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Pino Insegno, è allarme a Rai2: gli ascolti di Mercante in fiera raschiano il fondo. E gli inserzionisti fuggono da TeleMeloni

(ansa)

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Dopo il flop del primo giorno, per il conduttore amico della premier arrivano ulteriori tracolli: lo share è sotto al 2 per cento. Viale Mazzini deve gestire la grana della pubblicità: anche gli altri programmi del nuovo corso targato FdI sono in affanno
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Non basta dirsi “amico di Giorgia Meloni da 20 anni”, né entrare e uscire da Palazzo Chigi come fosse una dependance di Viale Mazzini per garantirsi il successo in tv. Lo sta imparando a sue spese Pino Insegno, l’attore-conduttore-doppiatore-comico che per anni ha lamentato di non aver mai avuto la sua grande occasione in Rai perché di destra, e per giunta laziale: combo che a sinistra equivale al diavolo in una chiesa.

Ora però che il “raccomandato” della premier ha ottenuto non uno, bensì due programmi sul servizio pubblico (anche se l’inizio dell’Eredità è stato differito, e per fortuna, al gennaio 2024), ebbene non sta portando i risultati che i vertici di TeleMeloni si aspettavano. Il suo Mercante in fiera, in onda a…

Non basta dirsi “amico di Giorgia Meloni da 20 anni”, né entrare e uscire da Palazzo Chigi come fosse una dependance di Viale Mazzini per garantirsi il successo in tv. Lo sta imparando a sue spese Pino Insegno, l’attore-conduttore-doppiatore-comico che per anni ha lamentato di non aver mai avuto la sua grande occasione in Rai perché di destra, e per giunta laziale: combo che a sinistra equivale al diavolo in una chiesa.

Ora però che il “raccomandato” della premier ha ottenuto non uno, bensì due programmi sul servizio pubblico (anche se l’inizio dell’Eredità è stato differito, e per fortuna, al gennaio 2024), ebbene non sta portando i risultati che i vertici di TeleMeloni si aspettavano. Il suo Mercante in fiera, in onda alle 20 su Rai2, è stato un flop clamoroso al debutto, un flop ancor più pesante il secondo giorno, un flop da allarme rosso il terzo. “Se continua così arriveremo a numeri da prefisso telefonico”, malignano nei corridoi di Saxa Rubra, dove descrivono il direttore del Tg2 Antonio Preziosi seriamente preoccupato per un traino che non funziona e che rischia di aggravare la fuga dal notiziario cadetto già in crisi di ascolti per fatti suoi.

Partito lunedì con uno share davvero poco lusinghiero, il 3,4% pari a 638mila spettatori, 24 ore più tardi il simbolo della Rai sovranista lo aveva quasi dimezzato (2% e 364mila utenti), per attestarsi mercoledì sera all’1,9, con una perdita ulteriore di 7mila ascoltatori. E meno male che “puntiamo a raddoppiare lo share” aveva rilanciato Insegno, subito dopo l’esordio deludente. Una performance che, si vocifera ai piani alti di Viale Mazzini, starebbe già facendo scappare gli inserzionisti, che avevano acquistato pubblicità sulla base di stime aziendali ben più alte. Al punto da meditare di migrare altrove per assicurarsi spazi all’interno di trasmissioni meno disastrose: quelle già collaudate, appartenenti cioè al precedente corso catodico e non al nuovo trainato dai Fratelli, che vanno tutte piuttosto maluccio.

Si veda Caterina Balivo, che con La volta buona nel primo pomeriggio di Rai1 non schioda dal 13% medio, 4 punti sotto Serena Bortone che l’anno scorso faceva tra il 16 e il 17. Oppure Agorà sulla terze rete ormai ribattezzata Rai3% per via di quel numero primo che non era mai stato così basso come da quando a condurre il talk mattutino c’è Roberto Inciocchi. Il quale con Insegno condivide lo stesso sigillo. Fu l’ex comico della Premiata ditta, doppiatore di Aragorn nel Signore degli Anelli, a introdurre la candidata premier sul palco di Piazza del Popolo per la chiusura della campagna elettorale con la nota citazione cara ai militanti di Colle Oppio: “Verrà il giorno della sconfitta, ma non è questo il giorno!”. Mentre a dicembre toccò all’ex giornalista Sky intervistare la presidente del Consiglio alla kermesse di FdI che ne celebrò l’ascesa al governo. Apparizioni che valsero a entrambi l’investitura: tutti sapevano che sarebbero finiti in Rai, prima o poi. E così è stato.

Naturalmente, a sentir loro, non è questa la ragione dei lauti contratti pagati coi soldi dei contribuenti. “Mi criticano perché ho introdotto il comizio della Meloni? Sti ca… Io non sono un influencer, sono un attore, doppiatore e formatore molto bravo, perciò non ho problemi a dichiarare le mie preferenze politiche. Dobbiamo essere tutti uguali?”, lanciò la sfida Insegno nel settembre 2022, respingendo al mittente accuse e insulti ricevuti sui social. ”Io dalla televisione sono sparito, perché?” si chiese allora, denunciando il perdurante ostracismo nei suoi confronti. “Perché Pino Insegno è stato messo in un angolo senza motivo, visto che ho fatto più di 1.600 puntate di grande successo?”, proseguì parlando di sé in terza persona, underdog come la sua mentore, pronto a prendersi la rivincita. E infatti “se è accaduto non è perché io non sia bravo, ma per altri motivi”, si rispose: “La meritocrazia esiste nel teatro, ma non in tv”. Adesso che poteva dimostrarlo non è andata bene, però. Al punto che qualcuno già prevede la chiusura anticipata del game show. “Ma lui è l’emblema della Rai meloniana”, azzarda un manager di lungo corso, “cancellarlo significherebbe decretarne il fallimento”. Meglio perdere ascolti e pubblicità, anziché la faccia.

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