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Caso Apostolico, il sottosegretario Mantovano: “Spetta al governo fare le leggi, il giudice non può disapplicarle, ma rivolgersi alla Consulta”

(ansa)
Duro intervento a Palermo, al meeting della Corte dei conti, davanti al presidente Mattarella. Senza citare mai la giudice Apostolico, il sottosegretario cita il giudice Livatino per dire che “la strada obbligata la questione di illegittimità”
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Tocca ad Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza della premier Giorgia Meloni, fare il “Guardasigilli” contro i giudici che, a suo dire, non applicano le leggi. Dovrebbero semplicemente ricorrere alla Consulta se si vedono anomalie, perché spetta all’Esecutivo scrivere quelle che servono per affrontare le emergenze. Ma sentiamo le parole dello stesso Mantovano, magistrato come Nordio “in prestito” alla politica. Come quando era deputato di Alleanza nazionale, nonché sottosegretario al ministero dell’Interno, anche con delega ai pentiti.

Mantovano parla a Palermo al mega convegno della Corte dei conti sulla giustizia che vede in prima fila ad ascoltare il capo dello Stato Sergio Mattarella, il cui volto viene inquadrato proprio mentre Mantovano pronuncia il suo affondo contro i giudici che non applicano le leggi.

Parte da una permessa il sottosegretario, che “i conflitti non fanno bene a nessuno, né a ben amministrare, né a rendere giustizia”. Ma certo un conflitto c’è, s…

Tocca ad Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza della premier Giorgia Meloni, fare il “Guardasigilli” contro i giudici che, a suo dire, non applicano le leggi. Dovrebbero semplicemente ricorrere alla Consulta se si vedono anomalie, perché spetta all’Esecutivo scrivere quelle che servono per affrontare le emergenze. Ma sentiamo le parole dello stesso Mantovano, magistrato come Nordio “in prestito” alla politica. Come quando era deputato di Alleanza nazionale, nonché sottosegretario al ministero dell’Interno, anche con delega ai pentiti.

Mantovano parla a Palermo al mega convegno della Corte dei conti sulla giustizia che vede in prima fila ad ascoltare il capo dello Stato Sergio Mattarella, il cui volto viene inquadrato proprio mentre Mantovano pronuncia il suo affondo contro i giudici che non applicano le leggi.

Parte da una permessa il sottosegretario, che “i conflitti non fanno bene a nessuno, né a ben amministrare, né a rendere giustizia”. Ma certo un conflitto c’è, sui migranti e sul decreto Cutro, tra governo e giudici, come dimostra il caso Apostolico, ma non solo, perché altri giudici, che da anni si occupano di immigrazione, come Luca Minniti a Firenze, emettono sentenze che non sono in sintonia con il decreto del governo.

E qui la posizione di Mantovano è netta: “È superfluo ricordare che la Costituzione pone le scelte del legislatore in una posizione di preminenza rispetto all’intervento giuridiziario, con un solo fondamentale limite, la conformità alla stessa Carta la cui verifica compete alla Consulta”. Non solo: “Compete alle Corti esprimersi in nome del popolo italiano, non invece del popolo italiano. Il parametro per il giudice non è la condivisione o la non condivisione dei contenuti della norma che è chiamato ad applicare, a meno che non dubiti motivatamente della sua coerenza con la Costituzione, e in tal caso però la strada obbligata è non già la disapplicazione, bensì la questione di illegittimità”.

Sono questi i due passaggi chiave del suo intervento, che non viene pronunciato a braccio, ma letto da un testo scritto. Quindi intervento meditato, in cui non c’è una sola parola di troppo (ovviamente dal suo punto di vista). Nessuna citazione di casi specifici, né accenni alla giudice di Catania Iolanda Apostolico. E con un riferimento che è ricorrente per Mantovano, quello del giudice Rosario Livatino, che fu trucidato dalla mafia, e di cui lo stesso Mantovano è un cultore. E proprio del giudice ucciso Mantovano cita il seguente pensiero: "Il magistrato altro non è che un dipendente dello Stato a cui è affidato lo specialissimo compito di applicare le leggi che quella società si dà attraverso le proprie istituzioni. In un momento di squisita delicatezza del proprio operare, il momento del contenzioso. Perciò stesso il magistrato è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare”.

E Mantovano chiosa così queste parole: “Livatino non era, come me, un sostenitore del giudice come “bocca della legge”, era piuttosto dell’idea che al giudice non spetti un ruolo di avanguardia ideologica, a supplenza di una legge valutata come inadeguata”. E prosegue: “La preminenza del ruolo del Parlamento e la soggezione del giudice alla legge, ai sensi dell’articolo 101 della Costituzione, lungi dal descrivere la prevaricazione di un potere su un altro sono il segno distintivo della democraticità del nostro sistema e un portato diretto del principio della sovranità popolare”. Per dirla semplicemente, il governo e il Parlamento fanno le leggi, il giudice le legge e le applica, se trova delle discrasie ha una sola via, ricorrere alla Corte costituzionale.

Tant’è che Mantovano prosegue così il suo ragionamento: “Non compete alle Corti né l’invenzione del diritto, né la teorizzazione della maggiore idoneità della procedura giudiziaria a comporre quei conflitti che richiedono l’esercizio della discrezionalità politica, né la sostituzione a organi nazionali o sovranazionali nel qualificare le relazioni tra gli Stati. E ciò per doveroso rispetto sia dei parametri costituzionali, sia per il mandato ricevuto da chi, con scadenze periodiche, esercita il diritto di voto”.

Cosa spetta dunque alle Corti? “Il parametro per il giudice non è la condivisione o la non condivisione dei contenuti della norma che è chiamato ad applicare, a meno che non dubiti motivamente della sua coerenza con la Costituzione, e in tal caso però la strada obbligata è non già la disapplicazione, bensì la questione di illegittimità”. E ancora: “E se nel nostro ordinamento il controllo di costituzionalità non è rimesso a un’iniziativa diretta e diffusa da parte del giudice, parimenti non può esistere una verifica diffusa della conformità delle leggi alla normativa europea. Il potere-dovere di disapplicazione di una norma nazionale contrastante con il diritto europeo deve intendersi limitato ai soli casi di contrasto diretto e immediato tra i due precetti tale da rivelarne l’incompatibilità. Non può invece trasmodare in una revisione da parte dei giudici nazionali dell’applicazione della normativa interna sulla base di incerte e opinabili interpretazioni della relazione tra le due fonti”. E dunque l’eventuale contrasto tra una legge italiana e il diritto europeo non può fondarsi su “basi incerte e opinabili”, come evidentemente sarebbero state quelle dei giudici - Apostolico e Minniti - che hanno bocciato il decreto Cutro proprio perché in contrasto con le norme europee.

Dunque, secondo Mantovano, cosa spetta alla politica e cosa al giudice? La sua risposta è netta, anche se è tuttora un magistrato, il diritto della politica a fare le leggi, e quello dei magistrati ad applicarle, a meno che vi vedano una palese anomalia costituzionale. “È la politica, nel senso più alto del termine, ad avere la funzione di confrontarsi con il reale, non già per recepire e regolare tutto quello che si presenta, ma per coglierne l’essenza, per affiancarla ai valori di riferimento e per trarne le scelte necessarie assumendone la relativa responsabilità, pur essa di natura politica”. E infine: “A fronte di chi teorizza la necessità per il giudice di far riferimento ai criteri di giustezza tratti dalla dinamica sociale mi permetto di domandare chi elabora questi criteri, chi conferisce significato alla dinamica sociale, e in virtù di quale mandato?”. Insomma, i giudici non sono eletti, non godono di un mandato popolare, quindi devono applicare la legge. Se pensano che sia sbagliata, e se ne ricorrono i presupposti, si rivolgano alla Consulta.

Ironizzando sulle frequenti citazioni latine del Guardasigilli Carlo Nordio, che siede di fronte a lui in prima fila, Mantovano cita a sua volta la frase “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit”, ”dove la legge volle, parlò; dove non volle, tacque”, per rimarcare che il governo, su mandato popolare, fa le leggi, e ai giudici spetta applicarle. Dopo Mantovano toccherà a Nordio ribadire: “È essenziale che il cittadino si senta protetto da una giurisdizione rapida ed effettiva e da una certezza del diritto dove non sono possibili interpretazioni arbitrarie o creative”. Dunque anche da lui l’ennesima bocciatura per le toghe.

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