Se fosse un film, sarebbe un horror. Se fosse un titolo, la grande fuga. Al sempre meno affezionato pubblico Rai non piace proprio la narrazione sovranista, e relativi volti, targati Meloni.
Secondo i dati Auditel elaborati dallo Studio Frasi, nelle prime quattro settimane del palinsesto autunnale (dal 10 settembre al 7 ottobre) la Tv di Stato ha smarrito la bellezza di 248mila spettatori nel giorno medio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso; Canale5 ha sorpassato Rai1 (1,40 milioni di ascoltatori contro 1,36); Italia1 sta stabilmente sopra Rai2.
Colpa, soprattutto, della clamorosa infilata di insuccessi collezionati dai nuovi “capitani” di Viale Mazzini: dal Mercante in fiera di Pino Insegno, inchiodato intorno al 2% di share, ad Agorà guidata da Roberto Inciocchi, che ha perso rispetto allo scorso anno il 21% di audience (pari a 89mila spettatori). A cui ieri se n’è aggiunto un altro. Il più inatteso e forse doloroso.
Anche il programma che il martedì sera avrebbe dovuto fa…
Se fosse un film, sarebbe un horror. Se fosse un titolo, la grande fuga. Al sempre meno affezionato pubblico Rai non piace proprio la narrazione sovranista, e relativi volti, targati Meloni.
Secondo i dati Auditel elaborati dallo Studio Frasi, nelle prime quattro settimane del palinsesto autunnale (dal 10 settembre al 7 ottobre) la Tv di Stato ha smarrito la bellezza di 248mila spettatori nel giorno medio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso; Canale5 ha sorpassato Rai1 (1,40 milioni di ascoltatori contro 1,36); Italia1 sta stabilmente sopra Rai2.
Colpa, soprattutto, della clamorosa infilata di insuccessi collezionati dai nuovi “capitani” di Viale Mazzini: dal Mercante in fiera di Pino Insegno, inchiodato intorno al 2% di share, ad Agorà guidata da Roberto Inciocchi, che ha perso rispetto allo scorso anno il 21% di audience (pari a 89mila spettatori). A cui ieri se n’è aggiunto un altro. Il più inatteso e forse doloroso.
Anche il programma che il martedì sera avrebbe dovuto far dimenticare Bianca Berlinguer, migrata a Mediaset prima dell’estate, ha fatto flop. Avanti popolo, il people-show condotto da Nunzia De Girolamo sulle orme di Gianfranco Funari, ha difatti esordito con un deludente 3,6% di share. Surclassato dalla concorrenza al punto che la terza rete è risultata la meno vista in assoluto fra i sette canali generalisti, a pari merito con Tv8 e il suo Pechino Express.
Neanche la trovata di invitare il consorte politicamente avverso, ovvero il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia, è stata in grado di dare una scossa. Lo sketch stile Sandra e Raimondo che ha trasformato lo studio televisivo nel tinello dei due ex ministri — lei di centrodestra, lui di centrosinistra — ha funzionato poco. De Girolamo in bretelle, camicia e pantaloni è stata quasi doppiata da “È sempre Cartabianca” su Rete4 (al 6,5), più che doppiata dalle “Belve” di Francesca Fagnani su Rai2 (7,7) e da Giovanni Floris su La7 (all’8,1), addirittura triplicata dalle Iene ”domate” da Veronica Gentili su Italia1 (9,3).
Solo 574mila spettatori sono rimasti sintonizzati sulla trasmissione pensata per imprimere l’impronta meloniana sul servizio pubblico, tanto da non badare a spese: 200mila euro a puntata il costo del talk, contro i 40mila spesi da Berlinguer nella passata stagione. E nemmeno a dire che è colpa del terzo canale se non tira: a seguire “Linea Notte” ha infatti guadagnato quasi un punto (4,4% di share).
Una performance che ha stupito pure Francesco Siliato, media analyst dello Studio Frasi, uno che se ne intende: “Per decenni il pubblico ha assegnato alla Rai la preferenza nel racconto ragionato, settimanale, della politica”, spiega l’esperto. “Ormai da un po’ di tempo è passata in seconda posizione, ma martedì sera è stata l’ultima ruota del carro. Nonostante la guerra in Israele e altri eventi di enorme rilievo, il talk della terza rete non ha neppure saputo raccogliere più attenzione di Pechino Express. Si tratta di una grave perdita di centralità, al punto da risultare controproducente anche per chi ha giocato con le nomine immaginando di trarne un vantaggio. Pesano le scelte sui programmi e sui volti: se imponi amici e parenti, anziché talenti, chi guarda la tv se ne accorge e ti punisce”.
Una lettura tuttavia contestata ai piani alti Rai: “Ci vuol tempo per abituarsi ai cambiamenti». Con l’ad Roberto Sergio che ieri si è detto addirittura “indignato per la violenza mediatica, quotidiana e preventiva nei confronti”, in particolare, di Pino Insegno e del suo programma “che non verrà chiuso”. È “un professionista serio”, ha protestato il capo azienda, annunciando pure l’arrivo di Massimo Giletti. E specificando che “Fedez non è stato epurato dalla Rai”. Le ‘madrine’, per lui, sono più importanti dei risultati. Tanto c’è il canone, pagano i contribuenti.