni promessi che però sono legati alle garanzie del Fondo Monetario internazionale. La stessa Meloni ha chiesto di svincolare quelle risorse dall’Fmi.
Insomma nella visita della presidente della Commissione Ue a Lampedusa al momento c’è poco di concreto. Il rischio più tangibile per Meloni è che - come è accaduto fino ad ora - non si assuma nessuna soluzione pratica. Che può passare solo per un investimento massiccio di aiuto ai Paesi africani. Un continente sempre più sull’orlo dell’esplosione sociale.
Senza dimenticare che la critica più frequente mossa da Bruxelles a palazzo Chigi punta sul deficit di iniziativa del governo italiano: nessuna proposta effettiva al di là delle parole d’ordine di stampo elettorale. E tanti litigi con le Cancellerie che potrebbero aiutare, come la Francia.