Giorgio Napolitano, un liberale tra le file del Pci. Colto e convinto europeista
di Stefano FolliGiorgio Napolitano ha vissuto molte vite, ma era rimasto sempre lo stesso: il giovane napoletano che aveva scelto il Pci senza mai confondere la lealtà al partito con la rinuncia a esercitare la ragione critica. Altri avevano abbandonato dopo i fatti d’Ungheria, nel 1956. Lui no, e in seguito fu criticato per questo. Come poteva, il brillante dirigente trentenne, sopportare la brutalità sovietica? Come poteva dimenticare le amicizie con certi suoi coetanei, spiriti liberi che rappresentavano la nuova generazione della cultura italiana: i Rosi, i Patroni Griffi, i La Capria, i Ghirelli e tanti altri, sullo sfondo della lezione di Curzio Malaparte? Infatti non li aveva dimenticati. Semplicemente egli non era un liberale capitato quasi per caso nelle file del Pci.
Era un comunista convinto e colto che aveva privilegiato l’opzione riformatrice in anticipo sui tempi. Compito storico del partito togliattiano, a suo avviso, era rinnovare la società italiana, affrontare il ritardo nello …
Giorgio Napolitano ha vissuto molte vite, ma era rimasto sempre lo stesso: il giovane napoletano che aveva scelto il Pci senza mai confondere la lealtà al partito con la rinuncia a esercitare la ragione critica. Altri avevano abbandonato dopo i fatti d’Ungheria, nel 1956. Lui no, e in seguito fu criticato per questo. Come poteva, il brillante dirigente trentenne, sopportare la brutalità sovietica? Come poteva dimenticare le amicizie con certi suoi coetanei, spiriti liberi che rappresentavano la nuova generazione della cultura italiana: i Rosi, i Patroni Griffi, i La Capria, i Ghirelli e tanti altri, sullo sfondo della lezione di Curzio Malaparte? Infatti non li aveva dimenticati. Semplicemente egli non era un liberale capitato quasi per caso nelle file del Pci.
Era un comunista convinto e colto che aveva privilegiato l’opzione riformatrice in anticipo sui tempi. Compito storico del partito togliattiano, a suo avviso, era rinnovare la società italiana, affrontare il ritardo nello sviluppo industriale del Meridione, trasformare il paese, ma senza inseguire l’illusione rivoluzionaria. Illusione a cui per la verità non credeva quasi più nessuno, se non in modo retorico, nel Pci degli anni Cinquanta, in un’Italia a economia capitalista che aderiva all’Alleanza Atlantica e che di lì a qualche anno avrebbe abbracciato l’Europa proprio grazie all’impegno di quel brillante partenopeo.
Metropolis - Addio a Napolitano: quando il Presidente si emozionava
La sua fedeltà a Togliatti era filtrata attraverso l’amicizia di Giorgio Amendola. Anche questi, figlio di Giovanni, il leader della sfortunata opposizione liberale a Mussolini, aveva fatto “una scelta di vita”, ma senza rinunciare a riflettere sui vizi antichi e le contraddizioni recenti di un paese bisognoso di robuste dosi di realismo, più che di utopie ideologiche. C’è stata una coerenza nell’itinerario politico di Napolitano, anche se non tutte le pagine sono condivisibili con la sensibilità di oggi. Ma non fu un uomo senza coraggio, secondo una critica ogni tanto affiorante. Seguiva la sua strada. Ci voleva coraggio a scegliere gli Stati Uniti - s’intende per conto del partito - e andare a spiegare agli americani la “via nazionale” del Pci, il suo non essere più un segmento dell’Internazionale a guida sovietica. Per riuscirci Napolitano imparò l’inglese, consapevole che dialogare attraverso un interprete non avrebbe dato risultati. Quindi gli Stati Uniti e la Comunità europea, non più regno di poteri finanziari ostili, bensì opportunità da cogliere per l’integrazione economica.
Giorgio Napolitano, il momento dell'elezione a presidente della Repubblica Italiana nel 2006
E sul piano interno il rapporto con i socialisti. Non più l’idea di assorbirli come dei figli traviati da riportare alla casa madre; e nemmeno la sudditanza nei confronti di Craxi, quasi ad ammettere l’errore della scissione di Livorno. Invece si coglie il tentativo, non riuscito, di costruire insieme una forza realmente riformatrice, nel solco del socialismo di un Carlo Rosselli. Qui il realista Napolitano, l’uomo che sapeva pesare i rapporti di forza e misurare gli obiettivi, non aveva abbastanza filo da tessere: i tempi non erano maturi, o per meglio dire il Pci e lo stesso Psi non erano interessati. Alle Botteghe Oscure l’anti-craxismo era una specie di religione, sul piano politico e soprattutto morale. Peraltro il profilo del “migliorista” si andava definendo proprio in quegli anni. Anche nella coerenza delle amicizie, fra tutte quella con Emanuele Macaluso, e dei rapporti di gioventù. Alla presidenza della Repubblica, quando nel maggio 2006 se ne presenta l’occasione, il predestinato tre i ranghi dell’ex Pci può essere solo Napolitano, il riformatore.
La commozione di Napolitano per le vittime del terrorismo politico nel 2009
Qui le date da ricordare sono tre. La prima è il 18 marzo 2011. Discorso alle Camere riunite per i 150 anni dell’unità d’Italia. Fu un omaggio non convenzionale al Risorgimento e alla visione larga di Cavour che volle credere alla nazione e a un’idea dello sviluppo. “Ce lo ha insegnato Rosario Romeo” disse il presidente, nominando lo storico liberale che non ancora trentenne aveva confutato la storiografia legata a Gramsci sulle pagine di “Nord e Sud” di Francesco Compagna. Pochi colsero la novità di quella citazione. Seconda data, 16 novembre 2011. L’uscita di scena di Berlusconi, con l’avvio del governo d’emergenza (ed europeista) di Mario Monti, gli verrà rimproverata da destra quasi come un “golpe”. Ma deve essersi trattato del più strano dei colpi di Stato. Tanto strano che l’esecutivo Monti è stato sostenuto da un’ampia base parlamentare di cui fecero parte subito e al completo i gruppi parlamentari berlusconiani. Un fiume carsico: di tanto in tanto riemergeva l’accusa di “golpismo”, a seconda delle convenienze, e poi scompariva. Oggi Forza Italia è il partito più filo-europeo della coalizione di destra.
Infine il 22 aprile 2013. Napolitano, rieletto al Quirinale, si rivolge al Parlamento con un discorso aspro e sferzante in cui lega la sua rielezione alla necessità delle riforme. Grandi applausi e poi tutti fanno orecchie da mercante. Il capo dello Stato spera nel dinamismo di Renzi, ma presto ne è deluso. Il referendum del 2016 sarà la sconfitta dei riformatori. Ma Napolitano non è più presidente, ha lasciato nel gennaio del ‘15 come promesso. Ancora una volta, lui realista, ha commesso un errore. L’Italia sembra irriformabile e forse lo è davvero.