Csm nega riconoscimento di vittima del dovere a D’Ambrosio: morì d’infarto mentre lavorava al Quirinale
di Liana MilellaLoris D'Ambrosio
(ansa)Di certo, al “dovere”, Loris D’Ambrosio aveva dedicato tutta la vita. Da pm a Roma, al ministero della Giustizia con Giovanni Falcone e come capo di gabinetto di ben quattro Guardasigilli, Diliberto, Castelli, Alfano, Severino e poi ancora al Quirinale, a fianco di Carlo Azeglio Ciampi prima e Giorgio Napolitano poi per occuparsi di giustizia. E suona davvero indecente che proprio il Csm - dove tante volte era stato seduto alle spalle del capo dello Stato durante le sue presenze più importanti a palazzo dei Marescialli - oggi neghi alla sua famiglia il riconoscimento di essere stato una “vittima del dovere”.
Perché Loris D’Ambrosio, il 25 luglio del 2012, fu invece proprio una “vittima del dovere”. E lo sanno tutti, magistrati, giuristi, amici, ma anche i nemici. D’Ambrosio morì proprio al Quirinale colpito da un infarto. E in quelle stanze fu onorato - una lunga e sofferta coda ci fu per lui - da chi ne aveva apprezzato il senso del dovere e l’altissima qualità del lavoro. Un giurist…
Di certo, al “dovere”, Loris D’Ambrosio aveva dedicato tutta la vita. Da pm a Roma, al ministero della Giustizia con Giovanni Falcone e come capo di gabinetto di ben quattro Guardasigilli, Diliberto, Castelli, Alfano, Severino e poi ancora al Quirinale, a fianco di Carlo Azeglio Ciampi prima e Giorgio Napolitano poi per occuparsi di giustizia. E suona davvero indecente che proprio il Csm - dove tante volte era stato seduto alle spalle del capo dello Stato durante le sue presenze più importanti a palazzo dei Marescialli - oggi neghi alla sua famiglia il riconoscimento di essere stato una “vittima del dovere”.
Perché Loris D’Ambrosio, il 25 luglio del 2012, fu invece proprio una “vittima del dovere”. E lo sanno tutti, magistrati, giuristi, amici, ma anche i nemici. D’Ambrosio morì proprio al Quirinale colpito da un infarto. E in quelle stanze fu onorato - una lunga e sofferta coda ci fu per lui - da chi ne aveva apprezzato il senso del dovere e l’altissima qualità del lavoro. Un giurista che qualsiasi cronista che si occupasse allora di giustizia era obbligato a chiamare per capire davvero cosa stesse succedendo. E se una norma era, oppure no, ad personam.
E Napolitano lo salutò “con animo sconvolto e con profondo dolore”, ma anche con parole dure verso chi aveva tentato di offuscarne la figura. “Una campagna violenta e irresponsabile di insinuazione e di escogitazioni ingiuriose - disse l’allora capo dello Stato - di cui era stato pubblicamente esposto, senza alcun rispetto per la sua storia e la sua sensibilità". Nell’ambito del processo Trattativa Stato-mafia i colloqui telefonici tra D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Csm Nicola Mancino finirono registrati e diffusi. D’Ambrosio fu messo sulla graticola da chi gli chiedeva di giustificarli. Uscirono anche indiscrezioni, ma mai il testo delle telefonate, intercorse tra Napolitano e Mancino. E fu l’allora presidente della Repubblica a rivolgersi alla Consulta con un conflitto d’attribuzione che si concluse con l’ordine di distruzione delle registrazioni.
Ma come ricorda adesso chi ha conosciuto Loris D’Ambrosio fu evidente la sua angoscia, che si può definire mortale, per la vicenda in cui era stato coinvolto. Chi gli parlò in quei momenti potè constatare la sofferenza che provava per il risalto mediatico della vicenda.
Al Csm la pratica D’Ambrosio è “secretata”, quelle carte non sono disponibili per una lettura che faccia comprendere le ragioni del no alla richiesta dei familiari - giunta nel 2013 a palazzo dei Marescialli - di ottenere i benefici previsti per chi è stato “vittima del dovere” o "equiparato a una vittima del dovere" e che sono previsti dalla legge 206 del 2004. E anche difficile capire come mai la richiesta sia rimasta inevasa per ben dieci anni, attraversando ben tre Csm, nell’ordine presieduti da Michele Vietti, Giovanni Legnini, David Ermini.
La quarta commissione - presieduta oggi da Bernadette Nicotra di Magistratura indipendente, e composta dalla vice presidente Claudia Eccher, ex avvocata di Matteo Salvini e laica in quota Lega, e dai consiglieri Isabella Bertolini, laica di FdI ed ex deputata di FI, Maurizio Carbone togato di Area, Edoardo Cilenti di Mi e Marco Bisogni di Unicost - per quanto trapela, si sarebbe limitata ad attenersi e sottoscrivere il parere tecnico-giuridico dell’Ufficio studi del Csm. Il “no” è stato deciso all’unanimità dai sei componenti. E la decisione avrebbe avuto - sostengono le fonti ufficiali - una valenza soltanto giuridica, quindi senza valutazioni di tipo politico. Non sarebbe uno “sgarbo” alla famiglia e alla memoria di D’Ambrosio, ma una decisione tecnica. Una tesi che sembra difficile comprendere, perché esclude del tutto qualsiasi discrezionalità da parte del Csm, che tante volte nel passato ha affrontato la vita professionale di Loris D’Ambrosio.
Sarà il plenum, a questo punto, a dire l’ultima parola, spiegando perché non era possibile valutare altrimenti l’esito della richiesta. Visti i presupposti, un ripensamento è difficile, anche se, com’è prassi, la pratica può essere sempre rinviata in commissione per un ulteriore approfondimento. Ma proprio il voto all’unanimità rende anche questa via difficilmente perseguibile.