Al Consiglio europeo di Granada fallisce l’intesa sui migranti. Orbán si oppone e imbarazza Meloni
dal nostro inviato Emanuele LauriaGRANADA – La scena si ripete, poco più di tre mesi dopo. Il Consiglio europeo cerca una posizione unanime sull’emergenza migranti ma Polonia e Ungheria si mettono di traverso e l’intero capitolo salta dalle conclusioni, sostituito da una dichiarazione del presidente Charles Michel. Niente intesa, a causa del no di due fra i principali alleati del centrodestra che governa in Italia, Mateusz Morawiecki e Viktor Orbán, che sostanzialmente si oppongono alle regole sul ricollocamento (come il premier ceco Petr Fiala, altro leader conservatore), e che Giorgia Meloni non riesce a dissuadere.
Con il collega polacco la premier ha un bilaterale in mattinata, con Orbán si ferma a parlare più volte, fra il centro congressi e l’Alhambra di Granada, dove si tiene la cena di gala al cospetto del re Felipe e della consorte Letizia. Ma adesso - come a fine giugno a Bruxelles - la posizione dei “ribelli” dell’Est non cambia. Anzi, Orbán all’ora di colazione sgancia una bomba sul vertice che mette tutti…
GRANADA – La scena si ripete, poco più di tre mesi dopo. Il Consiglio europeo cerca una posizione unanime sull’emergenza migranti ma Polonia e Ungheria si mettono di traverso e l’intero capitolo salta dalle conclusioni, sostituito da una dichiarazione del presidente Charles Michel. Niente intesa, a causa del no di due fra i principali alleati del centrodestra che governa in Italia, Mateusz Morawiecki e Viktor Orbán, che sostanzialmente si oppongono alle regole sul ricollocamento (come il premier ceco Petr Fiala, altro leader conservatore), e che Giorgia Meloni non riesce a dissuadere.
Con il collega polacco la premier ha un bilaterale in mattinata, con Orbán si ferma a parlare più volte, fra il centro congressi e l’Alhambra di Granada, dove si tiene la cena di gala al cospetto del re Felipe e della consorte Letizia. Ma adesso - come a fine giugno a Bruxelles - la posizione dei “ribelli” dell’Est non cambia. Anzi, Orbán all’ora di colazione sgancia una bomba sul vertice che mette tutti in imbarazzo: sul Patto sull’asilo e le migrazioni, afferma, Ungheria e Polonia sono stati vittime di “uno stupro giuridico”. Il presidente magiaro continua a chiedere che le decisioni sui ricollocamenti degli extracomunitari siano prese all’unanimità, quindi chiedendo un potere di veto, e argomenta così: “Se sei legalmente stuprato, costretto ad accettare qualcosa che non ti piace, come pensi di raggiungere un compromesso? È impossibile. Non solo ora ma anche negli anni a venire”.
La metafora della violenza sessuale in Italia fa indignare diverse esponenti dell’opposizione (dall’ex ministra Mara Carfagna alla pd Simona Malpezzi) ma Meloni non prende le distanze. Si sofferma sul contenuto delle esternazioni di Orbán e dice di “comprendere” la sua linea. “Le posizioni tra Italia, Polonia e Ungheria sono diverse perché - sottolinea Meloni - sono diverse le condizioni geografiche”. Assoluzione, più o meno.
La presidente del Consiglio, d’altronde, prima di lasciare Granada sorvola sul problema della redistribuzione dei migranti (“L’Italia ha votato il Patto di migrazione e asilo banalmente perché le nuove regole sono migliori delle precedenti”) e dice che è secondario rispetto alle politiche da adottare per fermare i flussi migratori dall’Africa. Sotto questo aspetto, parlando con i giornalisti prima di lasciare la Spagna, Meloni afferma che “Ungheria e Polonia sono d’accordo con l’approccio italiano” e ancora una volta, al termine di un Consiglio europeo, si dice “soddisfatta” per il suo esito: “Ci sono 27 Paesi che concordano sul fatto che la priorità è fermare l’immigrazione illegale, a partire dalla dimensione esterna”. La premier, insomma, continua a sottolineare il “successo italiano” per la sola circostanza che il tema sia finito “in cima all’agenda europea”.
Meloni chiude la sua due giorni andalusa con una prova di equilibrismo. Prova a non scontentare gli amici di Visegrad e insieme tenta di convincere i maggiori partner europei a proseguire nel dialogo con i Paesi del Nord Africa. Facendo leva sull’enfatizzato “patto dei sei” che, partendo dall’asse con Sunak, coinvolge von der Leyen, Macron e i premier di Olanda e Albania, Rutte e Rama. Obiettivo: tenere in piedi il Memorandum di Tunisi e continuare a investire sui Paesi di provenienza dell’immigrazione.
E la Germania? Meloni parla per 45 minuti con Scholz, garantisce che il Cancelliere le ha detto di “andare avant” con Saied e alla fine c’è una convergenza “pragmatica” - aggettivo usato dal leader tedesco - che serve a ricucire dopo lo strappo sulle Ong. La Bild peraltro scrive che il governo tedesco nel 2024 vuole bloccare i finanziamenti alle navi umanitarie. Distanze con Roma restano però sulla Tunisia. «Mi auguro che l’Europa arrivi a un elenco dei Paesi sicuri» per i rimpatri, dice Meloni confermando che la questione per il Paese di Saied è ancora aperta.
La premier porta a casa, alla fine, solo la dichiarazione del presidente del Consiglio Charles Michel, che sostituisce le conclusioni unanimi impedite da Orbán e Morawiecki: “Non permetteremo ai contrabbandieri di decidere chi entra nell’Ue”, scrive Michel. Ma quanto la strada sia lunga, per la premier, lo conferma un fedelissimo come Ignazio La Russa: “Accordo? Una parola grossa: si può dire che non siamo isolati. Tuttora, se mai realizzabile, il blocco navale sarebbe la soluzione”.