Cofferati: “Rientro nel Pd per dare una mano, non voglio incarichi. Condivido la linea politica di Elly Schlein”
di Matteo Macor“Rientro per dare una mano”, dice Sergio Cofferati, da ieri (nuovamente) neo iscritto del Partito democratico. L'ex europarlamentare, che del Pd è stato tra i padri fondatori e insieme uno dei critici più duri, da quando nel 2015 lo lasciò “con disagio profondo” nel pieno della stagione renziana, ha preso la tessera dem ieri mattina, a Genova, nel circolo di Portoria-Carignano.
“Non voglio incarichi di nessuna natura, e ci mancherebbe: questo partito ha un futuro solo se si affida a giovani e donne - è la precisazione dell’ex segretario della Cgil - Ma il nuovo gruppo dirigente ha bisogno di sostegno, c’è la corsa a mettere la segretaria in difficoltà, e che chi può faccia il suo mettendosi al servizio di tutti”.
Ma perché rientrare proprio ora, otto anni dopo il suo addio, con in mezzo tutto quello che è successo fuori e dentro il Pd?
“Perché finalmente ne condivido la linea politica, apprezzo il lavoro che sta facendo la nuova segretaria, e penso ci sia bisogno di sostenerlo. Viviam…
“Rientro per dare una mano”, dice Sergio Cofferati, da ieri (nuovamente) neo iscritto del Partito democratico. L'ex europarlamentare, che del Pd è stato tra i padri fondatori e insieme uno dei critici più duri, da quando nel 2015 lo lasciò “con disagio profondo” nel pieno della stagione renziana, ha preso la tessera dem ieri mattina, a Genova, nel circolo di Portoria-Carignano.
“Non voglio incarichi di nessuna natura, e ci mancherebbe: questo partito ha un futuro solo se si affida a giovani e donne - è la precisazione dell’ex segretario della Cgil - Ma il nuovo gruppo dirigente ha bisogno di sostegno, c’è la corsa a mettere la segretaria in difficoltà, e che chi può faccia il suo mettendosi al servizio di tutti”.
Ma perché rientrare proprio ora, otto anni dopo il suo addio, con in mezzo tutto quello che è successo fuori e dentro il Pd?
“Perché finalmente ne condivido la linea politica, apprezzo il lavoro che sta facendo la nuova segretaria, e penso ci sia bisogno di sostenerlo. Viviamo una fase del Paese molto difficile, in cui il governo di centrodestra si sta mostrando in tutti i suoi limiti: senza una politica economica, senza un vero orientamento sui grandi temi, incapace di affrontare le emergenze di qualunque natura, dall'immigrazione al lavoro. C’è bisogno di fare opposizione e proposte utili, e questo Pd ha assolutamente bisogno di rinforzarsi”.
Nel 2015 se ne andò sbattendo la porta, parlando di un partito finito. Cosa è cambiato?
“Tutto. La stagione del renzismo è definitivamente finita, per fortuna, e forse non poteva essere diversamente. Anche perché a vedere come e dove si sta collocando il segretario di allora, evidentemente, chi dubitava forse qualche ragione ce l’aveva”.
Però gli scossoni interni ci sono ancora, e non pochi. Tra fuoriuscite e correnti redivive, il Pd pare quello di sempre. Anche quello di Schlein. Ha ragione chi dice deve essere più inclusiva?
“No, c'è solo un partito che ha avuto momenti di crisi e sta ridefinendo il suo profilo, il suo orizzonte. Le opinioni diverse in un quadro del genere sono naturali, ma per quello che sta facendo il Pd c'è spazio per tutti. In questi mesi ho assistito alla quasi quotidiana ricerca di argomenti per mettere la segretaria in difficoltà. All’interno del partito, come all’esterno. Ma dentro il partito dovremmo cercare di evitare la tendenza all'organizzazione di gruppo”.
Ma non dovevano esaurirsi, le correnti all’interno del Pd?
“Io penso sia naturale avere idee diverse su molte cose, non trovo sia utile trasformare le diversità di opinione in strutture organizzate. Se ci siano ancora o meno, lo saprò dire solo ora, che ci ritorno. Ma penso che Elly abbia le spalle larghe, per fortuna, ha carattere e preparazione”.
A congresso appena finito metteva in guardia sulla necessità di un ricambio del gruppo dirigente, c’è stato per davvero?
“Il penso di sì, almeno in parte. Di sicuro si può fare meglio, però. Più giovani, più presenza e cultura femminile. Il ricambio generazionale è naturale, ma va accompagnato. E chi ha una storia, si renda disponibile a passarla ad altri: alla fine io rientro per questo. Il Pd ha davanti appuntamenti ravvicinati importanti come le Europee e le Regionali, se servirà il mio lo posso dare nella campagna elettorale come nella vita quotidiana del partito”.
A proposito di storia. Visto dalla sua di ex segretario nazionale della Cgil, il partito sta facendo quello che serve, sul tema del lavoro?
“Si può fare ben di più, ma va dato atto al Pd di essere riuscito a riproporre il tema del lavoro su una strada che la politica ha troppo spesso trascurato, quella dei salari e della contrattazione. La battaglia del salario minimo è importantissima, ma deve avere in parallelo un’iniziativa sul riconoscimento della contrattazione”.
L’area riformista del partito si agita, sul tema. Nel Pd aleggia ancora lo spettro del Jobs Act. Possibile? Come pensa verrà accolto, al suo rientro?
“Il Jobs Act è stata una storia sbagliata, una legge nata per far crescere l’occupazione togliendo diritti e introducendo flessibilità e condizioni generali che avvantaggiavano le imprese e indebolivano i lavoratori. È una fortuna, che il Pd si sia reso conto di quegli errori. In generale però noto un uso molto disinvolto della parola riformisti: non basta autoproclamarsi riformisti, bisogna esserlo. Se qualcuno nel Pd approva il Jobs Act deve spiegare qual è il contenuto riformista di quella brutta legge”.
Giusto tornare così spesso in piazza, come da linea Schlein, o ha ragione Calenda quando dice che in piazza ci si va per le emergenze costituzionali?
“Quello che conta è scegliere le priorità, gli argomenti su cui costruire la propria linea politica, e usare la piazza per sostenerla. Vero, ci si deve andare quando è necessità, ma un partito per fare politica deve usare tutti gli strumenti e i luoghi che sono disponibili, piazze comprese”.
Dopo le piazze comuni, in casa M5s Grillo è tornato a picconare il progetto di campo largo. In questa fase Pd e M5s si contendono elettori, temi, proposte. A chi deve guardare, il suo vecchio, nuovo partito?
“La discussione su chi sia più a sinistra tra Pd e M5s non mi appassiona, la trovo inutile, anzi dannosa. Capisco i tentativi di parlare al proprio elettorato, con le elezioni in vista: ma all’opposizione si dovrebbe dialogare, soprattutto sui temi portanti: trovare convergenze, non misurarsi. Erano partiti bene, faticano ora. Possiamo immaginare il perché”.
Ma quanto conterà, il risultato delle Europee?
“Tantissimo, e mi stupisce in negativo di quanto se ne parli, e quanto poco nel merito. Ne si tratta in termini nazionali, di equilibri politici, non dei cambiamenti che aspettano l’Europa, di quelli che dovrebbe fare per avvicinarsi all’idea dei padri fondatori, del fatto che ormai non c’è più nulla che possiamo risolvere da soli”.
Con Schlein eravate vicini di ufficio a Bruxelles, ai tempi dell’Europarlamento: quanto servirà quell’esperienza, in questo primo, vero test elettorale per la sua segreteria?
“Elly ha una grande passione e obiettivi dichiarati, e nel delineare la linea politica del Pd mi pare che l'esperienza europea abbia avuto un peso positivo. L’Europa è stata una palestra, per lei. Sa dove vanno collocati gli argomenti, come vanno difesi, come sviluppati. Sa parlare di diritti, solidarietà, immigrazione. Tutti banchi di prova dell'essere di sinistra. Per la sinistra, rimane una buona notizia”.