Gli 8 anni di Bonino col tumore: i turbanti e le lotte contro i tabù. “Ora sono guarita, andrò avanti fin dove mi reggeranno le forze”
di Giovanna CasadioEmma Bonino
(ansa)ROMA - La “bestiola”, come la chiama lei, (ma a volte, nei momenti più duri, “lo stronzo”), è sconfitto. Emma Bonino lo ha detto in tv a Belve su Rai2 nella puntata che andrà in onda stasera: “Vi voglio dare una bella notizia: sono guarita dal tumore”. Ancora c’è un ultimo esame da fare, ma sono “moolto fiduciosa”, dice. E alla giornalista Francesca Fagnani spiega di doversi sottoporre ancora a una Tac di conferma, ma “dopo otto anni, questo microcitoma indesiderato se n’è andato”.
Il tumore l’aveva colpita al polmone sinistro, e per l’ex ministra degli Esteri e storica leader radicale, è stata una lunga marcia dolorosa e complicata. L’ha affrontata senza tuttavia mai smettere la passione politica. Rilancia: “Le sembra un reato che le donne abbiano un’ambizione? Sono andata avanti e continuerò ad andare fin dove mi reggeranno le forze, spero a lungo”.
E, vedi le coincidenze, adesso ha finito le sciarpe: di cotone, lunghe quanto basta per essere annodate come turbante con una…
ROMA - La “bestiola”, come la chiama lei, (ma a volte, nei momenti più duri, “lo stronzo”), è sconfitto. Emma Bonino lo ha detto in tv a Belve su Rai2 nella puntata che andrà in onda stasera: “Vi voglio dare una bella notizia: sono guarita dal tumore”. Ancora c’è un ultimo esame da fare, ma sono “moolto fiduciosa”, dice. E alla giornalista Francesca Fagnani spiega di doversi sottoporre ancora a una Tac di conferma, ma “dopo otto anni, questo microcitoma indesiderato se n’è andato”.
Il tumore l’aveva colpita al polmone sinistro, e per l’ex ministra degli Esteri e storica leader radicale, è stata una lunga marcia dolorosa e complicata. L’ha affrontata senza tuttavia mai smettere la passione politica. Rilancia: “Le sembra un reato che le donne abbiano un’ambizione? Sono andata avanti e continuerò ad andare fin dove mi reggeranno le forze, spero a lungo”.
E, vedi le coincidenze, adesso ha finito le sciarpe: di cotone, lunghe quanto basta per essere annodate come turbante con una tecnica appresa dalle donne africane. L’hanno accompagnata dall’inizio della chemioterapia perché, come spiegò allora – era gennaio del 2015 – noi “calvi di transizione abbiamo sempre freddo anche in casa, anche con il cappello”. Poi avrebbe potuto smettere i turbanti, e ancora di più potrebbe farlo adesso. Ma Emma difficilmente se ne priverà. Così le amiche già pensano di regalarle un bel po’ di sciarpe nuove colorate da indossare per vezzo e per piacere. Se nell’outing coraggioso di otto anni fa, in diretta su Radio Radicale avvertì: “Io non sono il mio tumore e voi neppure siete la vostra malattia, siamo persone che affrontano una sfida che è capitata”, però dell’esperienza neppure si priva più. “Chi mi ha insegnato a fare il turbante? Non ricordo più se in Senegal o nel Mali, durante la campagna contro le mutilazioni genitali femminili assieme a Khady Kota, donna meravigliosa e meravigliosa amica”: era stato uno dei suoi leit motiv. Insieme a quell’altro: “Il personale è politico, ma il privato non è pubblico”. È stato il modo con cui Bonino, alla quale si devono le battaglie-spartiacque della modernità e dei diritti civili in Italia, ha saputo mantenere la barra dritta: mai spettacolarizzare la malattia, ma metterne in comune l’esperienza. Perché questo è un atto politico.
Otto anni fa, parlare di tumore in pubblico era ancora tabù. Che poi lo facesse una leader politica che, in quelle settimane, tutti i sondaggi davano in pole per il Quirinale, appariva quasi rivoluzionario. Nell’intervista a Repubblica, nella quale affrontò il racconto della scoperta della malattia e della decisione di renderla pubblica, ironizzò a proposito di Quirinale: “Durante tutta la mia carriera politica mi sono sentita ripetere: Emma, tu sei una figura politica molto amata, un giorno o l’altro ti faranno un monumento. Avrei preferito essere amata di meno e votata di più. Comunque è dal 1999 che non penso più al Quirinale”. Poco spazio per le meline e un modo di andare dritta al punto. Quindi già subito, otto anni fa, Bonino era tornata alla carica con la battaglia per una legge sul fine vita, riprendendo lo slogan che fu della campagna dell’Associazione Coscioni: dal corpo dei malati al cuore della politica. Lo ribadisce ogni volta che può, dal momento che la legge non c’è. Allora a quella richiesta dalla politica “nessuna replica, come se li avessi sterminati tutti con una Colt 45 o con il Ddt”.
Però i progetti per il futuro sono rimasti sempre saldi. Politici e personali. Quando iniziò la battaglia per l’aborto, fu Emma a farsi arrestare a Brà, il suo paese d’origine, all’uscita del seggio dove era andata a votare. Era il 1975. Si autodenunciò. Nella costernazione di famiglia e anche del sindaco che la conosceva bene. Fu la miccia che infiammò la battaglia.