Per Napolitano la sinistra in ordine sparso e tante assenze a destra. L’immagine più forte è il Papa davanti alla bara
di Stefano CappelliniROMA - C’è qualcosa che va oltre la sorpresa e oltre i cerimoniali, e dice molto della politica italiana di questi anni, nel fatto che l’immagine più forte della camera ardente in Senato per Giorgio Napolitano sia quella di un Papa ritto davanti alla bara. Che sia ritto non è un dettaglio: Bergoglio è entrato nella sala Nassiriya di Palazzo Madama in carrozzina. «Un ricordo e un gesto di gratitudine a un grande servitore della patria», firmato Francesco. Così è scritto nel messaggio lasciato dal pontefice su carta intestata del Senato. Anche le parole che il Papa ha rivolto nel telegramma a Clio Bittoni, compagna di una vita di Napolitano, non sono scontate: «Ho apprezzato l’umanità e la lungimiranza nell’assumere con rettitudine scelte importanti, specialmente in momenti delicati per la vita del Paese». Proprio quelle «scelte importanti» in «momenti delicati» sono tra le ragioni che hanno creato dissensi e malumori sulla presidenza di Napolitano, a destra come a sinistra. Eppure…
ROMA - C’è qualcosa che va oltre la sorpresa e oltre i cerimoniali, e dice molto della politica italiana di questi anni, nel fatto che l’immagine più forte della camera ardente in Senato per Giorgio Napolitano sia quella di un Papa ritto davanti alla bara. Che sia ritto non è un dettaglio: Bergoglio è entrato nella sala Nassiriya di Palazzo Madama in carrozzina. «Un ricordo e un gesto di gratitudine a un grande servitore della patria», firmato Francesco. Così è scritto nel messaggio lasciato dal pontefice su carta intestata del Senato. Anche le parole che il Papa ha rivolto nel telegramma a Clio Bittoni, compagna di una vita di Napolitano, non sono scontate: «Ho apprezzato l’umanità e la lungimiranza nell’assumere con rettitudine scelte importanti, specialmente in momenti delicati per la vita del Paese». Proprio quelle «scelte importanti» in «momenti delicati» sono tra le ragioni che hanno creato dissensi e malumori sulla presidenza di Napolitano, a destra come a sinistra. Eppure c’è un pezzo di Paese che quelle scelte le ha capite e apprezzate, anche al di qua del Tevere.
Tra le centinaia di persone in fila fuori dal Senato dalle dieci del mattino quasi tutti insistono su un punto: «Siamo qui per un uomo che ha difeso e onorato le istituzioni». Ci sono cittadini semplici, non necessariamente elettori della sinistra. C’è un concittadino di Clio, nativo di Chiaravalle nelle Marche. Ci sono ex segretari di sezione del Pci, coppie di sessantenni con figli e nipoti, c’è l’ex vicesindaco migliorista di Guidonia, c’è uno degli allievi prediletti dell’ex capo dello Stato, il suo concittadino Umberto Ranieri, ex parlamentare che ha evitato l’ingresso per le autorità («Napolitano non avrebbe apprezzato, si metteva in fila come tutti anche per fare i biglietti al San Carlo», spiega Ranieri) e che pochi minuti dopo esce in lacrime dalla camera ardente. Ci sono anche giovani, come Noemi e Alice, vent’anni a testa, appena nate quando Napolitano fu eletto al Quirinale: «Un grande presidente», dicono entrambe convinte ed emozionate. Non un bagno di popolo, numeri contenuti. I riformisti come Napolitano ci hanno fatto i conti per una vita: per qualcuno è la loro condanna, il minoritarismo persino nel proprio campo, per altri è il segno del loro coraggio, essere andati davvero controcorrente, anche in tempi nei quali i sedicenti controcorrente sono in genere conformisti da bar sport.
Quando Palazzo Madama apre le porte al pubblico, poco dopo le 11, dalla camera ardente è già passato il presidente Sergio Mattarella, che con Napolitano ha condiviso l’esperienza di un bis al Colle e la responsabilità di aver salvato più volte il sistema dal collasso. Mattarella si è trattenuto in raccoglimento ai piedi della bara, dove c’è un cuscino in velluto scuro con il Gran cordone al merito della Repubblica dei Cavalieri di Gran Croce, titolo che rappresenta la più alta delle onorificenze.
Il presidente della Repubblica Mattarella rende omaggio al feretro di Giorgio Napolitano
Mattarella ha parlato a lungo con la moglie Clio, con i figli Giovanni e Giulio. Stringe le mani a Clio anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si intrattiene a parlare con Giulio; arriva l’ex presidente Mario Draghi che non scuce una parola né un gesto; c’è il commissario europeo Paolo Gentiloni; entrano insieme Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini e Mario Monti, il capo del governo che Napolitano insediò dopo la caduta dell’ultimo Berlusconi e che sfruttò l’occasione per lanciarsi in una effimera e fallimentare avventura elettorale. Ci sono i due presidenti delle Camere, il leghista Lorenzo Fontana e il padrone di casa Ignazio La Russa, che poco dopo accoglie personalmente i primi visitatori in coda davanti al portone. Serviranno un altro paio d’ore prima che si veda un membro del governo rendere omaggio a Napolitano: è il sottosegretario Vittorio Sgarbi, accompagnato dall’ex presidente del Senato Marcello Pera. Tra i primi a entrare in Senato c’è invece Renata Polverini: «Lo ricordo con grande affetto, capitava che mi telefonasse quando ero presidente del Lazio. Quando scoppiò il caso Fiorito mi disse: fate capire a Berlusconi che non è il caso che vada in tv…». Tanti gli assenti a destra, c’è tempo ancora lunedì, prima dei funerali laici di domani alla Camera.
A sinistra, invece, prima o dopo si presentano quasi tutti. In ordine sparso, come da facile simbolismo. Napolitano ha lasciato tanti allievi, molta ammirazione, ma anche scie di scontento bipartisan: la stabilità, bussola suprema per il presidente migliorista, è diventata nella nuova narrazione dem il primo dei mali della sinistra. La chiamano come una malattia: governite. La destra recrimina per la caduta di Berlusconi, la sinistra per il male delle larghe intese e delle grandi coalizioni. Nel Paese sono sentimenti diffusi, coltivati con arte tribunizia, quella che Napolitano più detestava.
Di prima mattina arrivano il segretario della Cgil Maurizio Landini e Elly Schlein, vestita di nero, che precede di poco Giuseppe Conte. La segretaria dem fu protagonista di Occupy Pd, la protesta dei militanti dopo il siluramento di Romano Prodi e la rielezione di Napolitano al Quirinale, una frattura che nemmeno il colpo di scena delle ultime primarie è servito a sanare. Si rivede anche Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista mentre Fausto Bertinotti da presidente della Camera minava il Prodi bis e Napolitano si preparava a sciogliere le Camere. «Dal Colle – ricorda Giordano – mi chiamava in privato, quasi mi rimproverava come ai tempi del Pci, io cercavo di spiegare che stavamo cercando di fare la nostra politica…». Vecchie storie, forse non così inattuali.
Sfila la sinistra degli ex compagni di partito, Walter Veltroni, Piero Fassino e la moglie Anna Serafini, anche lei ex parlamentare dei Democratici di sinistra. Nel pomeriggio tocca a Enrico Letta, legato a Napolitano da un rapporto molto forte. Non corre il rischio di incrociare Matteo Renzi, nella delegazione di Italia viva l’ex presidente del Consiglio non c’è, sta all’estero da qualche giorno e tornerà per il funerale. «Un patriota», dice Francesco Rutelli prima di entrare nella camera ardente insieme alla moglie Barbara Palombelli.
Il giornalista Paolo Franchi, amico e biografo del presidente, esce da Palazzo Madama e ricorda: «All’inizio dei Settanta ero leader degli studenti comunisti e lui già un dirigente di primo piano del partito. Quando mi feci crescere la barba, non disse niente ma da uno sguardo capii che lo considerava un cedimento allo spirito dei tempi. Questo era l’uomo». Allo spirito dei tempi non ha mai ceduto. Un buon epitaffio. Sul registro delle visite non l’ha scritto nessuno, ma di Napolitano l’hanno pensato tutti quelli che oggi lo piangono.