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Marek Halter: “La Francia sbaglia a vietare i cortei pro-Palestina, così getta benzina sul fuoco”

Intervista allo scrittore e filosofo che da bambino riuscì a scappare con la famiglia dal ghetto di Varsavia: “Non confondere chi vive a Gaza con Hamas: ai palestinesi bisogna poter dare sostegno, purché non si faccia propaganda antisemita”
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PARIGI – “Non dobbiamo confondere il popolo palestinese con Hamas” avverte il filosofo Marek Halter, 87 anni, che da bambino riuscì a scappare con la famiglia dal ghetto di Varsavia. Protagonista di battaglie per i diritti civili e di altrettante iniziative per promuovere la pace nel mondo, Halter è critico col governo francese che ha scelto di vietare tutte le manifestazioni pro-Palestina. “Chi vuole testimoniare sostegno a coloro che vivono una situazione umanitaria terribile a Gaza deve poterlo fare. Nel rispetto delle regole”.

Il governo di Parigi ha scelto una linea di fermezza assoluta. È anche un segno di debolezza?

“Nonostante il momento sia grave e denso di pericoli, restiamo una democrazia con dei principi ai quali non dobbiamo abdicare. Ci sono gruppi pro-Palestina in Francia che militano nella legalità e non vedo perché non dovrebbero più poter fare cortei. Devono garantire alle autorità che non faranno propaganda antisemita ma, se questo impegno esiste, il diritto a manif…

PARIGI – “Non dobbiamo confondere il popolo palestinese con Hamas” avverte il filosofo Marek Halter, 87 anni, che da bambino riuscì a scappare con la famiglia dal ghetto di Varsavia. Protagonista di battaglie per i diritti civili e di altrettante iniziative per promuovere la pace nel mondo, Halter è critico col governo francese che ha scelto di vietare tutte le manifestazioni pro-Palestina. “Chi vuole testimoniare sostegno a coloro che vivono una situazione umanitaria terribile a Gaza deve poterlo fare. Nel rispetto delle regole”.

Il governo di Parigi ha scelto una linea di fermezza assoluta. È anche un segno di debolezza?

“Nonostante il momento sia grave e denso di pericoli, restiamo una democrazia con dei principi ai quali non dobbiamo abdicare. Ci sono gruppi pro-Palestina in Francia che militano nella legalità e non vedo perché non dovrebbero più poter fare cortei. Devono garantire alle autorità che non faranno propaganda antisemita ma, se questo impegno esiste, il diritto a manifestare si deve applicare”.

Anche lei ricorderà cortei pro-palestinesi autorizzati in passato e poi sfociati in propaganda antisemita.

“Per questo esistono i tribunali. Se durante un corteo ci sono slogan che invitano a uccidere ebrei allora gli organizzatori diventano responsabili e devono renderne conto davanti a giudici. Ci sono leggi francesi chiare e severe per questi reati. Quando i sindacati francesi indicono manifestazioni con milioni di persone sono loro i primi a fermare eventuali facinorosi. Dobbiamo esigere lo stesso dalle associazioni che vogliono manifestare solidarietà ai palestinesi. È una causa sacrosanta, ma nel rispetto della legalità”.

Il divieto francese diventerà insostenibile con l’aggravarsi della situazione a Gaza.

“Siamo in una fase infiammabile. Questo divieto aggiunge benzina sul fuoco. Chi vuole testimoniare il sostegno a Israele, esprimere orrore per l’uccisione di bambini ebrei, può farlo. Naturalmente senza gridare morte agli arabi. Lo stesso vale per l’altra parte. Chi vuole sostenere la creazione di uno Stato palestinese, ne ha il diritto. Io personalmente mi sono sempre battuto per il riconoscimento di uno Stato palestinese e non è oggi che cambierò idea”.

Alcuni gruppi hanno sfidato il bando, manifestando lo stesso.

“È la dimostrazione che la decisione del governo è inefficace. In questi raduni spontanei e non autorizzati, le autorità francesi non hanno un’organizzazione con la quale interfacciarsi per eventuali derive di propaganda antisemita. Sono sempre in favore di un dialogo. Non commettiamo l’errore di confondere il popolo palestinese con Hamas”.

Teme che le tensioni del conflitto israelo-palestinese arrivino in Francia?

“La Palestina è lontana, ma gli ebrei sono la porta accanto. E per gli ebrei francesi, Hamas è lontana ma le banlieue sono vicine. In Francia abbiamo una grande comunità ebraica, insediata sin dall’epoca romana, e una comunità musulmana che rappresenta quasi il dieci per cento della popolazione. I musulmani francesi non condividono le idee di Hamas ma osano sempre di meno dirlo perché sono terrorizzati da piccoli gruppi molto attivi, che fanno proseliti tra i giovani. Il ventenne che venerdì ha ucciso un professore ad Arras è diventato un eroe per qualche migliaio di giovani francesi. Dobbiamo ammettere di aver fallito nell’integrare questi ragazzi ma non è mai troppo tardi per agire”.

Lei ha organizzato tante iniziative di pace, cosa propone?

“Volevo organizzare un raduno di ebrei e musulmani, anche per dire che l’Islam non autorizza il massacro dei bambini, come è scritto nel Corano. Avevamo già una data. Poi la polizia ha chiesto ai miei amici imam moderati di partire dalla Francia, perché sono minacciati. Altri imam rimasti qui ora hanno paura. Anche gli ebrei moderati sono sotto pressione da frange più estremiste. Adesso la risposta di Israele è militare, ma non sarà la soluzione. I palestinesi hanno bisogno di uno Stato. Anche noi, Israele e l’Occidente in generale, li abbiamo abbandonati nelle mani di Hamas. Una ventina di anni fa, quando sono andato trovare uno dei leader di Hamas, Khaled Meshal, per convincerlo a liberare il soldato israeliano Gilad Shalit, mi disse : ‘Convinci i tuoi amici israeliani a parlare con noi sennò passeremo alla jihad islamista’. È quello che è successo, con la complicità dell’Iran. Noi umanisti crediamo nel Progresso, ma come diceva Lenin spesso si fa un passo avanti e poi due indietro”.

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