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Funerali di Napolitano, il discorso di Giuliano Amato: “Quel legame inscindibile con l’Europa”

“Furono le ragioni della Resistenza ad avvicinarlo al Pci ben più del marxismo e leninismo”
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Ha esercitato tanti ruoli Giorgio Napolitano e sempre ti colpiva la sua grande e non eludibile autorevolezza. Sono convinto che ciò accadesse in ragione della cultura che traspariva dai suoi argomenti, dal suo stesso lessico; una cultura che lui incessantemente alimentava (non ha mai vissuto sul solo bagaglio delle letture giovanili), anche con i rapporti che intratteneva e con ciò che lui stesso scriveva. È stata ricordata in questi giorni la sua Introduzione ai “Moniti all’Europa”, di Thomas Mann, scritta per l’edizione del 2017.E dello stesso periodo è un suo bellissimo saggio per l’opera Treccani “Europa. Un’utopia in costruzione”.

Del resto da ragazzo aveva in testa ben altro che la politica per il proprio futuro: aveva l’arte, la recitazione, il cinema. Si racconta che il suo debutto avvenne a sedici anni in classe, con una declamazione della Pioggia nel Pineto accolta dall’applauso di studenti e professori. E i suoi amici di gioventù, quando pensava di darsi al cinema, erano Fr…

Ha esercitato tanti ruoli Giorgio Napolitano e sempre ti colpiva la sua grande e non eludibile autorevolezza. Sono convinto che ciò accadesse in ragione della cultura che traspariva dai suoi argomenti, dal suo stesso lessico; una cultura che lui incessantemente alimentava (non ha mai vissuto sul solo bagaglio delle letture giovanili), anche con i rapporti che intratteneva e con ciò che lui stesso scriveva. È stata ricordata in questi giorni la sua Introduzione ai “Moniti all’Europa”, di Thomas Mann, scritta per l’edizione del 2017.E dello stesso periodo è un suo bellissimo saggio per l’opera Treccani “Europa. Un’utopia in costruzione”.

Del resto da ragazzo aveva in testa ben altro che la politica per il proprio futuro: aveva l’arte, la recitazione, il cinema. Si racconta che il suo debutto avvenne a sedici anni in classe, con una declamazione della Pioggia nel Pineto accolta dall’applauso di studenti e professori. E i suoi amici di gioventù, quando pensava di darsi al cinema, erano Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli.

Furono le condizioni di Napoli, furono le ragioni della Resistenza ad avvicinarlo al partito comunista, ben più del marxismo e ancor più del leninismo, che lui leggeva con le lenti di Croce.

Eppure, col passare degli anni, avrebbe vissuto il dramma di quel partito, che non la politica interna, non la Democrazia Cristiana, ma gli accordi di Yalta escludevano da ruoli di governo finché fosse legato all’Urss e che, tuttavia, il legame con l’URSS non si sentiva di romperlo, perché su di esso aveva costruito il mito che teneva legata larga parte dei suoi seguaci. Grande per questo fu il suo tormento interiore davanti alla tragedia di Budapest del 1956 e a quella di Praga del 1968, che portarono altri a lasciare il partito, lui a dedicarsi alla difficile impresa di far prevalere nello stesso partito altre fondamenta ed altre ragioni comuni, che c’erano.

Occorreva a tal fine un lungo lavoro di radicamento nella democrazia, in Europa, in Occidente e di questo lavoro fu lui protagonista. (...) Elogiava la democrazia parlamentare, che consente, oggi direi consentiva, il confronto fra la volontà della maggioranza proponente e le idee dell’opposizione, offrendo il processo nel quale queste ove possibile si incontrino e diano luogo così ad un prodotto, la legge, che non è creatura della maggioranza, ma dell’istituzione Parlamento. (...) Dell’Europa fece una missione per sé e per l’Italia. Portò lui nel Parlamento europeo Altiero Spinelli e lui stesso vi avrebbe lavorato più tardi.; in qualsiasi condizione, anche dopo un serio problema di salute. Ricordo che in quel periodo nei corridoi del Parlamento lo incontravo con Clio al fianco, che non si fidava a mandarlo da solo. Oppure ancora quando attraversò l’Oceano e tenne celebratissime conferenze nelle università americane. (...)

Né era diverso il presidente della Repubblica Napolitano, che, come tutti i suoi predecessori, aveva contatti con i costituzionalisti, ma dimostrava, in quei contatti, di conoscere la materia quanto loro. Fu così quando mise in dubbio che il Capo dello Stato potesse conferire l’incarico di formare un governo “allo sbando” (l’espressione era di Enzo Cheli) e cioè senza aver accertato che disponesse di una maggioranza. Cosa che infatti non volle mai fare. E ancor più, quando arrivò a sollevare un conflitto di attribuzioni, dopo la dolorosa vicenda che portò alla morte di Loris D’Ambrosio, suo collaboratore ed amico. (...)

Ma soprattutto fatemi ricordare il 150° dell’unità. (...) I suoi grandi discorsi sul Risorgimento e sull’unità, la lezione che dette a quegli storici ancora impigliati nella disputa tra l’altra Italia di Mazzini e l’Italietta che sarebbe uscita dal lavoro di Cavour. Fu lui a dire: basta, 150 anni dopo non possiamo non capire che nessuna altra Italia avrebbe potuto davvero realizzarsi nelle condizioni di allora. Era addirittura improbabile, certo fu l’unica possibile. (...)

Davvero tarderà molto a nascere, se nasce, un italiano con le sue qualità. Qualità messe al servizio di una politica vissuta come il luogo fondamentale in cui interagire con gli altri. Non a caso, una delle citazioni più belle che compaiono nei suoi discorsi è di quel giovane condannato a morte della Resistenza che scrive alla madre: “Ci hanno fatto credere che la politica è sporcizia o è lavoro da specialisti. E invece la politica, la cosa pubblica, siamo noi stessi”. Giorgio Napolitano lo ha insegnato a tutti noi. 

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