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Napolitano, l’ombra della trattativa Stato-mafia e lo scontro con i pm per distruggere le telefonate con Mancino

Nicola Mancino insieme a Giorgio Napolitano

 
L’ex presidente della Repubblica fu chiamato a deporre davanti ai giudici siciliani in trasferta al Quirinale, la polemica sulla lettera del consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio a proposito degli “indicibili accordi”
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Il giorno che i giudici palermitani del processo trattativa Stato-mafia andarono a sentirlo come testimone al Quirinale, il 28 ottobre 2014, Giorgio Napolitano allontanò subito tutte le ombre che si erano addensate in quei mesi: “Farò il massimo sforzo per dare il massimo di trasparenza al mio operato e il massimo di contributo all’amministrazione della giustizia”. E ricordò di essere stato pure lui minacciato dalla mafia, ne 1993: “Servire il Paese significa anche mettere a rischio la propria vita”. Poi, lodò i magistrati: “Voi lo sapete meglio di chiunque altro”.

Con queste parole l’allora capo dello Stato volle chiudere una polemica accesa andata avanti per mesi, che aveva al centro una lettera scrittagli nel giugno 2012 dal suo consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, dimissionario dopo essere stato intercettato dai pubblici ministeri dell’inchiesta “Trattativa Stato-mafia” mentre parlava al telefono con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino.

Poco prima di morire, D’…

Il giorno che i giudici palermitani del processo trattativa Stato-mafia andarono a sentirlo come testimone al Quirinale, il 28 ottobre 2014, Giorgio Napolitano allontanò subito tutte le ombre che si erano addensate in quei mesi: “Farò il massimo sforzo per dare il massimo di trasparenza al mio operato e il massimo di contributo all’amministrazione della giustizia”. E ricordò di essere stato pure lui minacciato dalla mafia, ne 1993: “Servire il Paese significa anche mettere a rischio la propria vita”. Poi, lodò i magistrati: “Voi lo sapete meglio di chiunque altro”.

Con queste parole l’allora capo dello Stato volle chiudere una polemica accesa andata avanti per mesi, che aveva al centro una lettera scrittagli nel giugno 2012 dal suo consigliere giuridico, Loris D’Ambrosio, dimissionario dopo essere stato intercettato dai pubblici ministeri dell’inchiesta “Trattativa Stato-mafia” mentre parlava al telefono con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino.

Poco prima di morire, D’Ambrosio si era lasciato andare a uno sfogo, esprimeva un timore, “quello di essere stato considerato un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi, e ciò nel periodo fra il 1989 e il 1993”. Era il periodo in cui D’Ambrosio fu prima all’Alto commissariato per la lotta alla mafia e poi al ministero della Giustizia.

Ai magistrati di Palermo Napolitano disse di non sapere nulla delle “ipotesi” fatte da D’Ambrosio, né di avergli mai chiesto chiarimenti: “Sono stato peraltro io a voler pubblicare quella sua ultima lettera in un volume di scritti a lui dedicati – aggiunse – per documentare e onorare il travaglio umano e morale di un uomo, di un servitore dello Stato”. Per quelle telefonate – in cui si parlava dei misteri del 1992 e si auspicava “l’avocazione” dell’inchiesta di Palermo – D' Ambrosio era stato anche convocato dai magistrati siciliani, e lui stesso aveva parlato di “ipotesi” a proposito di alcune considerazioni fatte con Mancino.
Napolitano lo ribadì ancora una volta nel corso della sua audizione: “Non ho da riferire alcuna conoscenza utile al processo, come sarei ben lieto di poter fare se davvero ne avessi da riferire”.

Qualche tempo prima, invece, aveva portato i magistrati della procura di Palermo davanti alla Corte costituzionale in un “conflitto di attribuzione”, per distruggere le telefonate con Mancino finite casualmente sotto intercettazione. Ma fu per una questione giuridica che vennero cancellati quei dialoghi – il presidente della Repubblica non può essere intercettato – non c’erano segreti sulla trattativa Stato-mafia in quelle conversazioni. E in un altro passaggio dell’audizione al Quirinale, Napolitano lo volle ribadire: “Fu unanime la linea di fermezza dello Stato dopo le stragi del 1992”. E ancora: “Il clima era molto fortemente dominato dalle due tragedie e quindi debbo dire che in quel momento non vi furono, per quel che posso ricordare, distinzioni e contrapposizioni gravi sul da farsi”.

Poi, il processo di Palermo è andato avanti comunque. Già in primo grado l’ex ministro Mancino è stato assolto dall’accusa di falsa testimonianza che gli veniva contestata (l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli sosteneva di avergli parlato del dialogo di alcuni carabinieri del Ros con l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino). In appello, sono state invece ribaltate le condanne per gli ex ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno. Anche per i giudici della Cassazione, i dialoghi segreti con Ciancimino furono esclusivamente un’azione di polizia finalizzata alla cattura di Riina e non una trattativa. Assolto pure Marcello Dell’Utri, che era stato ritenuto in primo grado il tramite della minaccia mafiosa all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

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