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Botteghe oscure costa troppo, la Lega lascia la via della storica ex sede Pci. E Salvini chiede 5 milioni a parlamentari e dirigenti

Matteo Salvini

 (fotogramma)
Tre anni fa il Carroccio affittò i locali vicini a quelli dell’ex feudo rosso: “Raccogliamo simbolicamente i valori di una certa sinistra”, disse il leader. Da qui operava la “Bestia” di Morisi. Ma ora le casse soffrono
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Le risorse sono poche, le ambizioni elevate. Così la Lega, che i sondaggi danno in ripresa (meglio parlare di una ripresina: ma in vista delle Europee c’è ottimismo), fa una doppia manovra per rimpinguare le proprie casse. Rinuncia al contratto di affitto della sede romana di via delle Botteghe oscure, firmato con enfasi solo tre anni fa, e impone una supertassa ai suoi parlamentari per finanziare la campagna elettorale.

È tempo di stare alla cassa, per Matteo Salvini, convinto che la rimonta non si possa fare con bilanci esangui, gravati peraltro dal lungo piano di ammortamento del rimborso di 49 milioni allo Stato deciso dalla magistratura. La prima mossa è stata l’addio a Botteghe Oscure: il leader ha deciso di abbandonare i locali al numero 54 poco lontani da quelli che ospitarono il Pci, frequentati da Togliatti e Berlinguer, fino a D’Alema e Veltroni. Lì, il segretario degli ex lumbard aveva voluto la nuova sede nazionale della “Lega per Salvini premier”: era l’estate del 2020, …

Le risorse sono poche, le ambizioni elevate. Così la Lega, che i sondaggi danno in ripresa (meglio parlare di una ripresina: ma in vista delle Europee c’è ottimismo), fa una doppia manovra per rimpinguare le proprie casse. Rinuncia al contratto di affitto della sede romana di via delle Botteghe oscure, firmato con enfasi solo tre anni fa, e impone una supertassa ai suoi parlamentari per finanziare la campagna elettorale.

È tempo di stare alla cassa, per Matteo Salvini, convinto che la rimonta non si possa fare con bilanci esangui, gravati peraltro dal lungo piano di ammortamento del rimborso di 49 milioni allo Stato deciso dalla magistratura. La prima mossa è stata l’addio a Botteghe Oscure: il leader ha deciso di abbandonare i locali al numero 54 poco lontani da quelli che ospitarono il Pci, frequentati da Togliatti e Berlinguer, fino a D’Alema e Veltroni. Lì, il segretario degli ex lumbard aveva voluto la nuova sede nazionale della “Lega per Salvini premier”: era l’estate del 2020, erano i tempi in cui l’allora Capitano nutriva il sogno della premiership, e preparava l’assalto alle Comunali di Roma dell’autunno successivo, poi finito male con la sconfitta del “tribuno” Michetti. Salvini commentò con orgoglio e ironia la conquista di un luogo simbolico, il cui nome riporta all’ex feudo rosso del Bottegone: "I valori di una certa sinistra che fu, quella di Berlinguer, i valori del lavoro, degli artigiani, sono stati raccolti dalla Lega. Se il Pd chiude Botteghe oscure – disse - e la Lega riapre io sono contento, è un bel segnale".

L’ufficio stampa non conferma ma i motivi del mancato rinnovo - secondo l'Adnkronos - sarebbero legati appunto ai costi, circa 6 mila euro al mese, ma soprattutto all'agibilità dei luoghi: mancanza di parcheggi, di servizi e limitazioni al traffico. Contratto, dunque, non rinnovato da luglio. La sede nel centro di Roma, in realtà, aveva ospitato pochi eventi di grido, fra cui un incontro fra Salvini e Marine Le Pen. Per il resto, fino all’addio di Luca Morisi, i suoi uffici ospitavano il lavoro della “Bestia” che curava i social del capo leghista. "Abbiamo scelto una sede più comoda e appena fuori dalla Ztl, è più facile da raggiungere per i militanti", dice il sottosegretario Claudio Durigon. "Inaugureremo a breve i nuovi locali, dove già - prosegue - lavoriamo da qualche tempo".

Ma in questi giorni un altro tema economico sta scuotendo il partito. La richiesta di un cospicuo contributo per finanziare la campagna elettorale leghista: servono cinque milioni di euro, e Salvini li ha chiesti a parlamentari e dirigenti, per un ammontare di trentamila euro ciascuno. Cifra da molti ritenuta esosa, considerato che gli eletti versano già al partito un “obolo” mensile da tremila euro ciascuno, superiore a quanto corrisposto da altri colleghi di altre formazioni politiche. Risultato: al primo ottobre, scadenza imposta dai vertici della Lega, nessuno aveva ancora pagato. Sono già scattati i solleciti. Ma la Lega che cerca soldi, per ora, si ferma sulle perplessità (e sul portafoglio) dei propri maggiorenti.

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