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L’ultimo omaggio dei presidenti a Napolitano. Gli imbarazzi della destra

I funerali laici nell’Aula della Camera: scatto d’orgoglio della sinistra e messaggi in bottiglia alla politica di oggi. Letta cita Berlusconi. L’estraneità del governo: Sgarbi si assopisce e Meloni scarabocchia
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Quali immagini resteranno? Le lacrime di Sofia, la nipote: Giorgio Napolitano è stato anche un bravo nonno. Quel riferimento di Anna Finocchiaro, che ricorda “i tempestosi scambi" quando “non era d’accordo con me”, e più “di tutto temevo le sue lettere, di scrittura puntuta e obliqua”: e più era arrabbiato e più era obliqua. La severa pignoleria di Napolitano è stata leggendaria. Oppure forse ricorderemo il figlio Giulio, che sottolinea come il padre scrisse di sé: “Ho combattuto cause buone e cause sbagliate”.

È una prima volta a Montecitorio. Un funerale laico. Ma senza la bara. È rimasta nella Sala dei ministri, fuori dall’Aula. Vegliata da sei corazzieri. Di buon mattino il Transatlantico è affollato di vecchi e nuovi uomini di Stato. Sono venuti a salutare il Presidente eletto due volte. Si respira una strana aria.

Napolitano, il ricordo della gente: "I suoi valori mancano già alla politica". Il videoracconto

Va in scena un ese…

Quali immagini resteranno? Le lacrime di Sofia, la nipote: Giorgio Napolitano è stato anche un bravo nonno. Quel riferimento di Anna Finocchiaro, che ricorda “i tempestosi scambi" quando “non era d’accordo con me”, e più “di tutto temevo le sue lettere, di scrittura puntuta e obliqua”: e più era arrabbiato e più era obliqua. La severa pignoleria di Napolitano è stata leggendaria. Oppure forse ricorderemo il figlio Giulio, che sottolinea come il padre scrisse di sé: “Ho combattuto cause buone e cause sbagliate”.

È una prima volta a Montecitorio. Un funerale laico. Ma senza la bara. È rimasta nella Sala dei ministri, fuori dall’Aula. Vegliata da sei corazzieri. Di buon mattino il Transatlantico è affollato di vecchi e nuovi uomini di Stato. Sono venuti a salutare il Presidente eletto due volte. Si respira una strana aria.

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Va in scena un esercizio severo, intriso di pedagogia repubblicana. I discorsi rispettosissimi della forma (Giulio Napolitano elenca tutte le personalità presenti, una per una), il cardinal Ravasi che ricorda gli amori letterari del presidente, Thomas Mann e Dante; Sergio Mattarella ed Emmanuel Macron senza auricolare in prima fila; Elly Schlein è venuta con la partigiana Iole Mancini (104 anni), col fazzoletto dell’Anpi al collo; c’è Gianfranco Fini ignorato da quelli di Fratelli d’Italia e accolto come un vecchio amico da quelli dell’altra parte. L’Aula trabocca presto di ex comunisti, scrittori come Alessandro Piperno, c’è Giuliano Ferrara, ex giornalisti dell’Unità, consiglieri, giuristi, il portavoce Pasquale Cascella, passando per D’Alema, Veltroni, Prodi. Si sparge una voce: non c’è Renzi. Arriva in ritardo. E si mette in disparte. Il posto accanto agli ex premier Letta e Conte rimane vuoto. Il più omaggiato di tutti però è ancora una volta Mario Draghi, che l’attore Luca Barbareschi sequestra per diversi motivi. Macron abbraccia la signora Clio: con Napolitano si erano sposati nel 1959.

Giulio Napolitano invita a vivere questo momento “con spirito di unità e di condivisione”, ma, a dispetto della presenza del governo al completo, è la commemorazione di una parte. Di una parte sconfitta. Figlia di una storia tramontata. “Non c’è stato giorno in cui non abbia visto mio padre scrivere, leggere, prendere appunti, studiare dossier, per lui la politica era soprattutto una scelta etica”, dice Giulio. Sarebbe un’immagine possibile oggi? Risuonano espressioni come “cosa seria”, “responsabilità”. “Studio”, “confronto non demagogia”. “Negli anni al Quirinale il momento in cui l’ho visto più felice è stato quando si sono svolte le celebrazioni per il 150 anniversario dell’unità d’Italia”.

Sofia rievoca commossa i viaggi col nonno a Stromboli e Capri, le visite ricevute in Svizzera e in Inghilterra, dove lei e suo fratello studiavano, la conoscenza fatta con la regina Elisabetta, lo sprone del nonno illustre a raggiungere gli obiettivi impossibili. Tira fuori un altro tratto del carattere: la memoria prodigiosa. “Si ricordava tutti i numeri di telefono, non dimenticava ogni cosa che gli dicevamo”. “Brava Sofia”, si complimenta Gianni Letta.

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Letta nella sua orazione prova a mettere insieme l’impossibile: Napolitano e Berlusconi. Due che non si sono amati. Si augura che si parlino lassù, ma anche questo è un esercizio problematico, considerato il carattere di entrambi e gli attacchi puntuti sferrati dai giornali della destra anche da morto. Letta fa un discorso al miele: “Da entrambe le parti non vennero mai meno la volontà e la forza di mantenere il rapporto nella correttezza istituzionale”. Il Pd non ci sta. “Bene avere smontato la teoria del complotto, ma l’accostamento continuo alla figura di Berlusconi è apparsa incongrua, stiamo parlando di universi politici e morali incommensurabili”, ha dichiarato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. Quello di Letta è un messaggio in bottiglia alla politica di oggi. Tuttavia pure Tajani ammette: “Non fece tutto per impedire la fine del governo Berlusconi nel 2011”.

No, non c’è nessuna unità. Lo dimostrano anche i tiepidissimi applausi di Salvini e Meloni a Paolo Gentiloni, che definisce Napolitano “un patriota costituzionale”. Anche Gentiloni parla alla politica di oggi. “È stata la via maestra, l’Europa. Un uomo di sinistra al servizio delle istituzioni: l’avvenire non poteva prescindere dalla collocazione europea”.

Forse l’istantanea che più di tutte si staglia è quella di Vittorio Sgarbi che si assopisce sui banchi del governo mentre parla il cardinal Ravasi. “La nostra amicizia a lungo è rimasta celata”, rivela il cardinale. A un certo punto Matteo Salvini sembra un’anima in pena. Giorgia Meloni si mette a scarabocchiare su un foglio bianco. Il cognato Lollobrigida le manda dei bigliettini, che lei sminuzza dopo la lettura. E vi è in quei piccoli gesti estraneità, disagio, insofferenza. La pancia parlamentare della destra ha disertato la cerimonia, mentre la sinistra, ormai dispersa e sconfitta, per un giorno si è ritrovata per uno scatto di orgoglio. La destra governa, ma gli statisti sono da questa parte: questo c’era scritto negli occhi di molti di loro. È stato un po’ il senso del discorso di Finocchiaro, commossa fino alle lacrime.

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Giorgio Napolitano è stato un totus politicus. “Davvero tarderà molto a nascere, se nasce, un italiano con le sue qualità”, ha detto Giuliano Amato. “Qualità messe al servizio di una politica vissuta come il luogo fondamentale con cui interagire con gli altri. Non a caso una delle citazioni più belle che compaiono nei suoi discorsi è di quel giovane condannato a morte della Resistenza che scrive alla madre: ‘Ci hanno fatto credere che la politica è sporcizia o è lavoro da specialisti. E invece la politica, la cosa pubblica, siamo noi stessi’”.

È stato un padre della patria severo. Non popolare. Allergico alla demagogia. Questo spiega i vuoti davanti ai maxischermi. Riposerà al cimitero acattolico, dove c’è la tomba di Gramsci.

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