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Gli Usa e Napolitano, feeling speciale: prima gli negarono il visto, poi divenne “King George”

(fotogramma)
Il giudizio storico di Kissinger: “Ha salvato la democrazia in Italia, era il mio comunista prediletto”. Obama lo definì “leader straordinario”
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Per Barack Obama era “un leader straordinario”. I cronisti amavano la battuta di Henry Kissinger, “il mio comunista prediletto”, ma il vero giudizio storico dell’ex Segretario di Stato venne nel 2015: “Ha salvato la democrazia in Italia, nel mezzo della crisi economica globale. Per me ha un grande significato celebrarlo, vero leader democratico, amico delle relazioni atlantiche, difensore della dignità degli esseri umani". L’ex ambasciatore Usa a Roma, Richard Gardner, lo definì “patriota, statista, amico degli Stati Uniti”. Gli elogi americani per Giorgio Napolitano, il presidente appena scomparso, non celano inamidata ipocrisia diplomatica, giungendo solo dopo un’aspra battaglia politica, lunga quasi un secolo.

I primi americani, Napolitano li aveva conosciuti da ragazzo militante comunista, a Napoli 1944, quando il sergente dello Psychological Warfare Branch dell’esercito Usa, Mikhail Kamenetzky, raccoglie intorno a Radio Napoli giornalisti, scrittori, registi, Ghirelli, La Capria,…

Per Barack Obama era “un leader straordinario”. I cronisti amavano la battuta di Henry Kissinger, “il mio comunista prediletto”, ma il vero giudizio storico dell’ex Segretario di Stato venne nel 2015: “Ha salvato la democrazia in Italia, nel mezzo della crisi economica globale. Per me ha un grande significato celebrarlo, vero leader democratico, amico delle relazioni atlantiche, difensore della dignità degli esseri umani". L’ex ambasciatore Usa a Roma, Richard Gardner, lo definì “patriota, statista, amico degli Stati Uniti”. Gli elogi americani per Giorgio Napolitano, il presidente appena scomparso, non celano inamidata ipocrisia diplomatica, giungendo solo dopo un’aspra battaglia politica, lunga quasi un secolo.

I primi americani, Napolitano li aveva conosciuti da ragazzo militante comunista, a Napoli 1944, quando il sergente dello Psychological Warfare Branch dell’esercito Usa, Mikhail Kamenetzky, raccoglie intorno a Radio Napoli giornalisti, scrittori, registi, Ghirelli, La Capria, Patroni Griffi, Rosi, che resteranno per sempre “gli amici di Giorgio”. Quanto a Kamenetzky, poi direttore del Corriere della Sera come Ugo Stille, i colloqui erano semplici, finita la Guerra Fredda, per il comune, razionale, guardare a storia e strategia, non a propaganda e polemiche.

Metropolis - Addio a Napolitano: quando il Presidente si emozionava

Se nel 1969, dalle colonne dell’Unità, organo del Partito comunista, Napolitano rimbrotta un gruppo di scienziati, guidati dal fisico Marcello Cini, ostili alla missione Nasa sulla Luna, ribadendo, pur nel linguaggio del tempo, che scienza e tecnologia vanno oltre la politica, è con gli anni Settanta che, con pazienza, tenacia, l’uso sottile della conversazione il futuro presidente prova a persuadere Washington ad ascoltare la sinistra e la sinistra ad abbandonare l’antiamericanismo.

“King George” lo battezzerà il New York Times, ma gli esordi della sua “personal diplomacy”, metà anni ’70, non sono facili. L’ateneo MIT di Boston lo invita per una serie di conferenze, grazie ai buoni uffici dell’economista Nobel Modigliani, e l’ambasciatore nixoniano John Volpe, detto sui manifesti di protesta “John Golpe”, gli nega il visto, “È iscritto al Pci”. Malgrado la garanzia privata dell’avvocato Agnelli al senatore Ted Kennedy, Napolitano dovrà attendere la presidenza democratica di Jimmy Carter, l’arrivo a Roma dell’ambasciatore Dick Gardner e dell’influente addetto culturale Joe LaPalombara, docente a Yale, per viaggiare finalmente negli Usa. Agnelli lo riceve, in segreto, nella casa di Park Avenue e lo fa invitare al Council on Foreign Relations, mentre suo figlio Edoardo, studente a Princeton, lo interroga in pubblico “Che rimane in voi di Marx?”.

Un diplomatico, protagonista di quella stagione, ricorda commosso “Anni duri. L’Urss di Breznev rilanciava l’imperialismo, da Kabul a Varsavia, dislocava i missili SS-20, rompendo l’equilibrio con la Nato. Berlinguer dichiarava di credere nell’Alleanza Atlantica, parlava di fine della spinta del Pcus, ma poi in Parlamento, come Gardner ammetterà sconsolato nel documentario di Veltroni, ci votava contro. I nostri erano divisi, Gardner perplesso, LaPalombara, vicino di casa del leader Cgil Bruno Trentin, più aperto. Perfino alla Cia c’era dibattito, mi creda: la dirigente dell’intelligence a Roma era paladina del dialogo!”.

Giorgio Napolitano, il momento dell'elezione a presidente della Repubblica Italiana nel 2006

Sono anche i giorni atroci del rapimento Moro, dei militanti Br che si fanno arrestare a casa della figlia di Giorgio Composto, capo del Kgb sovietico nel nostro paese. Pur di non chiudere i rapporti, Napolitano dialoga senza sosta, magari usando le amicizie del Bar Roma, a Cetona, borgo toscano dove villeggia Enzo Viscusi, plenipotenziario Eni a New York, che gli presenta l’establishment a stelle e strisce, dal senatore Gary Hart allo studioso Ian Bremmer. Altra sponda è Cesare Merlini, del Consiglio Italia-Stati Uniti, la cui casa ospita gli incontri off the record.

Nel 1982, Napolitano concede una lunga intervista al professor Michael Harrison, della Johns Hopkins University, pubblicata da Sais Review: è un testo da tradurre ora in memoria di un presidente capace di solidarizzare con gli Usa, criticare l’Urss, spronare gli europei, castigare i pacifisti estremisti, incitare il proprio partito a colmare i gravi ritardi, invocare democrazia contro il terrorismo, conscio che, “perdendo le masse”, la campagna per portare la sinistra in Occidente sarebbe fallita. Vennero poi le visite ufficiali, gli incontri fra Quirinale e Casa Bianca, i riconoscimenti prestigiosi, la difesa dell’economia dal crack 2011, pagata con una campagna canagliesca di destre, sinistre, populisti, ma quel lavorio solitario, ingrato, ostinato di Giorgio “King George” Napolitano resterà monumento nobile a pace e solidarietà atlantica.

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