Morte Giorgio Napolitano, il presidente “del tempo dell’instabilità e della crisi della politica”
di Filippo CeccarelliDinanzi alle presenti miserie e alle sgangheratezze di tanti epigoni dell'ex comunismo italiano, viene oggi da ripensare a Giorgio Napolitano mentre inaugurava la penultima e più pazzotica legislatura, prima in piedi, lievemente ricurvo, poi seduto sullo scranno più alto di Palazzo Madama.
Era la primavera del 2018 e il suo fu un discorso insieme ufficiale e irrituale, cortese e a suo modo allarmante, comunque teso ad annunciare con asettica precisione "il tempo dell'instabilità e della crisi generale della politica".
Sullo schermo appariva serio eppure diplomatico, garbato anche se tutt'altro che gioviale, in questo pienamente giustificato dal suo più saldo convincimento che le istituzioni non avevano bisogno di essere calde, emotive, ansiogene o ridanciane. E mentre parlava con quel suo vocione che il tempo aveva reso affaticato, era come se le parole fossero divenute più vere e pesanti, e un po' veniva anche da pensare che forse non sarebbe arrivato questo tempo balordo se ci …
Dinanzi alle presenti miserie e alle sgangheratezze di tanti epigoni dell'ex comunismo italiano, viene oggi da ripensare a Giorgio Napolitano mentre inaugurava la penultima e più pazzotica legislatura, prima in piedi, lievemente ricurvo, poi seduto sullo scranno più alto di Palazzo Madama.
Era la primavera del 2018 e il suo fu un discorso insieme ufficiale e irrituale, cortese e a suo modo allarmante, comunque teso ad annunciare con asettica precisione "il tempo dell'instabilità e della crisi generale della politica".
Sullo schermo appariva serio eppure diplomatico, garbato anche se tutt'altro che gioviale, in questo pienamente giustificato dal suo più saldo convincimento che le istituzioni non avevano bisogno di essere calde, emotive, ansiogene o ridanciane. E mentre parlava con quel suo vocione che il tempo aveva reso affaticato, era come se le parole fossero divenute più vere e pesanti, e un po' veniva anche da pensare che forse non sarebbe arrivato questo tempo balordo se ci fossero stati più uomini come lui: "Il massimo leader morale rimasto in piedi tra le rovine fumanti" l'aveva già definito diversi anni prima lo storico Salvatore Lupo; e ancora adesso lì a impartire valutazioni impeccabili, ancora il primo della classe, a 93 anni.
Giorgio Napolitano durante la veglia del PCI per il decreto inflazione (Roma, 16 aprile 1984). Era con Stefano Rodotà con Enrico Berlinguer
Incorniciato fra due commessi in alta uniforme, lo rendeva perfino più umano quell'aria aristocratica che in un partito ancora largamente intriso di rigurgiti plebei e diffidenze staliniste gli era valsa a lungo la diceria, e la credenza, che fosse il figlio naturale di Umberto di Savoia. Nel caso del tutto improbabile in cui Napolitano fosse stato costretto ad accettare una qualche fiabesca identificazione, avrebbe semmai tollerato quell'altro già più benevolo nomignolo pure affibbiatogli nel Pci: Lord Carrington, uomo politico di lungo corso, tra gli Esteri e la Difesa, al servizio di Sua Maestà. E non solo perché era fra i pochissimi, in Italia, a parlare un ottimo inglese. D'altra parte l'appellativo di Lord aggiungeva un tocco adamantino a un personaggio come nessun altro maturato a mezza strada fra borghesia e comunismo, compassata napolitudine e britannica eleganza.
Quando nel 2006 egli fu eletto per la prima volta presidente della Repubblica, disse Berlusconi che non l'avrebbe votato perché "comunista doc". Come spesso gli capitava, la motivazione era insieme povera e appropriata. Nessuno in effetti poteva vantare un cursus honorum come il suo all'interno del Pci: pupillo di Amendola, deputato a 28 anni, in Comitato centrale a 31, quindi via via responsabile del Mezzogiorno, della Cultura, del Lavoro, dell'Organizzazione, della Politica Estera, capogruppo a Montecitorio e al Parlamento Europeo.
E sarà archeologia pura, o materiale di pregiatissimo antiquariato, ma fu Napolitano a stendere il comunicato di "grave dissenso" dopo l'invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968; così come fu lui, una decina d'anni dopo, a elaborare quel "Piano a medio termine" di politica economica per i governi di Solidarietà nazionale; e sempre in quei tempi turbolenti, con il Pci "in mezzo al guado" - anche questa una sua espressione - toccò sempre a lui di intraprendere una delicatissima missione negli Stati Uniti durante il sequestro Moro.
Tutto lascia pensare che il Cavaliere non sapesse che alla metà degli anni 60, come unico dirigente a far parte della direzione, dell'Ufficio politico e della Segreteria, Napolitano si trovò non si dirà sul punto, ma nella migliore condizione per conquistare prima la vicesegreteria e poi, dopo lo spasmo cerebrale che aveva colpito Longo, a succedergli nella leadership del partito. Ma non avvenne. In una consultazione a tappeto, dirigente dopo dirigente sentito in privato da una commissione ristretta che lo aveva compreso in una rosa di papabili insieme con Natta e Berlinguer, nell'autunno del 1968 il futuro Capo dello Stato ebbe solo due voti su 30, uno di questi attribuibile a Umberto Terracini, ma tutti gli altri, compreso Amendola, si espressero a favore di Berlinguer, cui venne riconosciuta una maggiore esperienza negli organismi internazionali.
Ci si rende conto del rilievo ormai quasi misteriosofico che assumono i rituali dell'antico Pci in un tempo di padri del comunismo trasformati in brand ed ex figli del parito coinvolti in traffici di armi. E tuttavia nel libro d'oro di quel mondo a parte rimasero impresse per sempre la lealtà, la signorilità, perfino la grazia unitaria con cui il dirigente sconfitto accolse la decisione, oltretutto senza mai rompere il rapporto di cordiale amicizia che aveva con Berlinguer e la sua famiglia.
Solo negli anni 80, convinto che la maturazione del Pci dovesse muoversi sull'orizzonte della socialdemocrazia, e quindi senza rompere con Craxi, Napolitano divenne punto di riferimento più ideale che organizzativo della corrente detta dei "miglioristi". Come tale contrastò a viso abbastanza aperto, comunque con testi di Togliatti alla mano, il radicalismo berlingueriano e ancor più il canone, giudicato sterile e anti-politico, della pretesa "diversità" comunista che per i cuginastri del Psi era un dito nell'occhio. In seguito favorì la svolta di Occhetto, poi al congresso di Rimini (1991) gli diede l'altolà. Quando ebbe inizio la battaglia interna e poi da quella la lunga dissoluzione rispettò tutti, e quasi da tutti ottenne rispetto.
E tuttavia: ciò che aveva perso dentro il partito, riebbe però dalle istituzioni - per quanto il Pci fosse già stato sciolto e lui si potesse considerare, come da titolo della bella biografia di Pasquale Chessa, "l'ultimo comunista" - notevole anche la biografia di Paolo Franchi che tratteggiò "La traversata da Botteghe Oscure al Quirinale".
Nel 1992 fu eletto presidente della Camera; nel 1996 divenne ministro dell'Interno con il primo governo Prodi. Fece bene su entrambe le poltrone. Ma poi le cose cambiano e c'è motivo di pensare che abbia vissuto con sgomento e sofferenza gli sviluppi della Seconda Repubblica. Oltretutto, i giovani che avevano preso il potere nel suo ex partito non si fecero scrupolo di metterlo ai margini. Perfino in Campania, sotto elezioni, il rampante sindaco di Salerno, oggi bis-governatore con velleità di terzo mandato, si consentì di invocare il rinnovamento a spese di Napolitano.
Fu Ciampi, altro uomo d'altri tempi, a "riscoprirlo" nominandolo nel 2005 senatore a vita. Quando arrivò al Quirinale, sembrava che non avesse fatto altro nella vita.
Ma attenzione: dietro al promettente capo comunista, dietro al campione del riformismo socialdemocratico, dietro all'autorevole e severo presidente della Repubblica che contenne e alla fine esautorò il potere berlusconiano anche agli occhi dei leader europei, ecco, dietro a Napolitano c'era - di più: c'era sempre stato - un altro imprevedibile e in qualche misura anche enigmatico Napolitano.
Per rinvenirne le tracce occorreva risalire alla primissima sua gioventù e scoprire che, a dispetto del materialismo storico, poco più che adolescente combinava gli umbratili fremiti di Salvatore Di Giacomo con i simbolismi di Yeats, Joyce, Auden, Eliot; e che non solo amava moltissimo il teatro, ma da grande avrebbe voluto dedicarsi solo a quello, e si cimentò in una regia al teatro Mercadante, e fece anche l'attore, naturalmente con la richiesta professionalità. Gran frequentatore di Capri, conobbe e divenne amico di Curzio Malaparte, che nel dedicargli il suo Kaputt riconobbe in quel 19enne un tipo capace di non perdere la calma "neppure durante l'Apocalisse".
E' difficile immaginare come tutto questo potesse misurarsi con l'impegno gravoso assunto in un partito per molti versi grigio e ferrigno e poi alla testa delle istituzioni proprio quando il sistema mediatico tendeva a prevaricarle. Ma Napolitano possedeva anche la virtù segreta dell'ironia; e al volante dell'auto, per esempio, ogni tanto sbraitava come un carrettiere; e una volta affrontò i fotografi avendo in testa un berretto fatto con carta di giornale tipo muratore; e tra le centinaia e centinaia di lettere di smentita, messe a punto, rettifiche e pignolissime puntualizzazioni, la più bella fu quando spiegò che a Marta Marzotto aveva presentato Vittorio Vidali, il comandante "Carlos", e non il "Carlos" terrorista internazionale, detto "Lo Sciacallo" - per quanto neppure Vidali scherzasse tanto.
Su questo secondo Napolitano si addensò la plausibile leggenda che con lo pseudonimo di Tommaso Pignatelli scrivesse poesie in dialetto napoletano, però sperimentale, versi anche molto belli seppure lontanissimi dall'immagine ufficiale del suo presunto autore, ma arcignamente ricusati in uno dei segreti meglio tenuti della Prima e della Seconda Repubblica.
Al Quirinale, come ci si poteva aspettare, fu del tutto all'altezza delle aspettative. Ma il primo suo settennato non fu ciò che la moglie, signora Clio, definì "una passeggiata di salute". S'inventò la premiership del professor Monti. Parve sinceramente sollevato quando terminò l'incarico. Ma fu rieletto per disperazione, togliendosi l'amara soddisfazione di rampognare chi l'aveva scongiurato di ritornarsene sul Colle. Poi disse basta perché era davvero troppo. Si ritirò, ma veramente. Una vita politica così intensa, d'altra parte, ne vale due e in questi tempi caotici e stropicciati, forse anche tre.