Il grande flop sui migranti che allarma il governo Meloni
La premier Giorgia Meloni e il ministro Piantedosi
Il biglietto da visita è stato il decreto rave-party, giusto per presentare il nuovo volto del Viminale: pugno duro contro “l’invasore”, che siano giovani che si impadroniscono di un’area o migranti che approdano sui barchini. Ma le ossessioni di Matteo Piantedosi sono gli sgomberi di edifici occupati abusivamente ( a decine ovunque ma non quello di Casapound a Roma), le operazioni “alto impatto” nelle stazioni e le “bonifiche” nelle Caivano d’Italia. Termini roboanti per rendere plasticamente l’impronta securitaria di un governo che ritiene inasprimento delle pene (anche per i minori) e militarizzazione delle città strumenti efficaci per il ripristino della legalità.
Un’impronta affidata al prefetto-ministro con ormai malcelate ambizioni politiche che davanti all’enorme impatto emotivo delle cento vittime del naufragio di Cutro, un terzo dei quali bambini, riuscì a puntare l’indice contro i genitori: «L’unica cosa che va detta è: i migranti non devono partire. La disperazione non può…
Il biglietto da visita è stato il decreto rave-party, giusto per presentare il nuovo volto del Viminale: pugno duro contro “l’invasore”, che siano giovani che si impadroniscono di un’area o migranti che approdano sui barchini. Ma le ossessioni di Matteo Piantedosi sono gli sgomberi di edifici occupati abusivamente ( a decine ovunque ma non quello di Casapound a Roma), le operazioni “alto impatto” nelle stazioni e le “bonifiche” nelle Caivano d’Italia. Termini roboanti per rendere plasticamente l’impronta securitaria di un governo che ritiene inasprimento delle pene (anche per i minori) e militarizzazione delle città strumenti efficaci per il ripristino della legalità.
Un’impronta affidata al prefetto-ministro con ormai malcelate ambizioni politiche che davanti all’enorme impatto emotivo delle cento vittime del naufragio di Cutro, un terzo dei quali bambini, riuscì a puntare l’indice contro i genitori: «L’unica cosa che va detta è: i migranti non devono partire. La disperazione non può mai giustificare un viaggio che mettere in pericolo la vita dei propri figli».
Nient’altro che il paradigma dell’operazione culturale, profondamente razzista e drammaticamente a perdere, che il governo Meloni sta provando a far passare nella pancia del Paese: la paura del diverso, la criminalizzazione dei migranti che attentano alla sicurezza dei territori e pesano sul bilancio statale, lo spettro dell’invasione se non addirittura della sostituzione etnica. Solo che la ricetta securitaria per la gestione dei flussi migratori, affiancata alla presunzione di efficacia di misure di mera propaganda (dal blocco navale ai porti chiusi, dagli sbarchi selettivi ai respingimenti di massa e ai patti con i dittatori africani), ha portato a uno dei peggiori risultati di sempre, certamente per un governo di destra che ha promesso di azzerare gli sbarchi.
E invece di migranti, in un anno di governo Meloni, ne sono già arrivati più di 160.000, con una pressione su Lampedusa mai vista, provocata dallo smantellamento del sistema di soccorsi e dalla lotta alle Ong, con più di 2.000 vittime nel Mediterraneo e l’arrivo sull’isola di migliaia di barchini.
Il decreto Cutro ha fatto il resto, rispondendo ad una tragedia che ha evidenziato la sciagurata scelta di privilegiare le operazioni di polizia in mare rispetto a quelle di ricerca e soccorso, con il picconamento del sistema di accoglienza italiano, rivelatosi ora del tutto inadeguato all’esigenza di offrire un tetto a chi arriva. Donne, bambini, uomini che questo governo non vuole integrare, ma solo rimandare a casa. Tendopoli, container, Cpr: bombe sociali pronte ad esplodere. E il cerchio della filosofia securitaria torna a chiudersi.