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Gemma Calabresi: “Napolitano volle quell’abbraccio tra me e la vedova Pinelli. E io pensai: finalmente”

Napolitano con Gemma Calabresi e Licia Pinelli

 
La vedova del commissario ucciso: “Un gesto di una tenerezza infinita, le nostre mani intrecciate alle sue. Era il 9 maggio 2009 e quello fu un segnale di pacificazione”
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Signora Gemma Calabresi Milite, possiamo tornare indietro nel tempo, al 9 maggio del 2009? Ci sono molte foto con il presidente Giorgio Napolitano al Quirinale seduto tra Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico morto in questura, alla sua destra e alla sua sinistra lei, vedova del commissario che su Pinelli aveva indagato…

«Sì, la cerimonia ufficiale era finita, c’erano già stati i discorsi, e avevo appena incontrato la signora Licia. Ma poi il Presidente ci ha voluto, con le nostre famiglie, in un incontro privato. E, prendendo le nostre mani, le ha unite alle sue».

Mani nelle mani tutti e tre?

«Siamo stati così forse venti minuti. Un gesto di una tenerezza infinita, un momento bellissimo e indimenticabile».

La commozione di Napolitano per le vittime del terrorismo politico nel 2009

Quel giorno il Presidente della Repubblica pronunciò alcune frasi senza precedenti: «Qui si compie un gesto politico e istituzionale». E parlò d…

Signora Gemma Calabresi Milite, possiamo tornare indietro nel tempo, al 9 maggio del 2009? Ci sono molte foto con il presidente Giorgio Napolitano al Quirinale seduto tra Licia Pinelli, vedova del ferroviere anarchico morto in questura, alla sua destra e alla sua sinistra lei, vedova del commissario che su Pinelli aveva indagato…

«Sì, la cerimonia ufficiale era finita, c’erano già stati i discorsi, e avevo appena incontrato la signora Licia. Ma poi il Presidente ci ha voluto, con le nostre famiglie, in un incontro privato. E, prendendo le nostre mani, le ha unite alle sue».

Mani nelle mani tutti e tre?

«Siamo stati così forse venti minuti. Un gesto di una tenerezza infinita, un momento bellissimo e indimenticabile».

La commozione di Napolitano per le vittime del terrorismo politico nel 2009

Quel giorno il Presidente della Repubblica pronunciò alcune frasi senza precedenti: «Qui si compie un gesto politico e istituzionale». E parlò della necessità di «rispetto e omaggio» per «la figura di un innocente, Giuseppe Pinelli, che fu vittima due volte», prima dei sospetti e poi «d’un’improvvisa, assurda fine» nella questura. Che cosa ha pensato?

«Ho trovato più che giusto quel discorso. All’interno della nostra famiglia avevamo ragionato moltissimo sulla strage di piazza Fontana e su quel periodo terribile. E che Giuseppe Pinelli fosse anch’egli una vittima per tutti noi era decisamente chiaro».

Quindi, nessuna titubanza…

«Assolutamente, ma confesso che quando Giorgio Napolitano ci ha fatto sapere che, per scelta sua, voleva lanciare al Paese un indiscutibile segnale di pacificazione, e quindi voleva insieme al Quirinale me e Licia Pinelli, ho avuto un’acuta sensazione d’ansia. Ero in cucina, mi sono seduta, sono rimasta così per un po’, a pensare a tante cose».

Si può immaginare che sia accaduto qualcosa di simile anche alla signora Licia Rognini Pinelli…

«L’ansia infatti m’è passata pensando che anche in quella famiglia un giorno il papà non è più tornato a casa. E quindi chi più di noi due vedove poteva capire l’altra? Abbiamo vite e storie diverse, ma il dolore, certi dolori, sono comuni».

Era previsto l’incontro poco prima della cerimonia?

«No. Entrando, l’ho vista. Sarebbe stata seduta davanti a me. Ho pensato molto velocemente: che faccio? Mi siedo, lei si volta, e facciamo finta di niente? Assurdo, no? Quindi sono andata dalla signora Licia, che si è alzata. Ci siamo guardate negli occhi e ci siamo abbracciate, spontaneo per tutt’e due. M’è venuto da dire: finalmente. E lei ha aggiunto: peccato non averlo fatto prima».

E si può dire che senza Napolitano non sarebbe successo?

«La Giornata l’ha voluta lui e il “9 maggio” è diventata una data importante. La sua cifra era mettere insieme il senso delle istituzioni e l’affetto umano. Con noi due, quel giorno, è stato tenerissimo».

E politicamente chiarissimo: «Il nostro stato democratico porta su di sé questo peso», e cioè il peso delle sofferenze e dei depistaggi, di «ogni ambiguità e insufficienza di risposte» per le vittime. Da allora sono però trascorsi altri 14 anni e i metaforici armadi sono rimasti chiusi. Che ne pensa?

«Sono rimaste ombre, senz’altro. L’osservazione è centrata, ma mi scuserà se in questo tipo di discorso non entro. Solo perché alla mia età guardo oltre, sono in pace con me stessa e con l’umanità. È stato un cammino veramente difficile e ho perdonato anche chi ha ucciso Gigi. In quel 2009 ero da tempo sul cammino di cui parlo nel libro La crepa e la luce. Se non voglio entrare in questi discorsi, dico senza il minimo dubbio che la chiarezza manca e invece farebbe bene a tutti».

Può confermare che, quando era con voi, il Presidente dava l’impressione di conoscere alla perfezione la vicenda?

«Assolutamente sì. Non era un incontro organizzato per dovere istituzionale, ma, se posso dire, “di pancia”. Voleva parlare con noi vedove e lanciare un messaggio di verità e pacificazione».

E durante il discorso gli si è incrinata la voce…

«È vero, sono convinta che avesse fatto sue le storie delle vittime del terrorismo, che avesse studiato vite e sofferenze. Si emozionava ma voleva tradurre il sentimento in azione».

È stato il primo post-comunista a diventare ministro dell’Interno, magari anche da questo dipende un importante cambio di rotta…

«Forse sì, ha avuto un cammino particolare, diventando una figura che infondeva sicurezza. Era uno di quelli ai quali ci si può rivolgere sapendo che ti ascolta. Sicurezza e serenità, penso a lui con queste due parole riconoscenti».

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