Cardoletti, rappresentante dell’Unhcr: “Migranti, offrire a chi parte alternative reali ai trafficanti”
di Chiara CardolettiLa Giornata della Memoria e dell’Accoglienza impone il ricordo di un tragico evento, vuole commemorare le vittime dei naufragi e sollecitare azioni concrete. Sono passati dieci anni da quel terribile 3 ottobre in cui persero la vita 368 persone. Alcuni dei sopravvissuti e familiari delle vittime ogni anno da allora tornano sull’isola per ricordare i loro cari e per chiedere che simili tragedie non si ripetano più.
Chi ha ascoltato queste voci? Cosa è successo in questi dieci anni?
Oltre 27 mila morti nel Mediterraneo, fra cui le vittime di Steccato di Cutro, ecco cosa è successo. Il tratto di mare che ci separa da Libia e Tunisia è la rotta più mortale del pianeta. Eppure, il mare nostrum è stato crocevia di popoli e culture, luogo di scambi commerciali e interazioni che hanno plasmato il corso della storia. Dovrebbe ricordarci quanto la diversità culturale e l'apertura al dialogo abbiano contribuito allo sviluppo delle civiltà. Oggi invece evoca egoismo e indifferenza. È diventato un…
La Giornata della Memoria e dell’Accoglienza impone il ricordo di un tragico evento, vuole commemorare le vittime dei naufragi e sollecitare azioni concrete. Sono passati dieci anni da quel terribile 3 ottobre in cui persero la vita 368 persone. Alcuni dei sopravvissuti e familiari delle vittime ogni anno da allora tornano sull’isola per ricordare i loro cari e per chiedere che simili tragedie non si ripetano più.
Chi ha ascoltato queste voci? Cosa è successo in questi dieci anni?
Oltre 27 mila morti nel Mediterraneo, fra cui le vittime di Steccato di Cutro, ecco cosa è successo. Il tratto di mare che ci separa da Libia e Tunisia è la rotta più mortale del pianeta. Eppure, il mare nostrum è stato crocevia di popoli e culture, luogo di scambi commerciali e interazioni che hanno plasmato il corso della storia. Dovrebbe ricordarci quanto la diversità culturale e l'apertura al dialogo abbiano contribuito allo sviluppo delle civiltà. Oggi invece evoca egoismo e indifferenza. È diventato un cimitero di bambini,
donne e uomini in fuga e cimitero della solidarietà internazionale. Dobbiamo quindi piuttosto chiederci: cosa non è successo in questi dieci anni? E cosa invece avremmo voluto testimoniare dieci anni dopo
Avremmo voluto poter contare su una risposta europea costante, solida, coordinata e capillare per salvare vite in mare. La guardia costiera italiana e la Marina Militare da sempre svolgono un lavoro vitale ed efficiente. Senza il lavoro delle Ongil numero di vittime sarebbe stato senza dubbio maggiore. Ma non poteva e non può bastare. I trafficanti hanno mostrato di non avere scrupoli e rispetto neanche per la vita dei più deboli. Vediamo partire migranti e rifugiati in condizioni di salute precarie su imbarcazioni totalmente inadeguate alla navigazione, in alcuni casi con meteo avverso.
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In simili circostanze istinto e imperativo umanitario devono spingere al soccorso immediato, mettendo in secondo piano il pragmatismo della politica. Gli Stati non sono nemmeno mai giunti ad un accordo stabile che instaurasse un dispositivo di sbarco e distribuzione sul territorio dell’Ue che fosse frutto del principio di condivisione delle responsabilità e di una concreta solidarietà europea. Si sarebbero dovute offrire a migranti e rifugiati alternative sufficienti alla pericolosa traversata del mare. Le opportunità di sviluppo e protezione lungo le rotte migratorie sono ancora deboli e il numero di canali sicuri e regolari per trovare protezione in Europa è troppo limitato.
Avremmo voluto vedere finanziamenti solidi da parte dell’Ue per sostenere i Paesi che accolgono milioni di rifugiati e dove le operazioni di assistenza umanitaria fanno sempre più fatica a stabilizzare le popolazioni, e interventi incisivi nei paesi che si trovano lungo le rotte principali per garantire protezione e soluzioni in tutte le fasi del viaggio. È improcrastinabile creare alternative serie e reali per evitare che le persone si mettano
nelle mani dei trafficanti. Per fare questo, in uno scenario di crisi protratte e nuove emergenze, bisogna dare sostanza alle tante proposte discusse nelle sedi internazionali e sbloccare le risorse necessarie per rendere questi piani operativi. Nonostante gli appelli reiterati, raramente abbiamo visto la realpolitik cedere il passo ai principi umanitari. Il compromesso è stato fiacco e macchinoso e non ha dato esito
positivo.
Le tragedie in mare producono sentimenti di pena e indignazione di breve durata. Per ogni vittima dovremmo sentire il peso della responsabilità collettiva di proteggere la vita umana. Invece, spesso ci ritroviamo a scorrere notizie di naufragi senza una reale reazione emotiva, come se fosse diventato un evento inevitabile. Questa assuefazione è pericolosa, ci impedisce di agire con urgenza e determinazione per affrontare le cause profonde di queste tragedie. Dovrebbe suonare un campanello d'allarme che ci spinga a riconsiderare le nostre politiche, a cercare soluzioni umanitarie intelligenti e a promuovere un cambiamento reale nella società. Tanti passi avanti di cui avremmo voluto essere testimoni in questi dieci anni sono mancati. Non c’è davvero più tempo da perdere. Fino al prossimo naufragio.
* Chiara Cardoletti è rappresentante Unhcr per l’Italia, la Santa Sede e San Marino