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Meloni vede Macron, gelo sul Piano Mattei. Solo un aiuto sulla Tunisia, e parlano del nodo Salvini-Le Pen

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Faccia a faccia a Palazzo Chigi tra i due a margine dei funerali di Napolitano. Il presidente francese scettico sugli investimenti in Africa previsti dal progetto di Palazzo Chigi
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Camminano insieme. Gesticolano attraversando piazza Colonna. Varcano il portone della sede del governo. Un’ora e mezza faccia a faccia, Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, senza delegazioni. Un evento non scontato, certo. E tanto basta per far esultare la propaganda meloniana per la ritrovata amicizia tra duellanti.

A sera, però, fonti dell’Eliseo restituiscono un frammento di realismo politico che delude la destra di governo. “I due — filtra da Parigi — hanno continuato a discutere sulla necessità di trovare una soluzione europea alla questione migratoria”. Europea, non italiana. Significa che il Piano Mattei — ideato a Palazzo Chigi senza troppo coinvolgere la Farnesina — non convince la Francia. Non sarà adottato da Parigi, dove a dire il vero non hanno neanche capito bene di cosa si tratti. È la sintesi del messaggio rivolto dal leader alla collega: serve coerenza e un lavoro di lungo periodo. Tradotto: non puoi sbandare tra estremismo e ragionevolezza, non puoi immaginare di risol…

Camminano insieme. Gesticolano attraversando piazza Colonna. Varcano il portone della sede del governo. Un’ora e mezza faccia a faccia, Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, senza delegazioni. Un evento non scontato, certo. E tanto basta per far esultare la propaganda meloniana per la ritrovata amicizia tra duellanti.

A sera, però, fonti dell’Eliseo restituiscono un frammento di realismo politico che delude la destra di governo. “I due — filtra da Parigi — hanno continuato a discutere sulla necessità di trovare una soluzione europea alla questione migratoria”. Europea, non italiana. Significa che il Piano Mattei — ideato a Palazzo Chigi senza troppo coinvolgere la Farnesina — non convince la Francia. Non sarà adottato da Parigi, dove a dire il vero non hanno neanche capito bene di cosa si tratti. È la sintesi del messaggio rivolto dal leader alla collega: serve coerenza e un lavoro di lungo periodo. Tradotto: non puoi sbandare tra estremismo e ragionevolezza, non puoi immaginare di risolvere un problema epocale con due o tre slogan di pancia.

Sono dettagli che confermano il senso dell’operazione politica macroniana. Dopo mesi di sgambetti e dispetti reciproci, riferiscono gli uomini più vicini al Presidente, è Meloni ad aver cambiato idea, abbandonando gli slogan sovranisti, i respingimenti e i blocchi navali che non esistono, per trattare in sede europea un’intesa tra partner. “È lei — dice un macroniano di livello — a venire sulle nostre posizioni, non il contrario”. E d’altra parte, Macron è reduce dall’incontro con Papa Francesco a Marsiglia, culminato con l’appello all’accoglienza e ad una soluzione europea condivisa.

Il realismo, riferiscono fonti di entrambi gli staff, domina il faccia a faccia. Significa ad esempio che mostrarsi insieme, a differenza del passato, è opzione accettabile, anche se per ragioni diverse. Meloni ne ha semplicemente bisogno: impossibile gestire un’emergenza di questa portata da sola. Macron insegue invece un vantaggio (anche elettorale) che può derivare dal dialogo con l’avversaria: se abbandona la caccia alle ong e i respingimenti, certifica il fallimento delle politiche sovraniste che tanto piacciono all’arcinemica Marine Le Pen. All’Eliseo temono la cavalcata dell’estrema destra francese, questo è certo. A Roma pure, perché Le Pen gioca di sponda con Salvini. Contenerli è prioritario. Proprio il ruolo del leghista e la sua resistenza al bis di Ursula von der Leyen entrano nel colloquio.

Il dossier dei migranti domina ovviamente l’incontro. Meloni insiste per avviare la discussione del piano Mattei già all’Euromed di Malta del 29 settembre, poi a Granada il 6 ottobre. Macron accetta che se ne parli, anche perché l’Italia ha smesso di insistere sui ricollocamenti volontari. Uno scenario ideale, perché così l’Eliseo può inviare in chiave interna il messaggio della “fermezza” senza dare spazio alle destre. Su alcuni punti, però, manca l’intesa. Parigi, ad esempio, non gradisce l’attivismo italiano sugli investimenti in Africa, perché non intende cedere troppo terreno all’Eni.

E Macron si mostra scettico anche rispetto all’opzione di una nuova missione Sophia. Su altro, invece, le convergenze potrebbero manifestarsi già durante il vertice alla Valletta. Ad esempio, il francese promette di unirsi agli sforzi dell’Italia sulla Tunisia per far rispettare gli accordi negoziati (e finora disattesi) con Saied. Chiede aiuto a Roma per lavorare sul Niger, dove la Francia è stata costretta al ritiro militare dalla nuova giunta. Possibile anche un impegno congiunto per nuovi accordi sui rimpatri con alcuni Paesi africani. Infine, Macron suggerisce a Meloni — forse con un briciolo di malizia — di intercedere ancora con Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca per sbloccare il Patto asilo e immigrazione.

Un conto sono i progetti, altro la loro praticabilità a ridosso delle Europee. Non a caso, i francesi si dicono pronti a portare già all’EuroMed di venerdì proposte per “impegnare” rapidamente gli altri Paesi membri: è solo l’inizio di un percorso lungo, che mal si concilia con la fretta di Meloni di uscire dall’angolo.

Coerenza e tempi lunghi, ancora. Anche perché c’è da fare i conti con la Germania, attaccata con una missiva dalla premier. Il francese chiede di evitare strappi e ribadisce che non è possibile ipotizzare intese escludendo Berlino. E d’altra parte, l’Eliseo non accetterà mai di indebolire lo storico legame con i tedeschi. Vale per il dossier migratorio, vale per il patto di stabilità, dove pure ha interessi convergenti con Roma.

Prima di salutarsi, Meloni riesce anche a descrivere il suo progetto di riforma costituzionale, che sogna la stabilità francese. I due si salutano, promettono di riaggiornarsi. Resta però negli occhi dei meloniani anche quel gesto di due ore prima, nell’aula della Camera per i funerali di Giorgio Napolitano. Macron saluta da lontano Mario Draghi, poi fa il cenno del telefono. Come a dire: “Ci sentiamo più tardi”. Dopo la nomina di Von der Leyen, un altro segnale che preoccupa Palazzo Chigi.

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