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Violenze e soprusi, incubo Tunisia nei racconti dei migranti: “Ci spingono verso l’Europa”

A Lampedusa le testimonianze di chi è fuggito dal Paese nordafricano che Meloni e von der Leyen considerano partner nella gestione dell’emergenza. L’allarme di Msf
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LAMPEDUSA – Un interlocutore necessario. Il convitato di pietra anche nelle scarse due ore che la premier Giorgia Meloni e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen spendono a Lampedusa. Nelle strategie presenti e future dell’Ue in generale e dell’Italia in particolare – dalla più grande delle Pelagie, Giorgia Meloni è arrivata persino a chiedere di sostenerne il bilancio - la Tunisia del presidente Kais Saied sembra essere partner ineludibile. “E non possiamo che dirci preoccupati”, dicono da Medici senza frontiere.

Da mesi ormai, la loro Geo Barents – attualmente in viaggio verso Brindisi dopo undici interventi di salvataggio consecutivi di fronte a Lampedusa - viene regolarmente dirottata sulla rotta che da Sfax, Madia, Kerkenna, Monastir punta verso Nord, verso l’Italia. E da mesi raccolgono “testimonianze terribili” di chi da lì è fuggito. Adolescenti terrorizzati saliti su un barchino perché avevano paura di girare per strada, donne e uomini arrestati arbitrariame…

LAMPEDUSA – Un interlocutore necessario. Il convitato di pietra anche nelle scarse due ore che la premier Giorgia Meloni e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen spendono a Lampedusa. Nelle strategie presenti e future dell’Ue in generale e dell’Italia in particolare – dalla più grande delle Pelagie, Giorgia Meloni è arrivata persino a chiedere di sostenerne il bilancio - la Tunisia del presidente Kais Saied sembra essere partner ineludibile. “E non possiamo che dirci preoccupati”, dicono da Medici senza frontiere.

Da mesi ormai, la loro Geo Barents – attualmente in viaggio verso Brindisi dopo undici interventi di salvataggio consecutivi di fronte a Lampedusa - viene regolarmente dirottata sulla rotta che da Sfax, Madia, Kerkenna, Monastir punta verso Nord, verso l’Italia. E da mesi raccolgono “testimonianze terribili” di chi da lì è fuggito. Adolescenti terrorizzati saliti su un barchino perché avevano paura di girare per strada, donne e uomini arrestati arbitrariamente, malmenati, spogliati di tutto per profitto o diletto.Un diario dell’orrore.

“Attualmente, nel centro della città di Sfax, prendono le cose dei subsahariani, le bruciano, pestano brutalmente le persone e le spediscono al confine con la Libia o la Tunisia. Dicono che siamo troppi nel loro Paese e che dobbiamo andarcene. Vogliono che partiamo”, dice a mediatori e operatori di Geo Barents Mariam (nome di fantasia), salvata nelle scorse settimane da Msf.

Non tutti avevano messo l’Europa nel proprio progetto di vita, al contrario. “Non è mai stata mia intenzione attraversare il mare. Mai mai. Per me partire è stato un rischio enorme”, spiega Boniface. Ma non aveva altra scelta. E come lui tanti. Si stima che nei primi sei mesi del 2023 il 56% delle persone arrivate in Italia attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale si sia imbarcata in Tunisia; più del doppio rispetto allo stesso periodo del 2022. Molti sono stati soccorsi da navi ong, i più sono arrivati a Lampedusa.

Fra i naufraghi c’era chi in Tunisia ci viveva da anni, certo la situazione nel Paese non era semplice, ma – ha raccontato sul ponte della nave di Msf una donna di 32 anni – comunque si poteva immaginare un futuro. Poi è arrivato il 25 febbraio, il discorso con cui Kais Saied ha pubblicamente bollato i subsahariani come “persone non grate” perché “strumento di un piano di sostituzione etnica per cambiare l’identità araba del Paese”. E per chi ha la pelle nera, vivere laggiù è diventato un inferno. “Non si può lavorare, non si può respirare, non sei il benvenuto e non lo nascondono nemmeno”.

Per loro, ha spiegato finalmente al sicuro sul ponte della nave Fatou “chi ha la pelle nera non ha valore, quando cammini la gente ti sputa addosso, si scansa come se puzzassi”. Da un giorno all’altro c’è chi si è ritrovato per strada. “È stata la popolazione a sfrattarci dalla nostra casa a Sfax. Sono venuti con i machete. Hanno iniziato a sfondare le porte, picchiare chi stava dentro, perquisire gli appartamenti. Per cercare soldi hanno squarciato anche i materassi – ricorda Awa - Siamo partiti senza niente”.

Ma non si tratta semplicemente di episodi di intolleranza. Con sempre maggiore frequenza, chi viene salvato dal mare racconta violenze, sequestri, abusi. Anche da parte delle forze dell’ordine. Prima di partire un 26enne che sul ponte della nave di Msf ha raccontato agli operatori la sua storia, per almeno due volte ha creduto di morire per mano della polizia. “Eravamo in giardino, ci hanno preso e ci hanno ordinato di salire in auto. Ci hanno portato in un uliveto, ci hanno fatti spogliare e poi ci hanno perquisito. Non avevamo idea del perché. Hanno preso tutto quello che avevamo e ci hanno lasciato lì”. La seconda volta, spiega, “sono andato a Tunisi perché il mio passaporto era scaduto e volevo rinnovarlo in ambasciata. Sulla via del ritorno a Sfax, al posto di blocco, la polizia mi ha fermato e perquisito. Avevo con me circa 700 dinari tunisini. Mi hanno portato via tutto”.

A un ragazzo di vent’anni è andata anche peggio: tornava a casa dal lavoro quando è stato fermato dalla polizia, sequestrato e deportato al confine con l’Algeria. “Abbiamo camminato per una settimana per tornare indietro”. Ormai è pratica quasi quotidiana. “Nel centro della città di Sfax danno la caccia ai neri. Li prendono e li mandano a Kasserine, che abbiano i documenti o meno. Possono venire a prenderti anche quando sei a casa, anche mentre stai dormendo. Sfondano la porta e ti mandano via”, spiega ancora terrorizzata Amina.

Per chi parte, lasciarsi la Tunisia alle spalle non è un’opzione, ma una strategia di sopravvivenza. Sempre che ci riesca. Un ragazzino di sedici anni ci ha provato almeno tre volte prima di riuscirci. E ha rischiato di morire. Era aprile, “eravamo a soli 6 km dalla riva, ma i pescatori ci hanno intercettato e ci hanno portato via il motore. Siamo rimasti in acqua quattro giorni, stavamo andando alla deriva. È stato un altro pescatore ad aiutarci. Ha chiamato la Guardia Nazionale tunisina, ma loro hanno detto che non avevano tempo, li abbiamo visti passare poco dopo con molte persone a bordo che tornavano a Sfax, ci hanno superato ma non ci hanno portato con loro”.

Sono le stesse storie di chi arriva a Lampedusa, con ferite da machete addosso, l’orrore negli occhi, magari portando in braccio bimbi appena nati o poco più grandi, dopo aver affrontato il mare su barchini di ferro che si piegano, si deformano, si squarciano come giocattoli di latta. A migliaia su quei gusci si sono giocati la vita, molti l’hanno persa.

“Il memorandum con la Tunisia – afferma Juan Matias Gil di Medici senza frontiere - replica le pericolose politiche migratorie dell’UE che stanno sempre più incentivando i paesi terzi ad aumentare la deterrenza e il ‘contenimento’ delle persone che tentano di raggiungere l’Europa. Un accordo del genere finirà per coprire impunemente e sistematizzare la violenza contro i migranti in Tunisia e renderà l’Ue complice della loro morte e dei loro abusi”. Per Msf “gli Stati membri dell’Ue devono opporsi all’attuazione della componente relativa alla gestione delle frontiere del Memorandum d’intesa con la Tunisia. Devono prendere posizione contro la proliferazione di accordi che non offrono alcuna responsabilità o salvaguardia contro la violazione dei diritti umani”. Appelli che allo stato rimangono in ascoltati.

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