Hanno tutti ragione | Israele e Palestina, quando la pace fu a un passo. Poi vinse la maledizione del "tutto o niente"
di Stefano CappelliniClinton con Barak e Arafat a Camp David nel 2000
Questo è il numero di venerdì 13 ottobre 2023 della newsletter 'Hanno tutti ragione', firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
L’11 luglio dell’anno 2000 il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il primo ministro israeliano Ehud Barak e il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina Yasser Arafat passeggiavano amabilmente nei giardini di Camp David, residenza presidenziale nel Maryland. Si trovavano lì – luogo simbolico, lo stesso dove nel 1978 era stato negoziato il trattato di pace israelo-egiziano – per chiudere la trattativa, mediata dagli Usa, che avrebbe dovuto portare alla soluzione nota come “due popoli, due Stati”. Lo schema, evoluzione degli accordi più generici presi a Oslo qualche anno prima, prevedeva che Israele si sarebbe ritirato dai Territori palestinesi occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, nel caso specifico da buona parte della Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, e che su quelle terre nascesse uno Sta…
Questo è il numero di venerdì 13 ottobre 2023 della newsletter 'Hanno tutti ragione', firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
L’11 luglio dell’anno 2000 il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, il primo ministro israeliano Ehud Barak e il leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina Yasser Arafat passeggiavano amabilmente nei giardini di Camp David, residenza presidenziale nel Maryland. Si trovavano lì – luogo simbolico, lo stesso dove nel 1978 era stato negoziato il trattato di pace israelo-egiziano – per chiudere la trattativa, mediata dagli Usa, che avrebbe dovuto portare alla soluzione nota come “due popoli, due Stati”. Lo schema, evoluzione degli accordi più generici presi a Oslo qualche anno prima, prevedeva che Israele si sarebbe ritirato dai Territori palestinesi occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, nel caso specifico da buona parte della Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, e che su quelle terre nascesse uno Stato Palestinese in pace con il vicino, che rinunciasse cioè a qualsiasi ulteriore rivendicazione sui confini, oltre che al proposito di distruzione dello Stato di Israele, già ufficialmente abbandonato dall’Olp (ma non dalle fazioni più estremiste) due anni prima, nel 1998.
Quando il trio arrivò sulla soglia dell'Aspen Lodge, lo chalet dove era previsto l’incontro ufficiale, successe qualcosa che il mondo prese per un buon segno: Clinton entrò per primo, mentre tra Barak e Arafat cominciò un simpatico e apparentemente scherzoso litigio su chi dovesse cedere il passo all’altro. L’israeliano e il palestinese presero a sbracciare per spingere dentro l’altro, finché Barak riuscì nell’intento e con l’aiuto di una bella manata fece in modo che Arafat varcasse la soglia prima di lui. Clinton assistette alla scena ridendo. I fotografi assiepati poco lontano ridevano pure loro. Ma quella scena non era un buon segno. Al contrario, anticipò quanto sarebbe accaduto poi, nei molti giorni di trattativa che impegnarono le due delegazioni e l’amministrazione Clinton.
Il mondo guardava speranzoso. Non si era mai andati tanto vicini a risolvere il conflitto forse più ingarbugliato della storia umana. Ma persino in quel momento, con i due belligeranti di fronte a discutere (le due delegazioni rimasero a Camp David, leader compresi, per due settimane), la pace non era così vicina come sembrava all’opinione pubblica internazionale. Sia Barak che Arafat erano arrivati a Camp David non fidandosi l’uno dell’altro. Il leader dell’Olp diffidava anche di Clinton, né lo stesso Barak aveva fiducia incondizionata nelle mosse degli Usa. Clinton fu un mediatore entusiasta e appassionato, non sempre terzo. In un paio di casi cedette preventivamente alle pressioni israeliane, soprattutto alla richiesta di Barak – che si rivelò poi nefasta – di cominciare il negoziato di Camp David senza un testo base condiviso, dal quale cominciare a discutere poi le questioni più spinose e del tutto irrisolte: la divisione di Gerusalemme, la sovranità sull’area sacra della città, il diritto al ritorno, e in quale misura, per i palestinesi della diaspora. Gli sherpa delle rispettive parti buttarono giù una schema di intesa avanzato e con concessioni importanti per entrambe: gli israeliani si sarebbero ritirati da quasi il 90 per cento della Cisgiordania e dall’intera Striscia, ai palestinesi sarebbe stata concessa la sovranità su molti quartieri di Gerusalemme est, affinché potesse diventare la capitale del nuovo Stato, oltre che la disponibilità di un corridoio interno per collegare le due entità territoriali che per forza di cose erano separate dal territorio israeliano. In cambio i palestinesi acconsentivano che rimanessero israeliani i nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania e riconoscevano la sovranità di Israele sul Muro del Pianto.
Il compromesso avrebbe potuto sciogliere i nodi più ingarbugliati della questione israelo-palestinese, forse l’unica al mondo nella quale sia così difficile tagliare con nettezza torti e ragioni. I palestinesi hanno diritto a una terra? Certo, ma furono loro a dire no alla soluzione Onu che già nel 1947 puntava alla creazione di “due popoli, due Stati”. Israele ha occupato territori? Sì, ma furono i Paesi arabi a muovere la guerra d’aggressione che si concluse con il trionfo di Tsahal, l’esercito israeliano, e la conquista di quei lembi. Hamas è l’ultima speranza rimasta ai palestinesi? No, Hamas è il movimento terrorista che mandava i kamikaze a farsi esplodere mentre erano ancora in vita gli ultimi tentativi di accordo di pace: è rimasto in piedi perché ha fatto in modo che restassero solo rovine intorno a sé. Anche per questo la sinistra israeliana si è estinta, perché cercava ancora la via di un’intesa mentre dall’altro fronte si rispondeva con le bombe umane.
Ma anche, rovesciando le questioni: Israele è minacciata di distruzione? Certo, ma non si è solo autodifesa, ha gestito in modo coloniale i nuovi possedimenti. Ha talvolta abusato della sua superiorità militare. I massacri nei campi profughi di Sabra e Chatila, in Libano, compiuti dai miliziani maroniti sotto lo sguardo delle truppe di Ariel Sharon, restano una pagina nerissima. A Camp David pareva che quel grumo di rancori e rivendicazioni potesse trovare il modo di sciogliersi almeno in parte. Per realismo, per forza. Pareva.
In un primo momento Barak sconfessò il pre-accordo raggiunto dai suoi rappresentanti, ma sotto la pressione di Clinton, pochi giorni dopo, chiese al presidente americano di formalizzare ad Arafat una proposta di pace molto simile, con qualche concessione in più su Gerusalemme est. Il senso della proposta di Barak era un ultimatum: prendere o lasciare, ora o mai più, tutto o niente. Ma anche Arafat pensava lo stesso: tutto o niente. Restava peraltro un punto più delicato degli altri: nella proposta israeliana era previsto che il Monte del Tempio/Haram al- Sharif, sacro per entrambe le religioni, fosse affidato a una custodia congiunta ma restasse, di fatto, sotto la sovranità di Tel Aviv. Barak sapeva che Arafat non avrebbe mai lasciato nelle mani di Tel Aviv un sito sacro per tutti gli islamici e cercava un pretesto per far naufragare la trattativa? Oppure non poteva spingersi oltre, avendo già concesso molto alle richieste palestinesi?
Arafat cercò di prendere tempo. Disse a Clinton che era disposto a prendere in considerazione la trattativa ma chiese di individuare data e sede di un nuovo vertice. Voleva riflettere bene? O cercava solo di intascare la concessione per alzare la posta all’occasione successiva? Clinton rispose ad Arafat che serviva una risposta immediata. Arrivò, e fu un no. Il capo dell’Olp disse a Clinton: “Preferisco morire che accettare la sovranità israeliana sull’Haram”. Il presidente americano rispose con una frase che era al tempo stesso un concetto giusto e una grande menzogna: “Stiamo parlando di nazioni, non di religione”.
Arafat pensò che Camp David fosse stata una grande trappola organizzata in combutta da americani e israeliani. Barak incolpò Arafat del fallimento e telefonò subito in patria per avvertire i vertici istituzionali e militari di Israele: “Preparatevi alla guerra”. Su questo, aveva indiscutibilmente ragione.