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Torna il conflitto d’interessi: sotto esame in commissione per evitare nuovi Qatargate o casi Santanchè. L’assist di Conte che rimescola le alleanze

(ansa)
A firma del leader pentastellato, il progetto di legge inaugura la vicinanza con il Pd. In dubbio FdI, divisa tra lo scontro con la Lega e l’ok all’opposizione
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Che sia di interessi o di partito, sempre di conflitto si parla. A firma del leader 5S Giuseppe Conte, ancora nella fase di audizioni, un nuovo progetto di legge sul conflitto d’interesse e il pagamento dei parlamentari da parte di governi esteri cavalca i dissapori interni al Parlamento e stabilisce un doppio risultato in anteprima: unire l’opposizione da una parte e dividere il governo dall’altra. Con il Partito democratico vicino sul tema a Conte e una Lega assolutamente contraria, mentre per Giorgia Meloni l’opzione di una vicinanza con l’opposizione si fa sempre più probabile.

Il testo in commissione

Gli affari tra Matteo Renzi e l’Arabia Saudita, lo scandalo Qatargate che ha coinvolto Bruxelles e l’europarlamentare Antonio Panzeri, appena scarcerato, e una lista di segretari e sottosegretari che non vogliono dire addio ad aziende o interessi del passato e, non per ultima, la rincorsa quotidiana della Procura di Milano in direzione della ministra Daniela Santanchè …

Che sia di interessi o di partito, sempre di conflitto si parla. A firma del leader 5S Giuseppe Conte, ancora nella fase di audizioni, un nuovo progetto di legge sul conflitto d’interesse e il pagamento dei parlamentari da parte di governi esteri cavalca i dissapori interni al Parlamento e stabilisce un doppio risultato in anteprima: unire l’opposizione da una parte e dividere il governo dall’altra. Con il Partito democratico vicino sul tema a Conte e una Lega assolutamente contraria, mentre per Giorgia Meloni l’opzione di una vicinanza con l’opposizione si fa sempre più probabile.

Il testo in commissione

Gli affari tra Matteo Renzi e l’Arabia Saudita, lo scandalo Qatargate che ha coinvolto Bruxelles e l’europarlamentare Antonio Panzeri, appena scarcerato, e una lista di segretari e sottosegretari che non vogliono dire addio ad aziende o interessi del passato e, non per ultima, la rincorsa quotidiana della Procura di Milano in direzione della ministra Daniela Santanchè e delle sue aziende. Tutti problemi a cui il progetto di legge pentastellato vuole dire addio perché, presentato lo scorso ottobre, definisce per i titolari di cariche di governo, sia statali che locali, “l’obbligo di agire esclusivamente perseguendo la cura degli interessi pubblici loro affidati”. Addio al conflitto d’interessi quindi, definito come “l’interesse privato idoneo a interferire con l’imparzialità necessaria all’adempimento degli specifici compiti a cui il titolare della carica è preposto”. Niente più uffici, enti di ricerca, cariche in aziende pubbliche o private. Persino il volontariato in enti senza scopo di lucro o un qualsiasi lavoro scompaiono dalla lista delle possibilità. Ed è così che, agli eletti, il parlamentare rimane l’unico incarico concesso.

Sul tema Giuseppe Conte conta però già una sconfitta in Parlamento. È a febbraio infatti che una mozione a firma del deputato 5S Francesco Silvestri irrompe alla Camera dopo pochi mesi dallo scandalo Qatargate. Una richiesta secca, vietare qualsiasi sostegno di governi o aziende estere ai parlamentari italiani. Il testo ha un chi e un dove ben chiari: Matteo Renzi e Arabia Saudita. Un nulla di fatto che, con il no di FdI e Lega, viene archiviato grazie soprattutto all’insospettabile astensione del Partito democratico. Sono bastati pochi mesi per ribaltare la situazione e riaccendere il tema. E ora Giuseppe Conte ci riprova.

L’opposizione della Lega

In commissione Affari costituzionali, dove il progetto viaggia da marzo, a non mancare sono le audizioni. Molte, tante audizioni. A richiederle gli stessi partiti perché la decisione sul parere da assumere è un calcolo troppo complicato da fare a freddo. È questa per esempio la posizione di Fratelli d’Italia che medita sulla questione. Opposta la Lega che dal 2019 ha più volte presentato emendamenti per allargare i rapporti tra parlamentari e Stati esteri, facendoli anche approvare. Un caso fallito nell’ottobre 2018 all’interno del decreto legge Spazzacorrotti. Ad aprile 2019 arriva invece il successo, consentendo ai parlamentari di ricevere finanziamenti esteri. L’intervento rapido del M5s ottiene una modifica: niente più soldi ai politici, ma al massimo a enti o associazioni per evitare che arrivino in qualche modo ai partiti. Peccato che, come fanno sapere i giuristi, sugli stessi enti e associazioni, e in particolare sulla loro spesa, di controllo non c’è traccia. E punto a capo di nuovo.

La scelta di FdI

Ora però Fratelli d’Italia vacilla. Di fronte al recente regolamento approvato al parlamento europeo sul tema dopo lo scandalo Qatargate, il partito di Giorgia Meloni è passato dal no al forse. E a dividerli passa la sottile alleanza che ancora tiene unito FdI al Carroccio. Mantenerla stretta e appoggiare la linea di Matteo Salvini, impegnato ad attaccare dalla Germania a Gentiloni e Von der Leyen, con il consenso della Lega che aumenta insieme agli arrivi dei migranti, per Meloni rappresenta un rischio che i giuristi chiamati in commissione non possono di certo risolvere. Ed è al termine delle audizioni che il partito meloniano intende prendere una decisione definitiva, assumendo però nel frattempo un possibilismo inedito che avvicina le due fronde parlamentare e ne decreta i grandi esclusi, Salvini e Renzi.

Il fronte dell’opposizione

Sul fronte dem, la proposta di legge inaugura la strategia di Elly Schlein. La segretaria, ancora debole all’ultima votazione, ha stabilito una linea: addio ai conflitti e benvenuto M5s. È questo, quanto si apprende da fonti interne, l’indirizzo in azione in commissione e che, rispetto all’astensione dello scorso marzo, guarda con buon occhio alla proposta di Conte. 

Mentre le due maggiori forze di maggioranza provano a inaugurare un cessate il fuoco, per lo meno in Parlamento, a farne le spese è lui, Matteo Renzi, che però rassicura: “Io sono all'opposizione di Meloni e Salvini”, e al di fuori anche di "un'opposizione che è la migliore alleata del governo”, puntualizza l’ex premier. Se alla prima mozione, grazie ad astensioni e il voto contrario del suo partito Italia Viva, per lui il risultato è stato positivo, non si può dire lo stesso dell’aria che, in Parlamento, è pronta a soffiare. E proprio a Montecitorio, dove governo e opposizione corrono sempre più il rischio di trovarsi d’accordo, di conflitto per ora non si smette di parlare.

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