ROMA – La necessità di tenere aperta la porta del dialogo con l’Ue, il pressing della Lega che la invita «a fare da sola adesso». Giorgia Meloni tenta di uscire dall’angolo con il lancio di una fase due, sui migranti, dai contorni indefiniti. Non può che far leva su un paio di provvedimenti già annunciati, che però stentano a decollare: la stretta sui baby-migranti e il tentativo di facilitare le espulsioni. La premier saluta oggi il primo anno dalla vittoria elettorale con il peso di un’ammissione di colpa: «I risultati non sono quelli sperati». E con la consapevolezza che non è una partita secondaria, quella che sta perdendo, perché sugli sbarchi si gioca una fetta di elettorato.
Ancora una volta Meloni è costretta a muoversi su due canali diversi. Da un lato, non ci sarà l’abbandono della via diplomatica, e anzi la responsabile del governo ha accolto con soddisfazione l’apertura di Macron di ieri e il via libera dell’Unione europea ai primi fondi a sostegno dell’accordo con Tunisi.…
ROMA – La necessità di tenere aperta la porta del dialogo con l’Ue, il pressing della Lega che la invita «a fare da sola adesso». Giorgia Meloni tenta di uscire dall’angolo con il lancio di una fase due, sui migranti, dai contorni indefiniti. Non può che far leva su un paio di provvedimenti già annunciati, che però stentano a decollare: la stretta sui baby-migranti e il tentativo di facilitare le espulsioni. La premier saluta oggi il primo anno dalla vittoria elettorale con il peso di un’ammissione di colpa: «I risultati non sono quelli sperati». E con la consapevolezza che non è una partita secondaria, quella che sta perdendo, perché sugli sbarchi si gioca una fetta di elettorato.
Ancora una volta Meloni è costretta a muoversi su due canali diversi. Da un lato, non ci sarà l’abbandono della via diplomatica, e anzi la responsabile del governo ha accolto con soddisfazione l’apertura di Macron di ieri e il via libera dell’Unione europea ai primi fondi a sostegno dell’accordo con Tunisi. La strategia del dialogo internazionale, fondata sull’accordo con i Paesi transfrontalieri del Mediterraneo per fermare le partenze, è confermata. Per il resto, tutto è legato al piano Mattei, altra incognita.
Nel frattempo, però, la presidente del Consiglio deve mostrare il pugno duro, per dare una risposta alla Lega che ha cominciato a sparare ad alzo zero sul fallimento delle politiche sin qui adottate sull’immigrazione. L’intervista al vicesegretario Andrea Crippa, pubblicata ieri su Repubblica, segna l’escalation del dissenso interno: «Gli italiani si attendono un atteggiamento più deciso e incisivo, bisogna rischiare del proprio come faceva Salvini». Ora, Meloni non ha in mente di tornare ai respingimenti come suggerito da Crippa (voce del segretario leghista) ma la decisione presa è quella di dare una svolta caratterizzata dal maggior rigore. Una svolta cominciata con la norma che aumenta il tempo di permanenza degli immigrati nei centri per il rimpatrio, da 12 a 18 mesi, ma che dovrebbe appunto concretizzarsi con altre disposizioni, in primis quella che riguarda il raddoppio del numero dei Cpr, che ha suscitato perplessità fra gli amministratori locali. Ma ci sono altre due “leggine” allo studio di Viminale e ministero della Giustizia. La prima è una stretta sui baby-migranti: riguarda i casi in cui viene autocertificata un’età che non corrisponde a quella anagrafica per poter usufruire dei vantaggi concessi ai minori. Il governo vorrebbe agire su questo aspetto, in particolare quando la differenza tra l’età dichiarata e l’aspetto fisico è marcata. La seconda norma in cantiere permette di poter espellere immediatamente gli stranieri ritenuti socialmente pericolosi, azzerando, se necessario, le garanzie riconosciute sinora a chi è sottoposto a procedimento giudiziario o è imputato in un processo. Interventi che Meloni avrebbe voluto portare in Consiglio dei ministri oggi ma che a meno di sorprese resteranno in stand by, fermi ai nastri di partenza della fase due. Anche perché sarebbero al vaglio del Quirinale, che ne sta valutando eventuali profili di incostituzionalità. I provvedimenti, che dovrebbero diventare emendamenti al decreto Caivano, non sono dunque all’odg del Consiglio dei ministri di oggi. Ed è difficile che vengano esaminati nel Consiglio di giovedì, quando in agenda c’è un argomento “pesante” come la Nadef. Ma la premier non se li vuole rimangiare.
Il clima è di pressione, su Palazzo Chigi, da parte della Lega: «La fase due dovrà essere caratterizzata dal coraggio di decisioni drastiche», commenta Crippa, fedelissimo di Salvini. E allora c’è chi legge l’annuncio di Meloni di una nuova fase come un proposito che travalica le politiche migratorie: l’intenzione sarebbe aprire un nuovo capitolo nell’intera attività di governo. Magari attraverso un rimpasto. Ma è un’ipotesi che per ora è smentita con forza da Palazzo Chigi. Malgrado i riflettori restino puntati su Daniela Santanchè, da mesi sulla graticola per la sua attività come manager di Visibilia: in mancanza di un rinvio a giudizio nelle indagini a suo carico, la ministra del Turismo per ora non dovrebbe saltare. La Lega non fa sconti neppure a Santanchè, e ha fatto sapere di non apprezzare particolarmente il suo ddl sugli affitti brevi, altro tema sul tavolo del governo.
Questo fa pensare che il tema migranti sia la punta di un iceberg: concerne il rapporto con l’Europa e quindi la campagna per le elezioni di giugno a Bruxelles, che sta producendo forti scossoni nella maggioranza. Il Carroccio ha promosso un vertice delle forze politiche di estrema destra che fanno parte del gruppo di Identità e democrazia. E Crippa ha lanciato la sua sfida agli alleati: «L’invito è esteso a tutte le forze politiche di destra e di centro, che non vogliono governare con i socialisti». Meloni ha già detto di non voler dichiarare intese politiche prima delle elezioni. Mentre il vicepremier Antonio Tajani, segretario di Forza Italia e vicepresidente del Ppe, nel corso di In mezz’ora su Raitre, ha chiuso in modo netto: «Ho contribuito nel 2019 a fare eleggere Ursula von der Lyen alla presidenza della commissione e credo di aver fatto bene. Noi stiamo con l’Europa». Il duello, anche nella fantomatica fase due, sembra destinato a continuare.