Occhetto: “Giorgio Napolitano ed io, divisi su Berlinguer ma compagni leali. Monti fu il suo errore”
di Stefano CappelliniAchille Occhetto, è scomparso uno degli ultimi padri nobili della sinistra e grandi leader provenienti dalla storia del Partito comunista italiano. Qual è il suo ricordo di Giorgio Napolitano?
“Lo ricordo con commozione e affetto, se ne va un compagno di tante battaglie. In questo momento voglio rivolgere un pensiero a una roccia, un pilastro della vita di Napolitano, sua moglie Clio”.
Che politico è stato Napolitano?
“Di prim’ordine. Uno dei più significativi esponenti della Prima Repubblica”.
E due volte presidente della Repubblica nella Seconda.
“Ricordo la sua sincera commozione quando immediatamente dopo la prima elezione lo chiamai per congratularmi. Malgrado le molteplici occasioni di disaccordo i nostri rapporti sono sempre stati civili e spesso affettuosi”.
Quali furono le divergenze più importanti ai tempi del Pci?
“Al momento della scelta tra Napolitano e Berlinguer come segretario dopo Longo, io da membro della segreteria fui interpellato e scelsi Berlinguer. Poi fu N…
Achille Occhetto, è scomparso uno degli ultimi padri nobili della sinistra e grandi leader provenienti dalla storia del Partito comunista italiano. Qual è il suo ricordo di Giorgio Napolitano?
“Lo ricordo con commozione e affetto, se ne va un compagno di tante battaglie. In questo momento voglio rivolgere un pensiero a una roccia, un pilastro della vita di Napolitano, sua moglie Clio”.
Che politico è stato Napolitano?
“Di prim’ordine. Uno dei più significativi esponenti della Prima Repubblica”.
E due volte presidente della Repubblica nella Seconda.
“Ricordo la sua sincera commozione quando immediatamente dopo la prima elezione lo chiamai per congratularmi. Malgrado le molteplici occasioni di disaccordo i nostri rapporti sono sempre stati civili e spesso affettuosi”.
Quali furono le divergenze più importanti ai tempi del Pci?
“Al momento della scelta tra Napolitano e Berlinguer come segretario dopo Longo, io da membro della segreteria fui interpellato e scelsi Berlinguer. Poi fu Napolitano, anni dopo, a esprimere contrarietà alla mia elezione a leader”.
Metropolis - Addio a Napolitano: quando il Presidente si emozionava
Vi divideva anche il giudizio politico sull’ultimo Berlinguer.
“Non condividevo le sue critiche alla questione morale sollevata da Berlinguer, che a mio avviso ebbe il merito di porre per primo un tema cruciale. Berlinguer non invocò la magistratura ma chiese l’autoriforma della politica. Quella che chiese in piena Tangentopoli anche Craxi nel famoso discorso in aula, quando chiamò in correità tutta la politica. Ma ormai era tardi”.
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E le divergenze dopo la fine del Pci?
“Un atteggiamento diverso verso la globalizzazione neoliberista e le politiche dell’austerità. E i miei dubbi quando come presidente della Repubblica, davanti alla bancarotta di Berlusconi, lavorò alla tela acuta e sottile del governo tecnico di Mario Monti, da cui però è nata la grande crisi della sinistra”.
Perché?
“Se si fosse votato subito dopo le dimissioni di Berlusconi ci sarebbe stato un successo della sinistra. Non so se sarebbe bastato a formare un governo, ma avrebbe rimesso in movimento la politica, l’unico humus nel quale la sinistra può vivere”.
Anche lei da leader del Partito democratico della sinistra, il soggetto nato sulle ceneri del Pci, votò il sostegno a un governo tecnico, quello di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. E poi perse le elezioni contro Berlusconi.
“Un governo tecnico può servire in alcuni momenti a fronteggiare emergenze, ma se si toglie dalla politica il sale, cioè il contrasto, la sinistra è la prima a pagare un prezzo. Però vorrei fosse chiaro che mai le nostre divergenze sono sfociate in astio personale. Anzi, se permette, ora vorrei ricordare i grandi meriti di Napolitano”.
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Ci mancherebbe. Quale fu il più grande?
“Mi piace sottolineare la sua funzione di convinto europeista ante litteram”.
Un comunista atipico: euro-atlantista.
“Tra i ricordi personali spicca la sua preziosa collaborazione nel corso delle mie iniziative da segretario verso i socialisti europei per ottenere l’ingresso nella famiglia. Quando ho compiuto il primo viaggio di un leader comunista negli Usa fu importantissimo il suo meticoloso contributo nel costruire una rete di incontri politici”.
Napolitano nella storia della sinistra italiana, in una parola.
“Unitario. Si è battuto per l’esigenza di ricostruire una storia comune della sinistra che sanasse la scissione di Livorno”.
Ma l’unità socialista è rimasta sepolta dalla storia. Molti rimproverano a lei di non aver voluto cogliere l’occasione ai tempi della svolta della Bolognina.
“Prima che io proponessi la svolta si era aperto un colloquio tra la corrente di Napolitano e i socialisti. Quando proposi di superare il Pci, Craxi si irritò molto perché pensava che la svolta avrebbe interrotto quel cammino. Anche Napolitano fu all’inizio molto freddo. Fu Emanuele Macaluso che disse: noi come riformisti non possiamo metterci contro”.
Napolitano era politicamente più vicino a Craxi che a Berlinguer?
“Napolitano non amava gli eccessi del craxismo, ma per un certo periodo pensò che ci fossero più aspetti di modernità nella politica di Craxi che non in quella di Berlinguer. In questo, come ho detto, secondo me sbagliava. Con Berlinguer c’erano differenze caratteriali, non erano fatti per andare a cena insieme tutte le sere. Ciò non toglie che Berlinguer affidò proprio a lui e me il compito di scrivere il programma di medio termine del Pci. All’epoca la politica sapeva ancora valorizzare la collaborazione tra diversi, una cosa che oggi si è totalmente smarrita”.
La visita di Benedetto XVI al Quirinale nel 2008, il Pontefice accolto da Giorgio Napolitano
Come risolveste i dissidi tra di voi nella stesura del programma?
“Io mi occupai della parte valoriale, Napolitano della parte economica. Lui guardava con compiacenza gli aspetti di più lunga prospettiva che mettevo nella mia parte, e io apprezzavo la sua concretezza e anche l’originalità di molte posizioni della sua corrente migliorista”.
Gianni Cervetti, esponente della corrente e grande amico di Napolitano, dice che a loro non piaceva essere chiamati miglioristi. Che era uno spregiativo usato dagli avversari interni.
“Non mi pare. Lo usarono per primi alcuni intellettuali vicini al partito per sostenere l’idea che la società potesse essere gradualmente migliorata anziché rivoluzionata”.
Non una brutta idea.
“Anche a me è sempre piaciuto definirmi riformista”.