Un carabiniere dietro il video di Catania: “L’ho girato io e poi condiviso con amici”. Tutti i dubbi sulla sua versione
di Giuliano Foschini , Alessandra ZinitiROMA – Dopo 48 ore l’uomo del mistero si è fatto avanti e il pasticcio del video rimasto a dormire per cinque anni, tirato fuori da chissà dove e recapitato a Matteo Salvini se possibile diventa ancora più brutto. Perché a girare le immagini che riprendono la giudice Iolanda Apostolico il 25 agosto 2018 alla manifestazione per il caso Diciotti è stato un carabiniere allora in servizio a Catania. Quel video — ha raccontato oggi presentandosi ai suoi superiori — non è finito agli atti di alcuna informativa né negli archivi dell’Arma. Sarebbe rimasto nel suo telefonino e solo quattro giorni fa, ricordandosi della presenza della giudice tra i manifestanti, lo avrebbe condiviso in una chat di vecchi amici e colleghi. Ci stava dentro anche Anastasio Carrà, ex carabiniere oggi parlamentare leghista che ha provvidenzialmente identificato Iolanda Apostolico nella donna in maglia nera che si aggira davanti ai poliziotti in tenuta antisommossa? Lui continua a negare: «Non sono mai stato in posse…
ROMA – Dopo 48 ore l’uomo del mistero si è fatto avanti e il pasticcio del video rimasto a dormire per cinque anni, tirato fuori da chissà dove e recapitato a Matteo Salvini se possibile diventa ancora più brutto. Perché a girare le immagini che riprendono la giudice Iolanda Apostolico il 25 agosto 2018 alla manifestazione per il caso Diciotti è stato un carabiniere allora in servizio a Catania. Quel video — ha raccontato oggi presentandosi ai suoi superiori — non è finito agli atti di alcuna informativa né negli archivi dell’Arma. Sarebbe rimasto nel suo telefonino e solo quattro giorni fa, ricordandosi della presenza della giudice tra i manifestanti, lo avrebbe condiviso in una chat di vecchi amici e colleghi. Ci stava dentro anche Anastasio Carrà, ex carabiniere oggi parlamentare leghista che ha provvidenzialmente identificato Iolanda Apostolico nella donna in maglia nera che si aggira davanti ai poliziotti in tenuta antisommossa? Lui continua a negare: «Non sono mai stato in possesso di quel video, non l’ho dato io a Salvini». Ma il puzzle che si va ricomponendo nelle stesse ore in cui l’agenzia LaPresse pubblica un nuovo video della giudice a quella manifestazione che fa gridare la Lega allo scandalo («Sconvolgente, dimissioni immediate»), convince assai poco. Ecco perché.
Il leghista Anastasio Carrà
Primo punto: il video è stato girato da un militare in servizio. Il carabiniere stava lavorando quella sera sulla banchina del porto. Dice: «L’ho girato con il mio telefonino» e non è una precisazione casuale. Dall’analisi delle immagini quel filmato sembrava essere stato registrato, come aveva raccontato Repubblica, con una telecamerina di servizio. Se così fosse stato quello sarebbe stato un atto di ufficio. E invece no, «ho filmato con il mio telefono» e «quelle immagini non sono mai entrate in un atto giudiziario», dice il carabiniere come per tenere lontano una possibile inchiesta. Ma qui veniamo alla seconda stranezza: perché il video viene fuori dopo più di cinque anni? «Mi ricordavo di quella giudice e quando ho letto il suo nome sono andato a cercarlo», ha detto il militare. Strano: perché il carabiniere non è del posto. Perché la giudice Apostolico non era assolutamente una persona conosciuta (persino i suoi colleghi che non lavorano nel tribunale civile di Catania facevano fatica a individuarla solo qualche giorno fa). Ed è strano che un video amatoriale, apparentemente inutile, sia stato conservato per cinque anni in un telefono. «Quando ho riconosciuto la giudice, l’ho girato a una chat di amici» prosegue poi il militare. Quali non lo dice. «Toccherà all’autorità giudiziaria, in caso, ricostruire la catena» fanno sapere dal comando generale. In molti hanno pensato all’onorevole leghista Carrà, ex carabiniere per l’appunto, e alla sua catena di contatti nell’Arma a Catania. Un pensiero dettato dal fatto che — prima di negare con la stampa che fosse lui la fonte di Salvini — lo stesso Carrà gongolava in aula con i colleghi, in attesa della pubblicazione del video sui profili social di Salvini. Non sfugge a nessuno che, così com’è stata ricostruita, la versione è acqua: nessun reato commesso né dal carabiniere né per chi lo ha diffuso. «Perché non era un atto di ufficio» fanno notare fonti leghiste. Che non a caso precisano, come avessero un codice penale davanti: «Nessun carabiniere in servizio ci ha dato il video. Nessun dossier o ricerca opaca, né pressioni né richieste».
Toccherà ora alla magistratura inquirente fare il passo successivo. Perché il carabiniere adesso (e forse non solo lui) rischia di dover rispondere di abuso d’ufficio e rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio. A Catania, dove la Procura ha già ricevuto notizia della “confessione” o a Roma dove il segretario dei Verdi Angelo Bonelli ha presentato un esposto ritenendo che la diffusione del video presenti estremi di reato.
Mercoledì, a ricostruire la filiera che ha portato il video nelle mani di Matteo Salvini sarà il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi chiamato in commissione Affari costituzionali a rispondere alle interrogazioni annunciate dalle opposizioni, Pd, M5S, Sinistra italiana. L’unica cosa che sembra assodata è che di quel video non c’è traccia negli atti della questura di Catania dove avrebbe potuto essere se si fosse trattato di un filmato girato dai poliziotti.
Certa sembra anche l’aggressione alla giudice Apostolico: mentre infatti il carabiniere confessava di essere la fonte del video, LaPresse pubblicava nuovi frame dell’Apostolico alla manifestazione con immediata richiesta di dimissioni della Lega. Non un caso. Perché tutto questo costerà al magistrato quasi certamente un’azione disciplinare per mancata astensione, come sollecitato ripetutamente dallo schieramento di centrodestra pronto ad alzare il tiro contro le «toghe rosse». Ci sta già lavorando l’ufficio del gabinetto del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e la cosa potrebbe essere ufficiale già nelle prossime ore. Un clima da caccia alle streghe che mette alla gogna altri giudici delle sezioni immigrazione. Sui siti di destra e sui social gira per esempio il volto di Silvia Albano, giudice del tribunale di Roma di Md, «la toga a caccia di soldi per le Ong», la definiscono. Lei commenta così: «Questo è il risultato del clima del momento, stiamo finendo dritti dritti come in Polonia».