Rinvio di un anno sulla Tunisia: al Consiglio europeo di Granada i veti bloccano i fondi all’Africa
dal nostro inviato Claudio TitoGRANADA – “Per il Memorandum con la Tunisia c’è tempo, ormai non è un accordo per adesso o quest’anno. Se va bene, varrà per l’estate del 2024”. Sotto l’intensa coltre della propaganda, c’è sempre la sostanza dei fatti. E se si ascoltano i diplomatici olandesi, si capisce che sui migranti anche questo Consiglio europeo informale è stato un fallimento. In primo luogo per l’Italia.
Perfino l’Olanda, che aveva partecipato a luglio scorso alla sottoscrizione dell’accordo con il presidente tunisino, ammette ormai che si tratta di un’operazione che, come minimo, ha tempi lunghi. La prossima estate. Quando cioè partirà la nuova ondata migratoria. Soprattutto quando ad Amsterdam si sarà insediato un altro governo. Visto che le elezioni nei Paesi Bassi sono convocate per metà novembre. E l’attuale Mark Rutte non è ricandidato.
Ma ci sono altri due aspetti che svelano l’inconsistenza dei presunti patti contro la migrazione illegale. Il primo riguarda la Germania. I rapporti tra la presiden…
GRANADA – “Per il Memorandum con la Tunisia c’è tempo, ormai non è un accordo per adesso o quest’anno. Se va bene, varrà per l’estate del 2024”. Sotto l’intensa coltre della propaganda, c’è sempre la sostanza dei fatti. E se si ascoltano i diplomatici olandesi, si capisce che sui migranti anche questo Consiglio europeo informale è stato un fallimento. In primo luogo per l’Italia.
Perfino l’Olanda, che aveva partecipato a luglio scorso alla sottoscrizione dell’accordo con il presidente tunisino, ammette ormai che si tratta di un’operazione che, come minimo, ha tempi lunghi. La prossima estate. Quando cioè partirà la nuova ondata migratoria. Soprattutto quando ad Amsterdam si sarà insediato un altro governo. Visto che le elezioni nei Paesi Bassi sono convocate per metà novembre. E l’attuale Mark Rutte non è ricandidato.
Ma ci sono altri due aspetti che svelano l’inconsistenza dei presunti patti contro la migrazione illegale. Il primo riguarda la Germania. I rapporti tra la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, e il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz, sono ormai ai minimi termini. La lettera inviata la scorsa settimana sui finanziamenti a favore delle Ong, hanno gettato un’ombra sul dialogo Roma-Berlino. Che non è stata diradata dall’incontro di ieri tra i due. I tedeschi non solo non sono convinti delle operazioni messe in piedi da Palazzo Chigi, ma hanno messo in guardia su due aspetti fondamentali. Il primo riguarda ancora il Memorandum tunisino. La Cancelleria continua a non considerare sicuro il paese africano. Si tratta di una conseguenza non da poco. Se non è sicuro, non può essere finanziato.
E il bracco di ferro con Saied è proprio sui soldi. Per di più la Germania, e con lei molti dei 27, insistono nel reclamare garanzie sulle riforme democratiche prima di procedere con altri stanziamenti. Si tratta dunque di una bocciatura di fatto dell’intesa descritta dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e dal governo italiano come un grande successo. Sottovoce anche l’Alto Rappresentante Ue, Josep Borrell, ha fatto capire che la strada che avvicina l’Unione a Tunisi è irta. Sull’ipotesi di una operazione navale per bloccare i “barchini” ha ricordato: “Serve l’accordo della Tunisia”. Che al momento non c’è.
Il secondo aspetto è perfino più preoccupante. Quando si parla di “dimensione esterna” della questione migratoria, ogni riflessione è accompagnata dalla necessità di prevedere risorse per aiutare i Paesi da cui partono i trafficanti di essere umani. Fondi per mettere in condizione gli stati rivieraschi africani di controllare le coste e non far partire gli extracomunitari illegali. Ma da dove possono venire questi soldi? Ieri Giorgia Meloni ha sottolineato di essere “assolutamente d’accordo sul fatto di dare nuove risorse non al capitolo migratorio, ma all’Africa”. E di farlo modificando il bilancio dell’Unione europea. Ma c’è un piccolo problema. Il Bilancio va approvato all’unanimità. E non solo Berlino ha già fatto sapere informalmente che non intende prevedere altre risorse in questo capitolo.
Ma Ungheria e Polonia lo hanno detto e dichiarato pubblicamente. Se infatti la contrarietà di Budapest e Varsavia sul nuovo Patto Asilo e Migranti è del tutto aggirabile perché va approvato con una maggioranza qualificata, il Bilancio ha appunto bisogno del favore di tutti. Sia Orban, sia Morawiecki hanno avvertito che non intendono dare il loro via libera ad altri esborsi. Altro che nuovi soldi, dunque. Come spesso accade la premier italiana si ritrova a fare i conti con i governi sovranisti che in teoria dovrebbero essere i suoi primi alleati. E che si rivelano i suoi fieri avversari.
La medesima difficoltà, peraltro, l’Ue la incontrerà per quanto riguarda i fondi aggiuntivi per l’Ucraina annunciata proprio da von der Leyen. Anche su questo l’esecutivo ungherese non ha alcuna intenzione di cedere.
Insomma Meloni si trova ancora una volta in un cul de sac. Come è accaduto a giugno scorso, è costretta ad accettare che scompaia dalla dichiarazione finale del summit la parte sui migranti. Proverà a consolarsi con il vertice convocato a inizio novembre a Londra con il premier inglese Sunak, con il presidente francese Macron, con quello albanese Rama e con la presidente della Commissione. Eppure si tratta di un summit che viene organizzato sul filo della precarietà. Soprattutto in relazione all’inquilino dell’Eliseo. Il quale non può arrivare ad uno strappo così profondo con la Germania. Che a Londra non è stata invitata.