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Sul voto in Polonia l’ombra dell’ultradestra: “Il modello è Meloni”

(afp)
Domani si aprono le urne. L’ago della bilancia è il partito Konfederacja, antisemita e filorusso
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VARSAVIA - Quando ha contribuito a fondare quattro anni fa il partito che potrebbe decidere i destini della Polonia, Slawomir Mentzen ha esordito cosi. “Sogno un paese senza ebrei, omosessuali, aborto, tasse ed Eu”. Nel frattempo Konfederacja, un accozzaglia di libertari, monarchici, nazionalisti e filorussi, è diventato il più plausibile alleato di Pis (Diritto e Giustizia), il partito che governa la Polonia da otto anni. Questa sorta di Tea party nero oscilla intorno al 10% nei sondaggi e secondo la sua vice, Anna Brylka, guarda molto a un modello. “Ammiro tanto Giorgia Meloni”, racconta a Repubblica, alla vigilia dell’ultimo miglio di campagna elettorale.

Brylka è convinta che il loro ultranazionalismo e radicale antieuropeismo — “vogliamo che la legge polacca sia superiore alla legge europea” — abbiano imposto la svolta a Varsavia dell’ultimo mese che ha lasciato a bocca aperta l’intera Europa. “Il governo Morawiecki ha già cambiato idea sull’Ucraina — e grazie a noi. I polacchi s…

VARSAVIA - Quando ha contribuito a fondare quattro anni fa il partito che potrebbe decidere i destini della Polonia, Slawomir Mentzen ha esordito cosi. “Sogno un paese senza ebrei, omosessuali, aborto, tasse ed Eu”. Nel frattempo Konfederacja, un accozzaglia di libertari, monarchici, nazionalisti e filorussi, è diventato il più plausibile alleato di Pis (Diritto e Giustizia), il partito che governa la Polonia da otto anni. Questa sorta di Tea party nero oscilla intorno al 10% nei sondaggi e secondo la sua vice, Anna Brylka, guarda molto a un modello. “Ammiro tanto Giorgia Meloni”, racconta a Repubblica, alla vigilia dell’ultimo miglio di campagna elettorale.

Brylka è convinta che il loro ultranazionalismo e radicale antieuropeismo — “vogliamo che la legge polacca sia superiore alla legge europea” — abbiano imposto la svolta a Varsavia dell’ultimo mese che ha lasciato a bocca aperta l’intera Europa. “Il governo Morawiecki ha già cambiato idea sull’Ucraina — e grazie a noi. I polacchi sono stanchi di aiutare Kiev”. Gli scontri sul grano e sull’invio di armi, il nervosismo di Morawiecki, finora il più adamantino sostenitore dell’Ucraina, sono già frutto delle pressioni di Konfederacja. E se andranno al governo, per Brylka è chiaro che “non si torna indietro sul bando dell’aborto”, che “gli assegni ai rifugiati ucraini saranno tagliati: non possono guadagnare più dei polacchi” e che “usciremo dal Green deal europeo e chiederemo indietro la sovranità ceduta a Bruxelles”. Quando chiediamo alla vice di Konfederacja se mostrerà solidarietà verso la sua dichiarata alleata ideale, Giorgia Meloni, accogliendo i profughi dal Mediterraneo, taglia corto: “Ma no. Quelli non sono profughi, sono migranti”.

Domani il voto in Polonia deciderà i destini dell’Europa. Favorito nei sondaggi — al 33% circa — è Pis, il partito di governo che in otto anni ha precipitato il paese in un limbo che secondo i politologi più autorevoli, da Steven Levitzky e Daniel Ziblatt a Yasha Mounk e Jan-Werner Müller, è diventato il simulacro di una democrazia. Un vulnus nel cuore dell’Europa. La corte costituzionale e molti tribunali sono sotto il tacco del partito, i giudici scomodi epurati e perseguitati. Lo scontro perenne con le istituzioni europee è sfociato nel blocco di 35 miliardi del Recovery Fund. Ma Diritto e giustizia controlla in modo ferreo anche l’informazione pubblica e in parte quella privata, ad esempio attraverso le aziende pubbliche come Orlen. Tanto che Varsavia è precipitata al 57° posto nel ranking globale della libertà di stampa.

Una situazione talmente emergenziale che l’opposizione, capitanata dall’ex premier e leader di Piattaforma civica Donald Tusk, promette anzitutto di trasformare la Polonia di nuovo in un Paese “normale”. Di restituirgli lo stato di diritto, l’autonomia del sistema giudiziario, il diritto all’aborto. Il suo partito tallona da vicino Pis, è intorno al 30% nei sondaggi, e avrà bisogno anch’esso di alleati. Tusk conta sull’appoggio della Sinistra e della Terza via, entrambi dati attorno al 10%.

La notizia buona è che il Pis non può contare più sul consenso plebiscitario delle elezioni del 2019, quando incassò il 43% dei voti. “A logorarlo siamo state noi donne, le leggi antiaborto gli hanno alienato molte donne conservatrici”, ci spiega Marta Lempart, la leader dello “Sciopero delle donne” che ha portato in piazza milioni di polacchi contro il bando dell’aborto. La incontriamo alla sede del movimento, a pochi metri dal Parlamento, dove l’hanno accompagnata due strani figuri. “Discreti vero? Li manda lo Stato. Sa, non vogliono che mi accada nulla”, ridacchia: “Non sia mai io diventi una martire dell’opposizione». Il potere, però, usa altri mezzi per cercare di zittirla. Lunedì mattina ha un’udienza per un processo, uno dei 116 che pendono su di lei. Stavolta è per “offesa all’uniforme”. Lempart ha denunciato che alla frontiera con la Bielorussia le guardie sparavano, e che molti migranti sono morti. “E quindi — si stringe nelle spalle — ho offeso l’uniforme”.

Quanto la paranoia sia diventata la cifra della Polonia di Pis lo dimostra anche un altro episodio. La mattina del 10 ottobre, Hanna Machinska stava camminando lungo Krakowskie Przedmie?cie per raggiungere l’università. All’improvviso due poliziotti l’hanno fermata e le hanno chiesto chi fosse e dove andasse. Una farsa. Chiunque in Polonia conosce il suo volto gentile, la sua vita dedicata alla difesa dei diritti umani, la sua reputazione di fine giurista. Machinska è stata irremovibile: questa è una strada pubblica, non avete il diritto di chiedermi nulla.

La sua colpa, in realtà, era quella di trovarsi troppo vicina alla pomposa celebrazione per ricordare Smolensk, il tragico incidente aereo che costò la vita a uno dei fondatori di Pis, l’ex presidente Lech Kaczynski. Un evento che il fratello Jaroslaw, tuttora padre padrone della Polonia, tuttora sovrano occulto del partito, organizza ogni volta con misure di sicurezza da G7, paralizzando interi quartieri. I due poliziotti hanno insistito per scortare l’ex vice ombudsman polacca fino all’università, davanti ai suoi studenti sbigottiti.

Quando incontriamo Machinska per un caffè del rettorato, ci racconta di essere angosciata che il risultato di domani possa confermare Pis. “Temo che lo scontro con la Ue possa precipitare. Alla Corte per i diritti umani pendono 300 cause che riguardano soltanto lo stato di diritto”. L’ex vice garante dei diritti civili costretta a lasciare nel 2022 provocando un’ondata di indignazione in tutto il Paese, è stremata. Scuote lentamente la testa. “Non ho mai visto in tutta la mia vita una polarizzazione così grave della Polonia, un discredito così sistematico gettato sull’opposizione. Neanche nel 1989 i comunisti arrivarono a tanto, contro Solidarnosc”.

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