Meloni e Giorgetti esautorano le Camere. “Nessun emendamento alla manovra”, Salvini finisce all’angolo
di Tommaso CiriacoLa premier Giorgia Meloni e il ministro Matteo Salvini
(agf)ROMA — L’ultima parola tocca a Giorgia Meloni. Domenica pomeriggio, nel chiuso di palazzo Chigi. È la premier a scegliere assieme a Giancarlo Giorgetti cosa tagliare, quanto salvare, a cosa rinunciare nella manovra. A imporre a Matteo Salvini una sconfitta politica su pensioni e Flat Tax. Ma soprattutto, è la presidente del Consiglio ad assumersi la responsabilità di annunciare la decisione più controversa, inedita, destinata a far esplodere equilibri consolidati: sarà una finanziaria senza emendamenti di maggioranza. Le Camere “svuotate” sulla legge più importante. Credendo di risolvere così, in un colpo solo, l’enorme problema di una legge di bilancio senza risorse. Tentando di allontanare un autunno di polemiche, visto che il testo ignora molte delle promesse elettorali. E nega, soprattutto, quanto la stessa presidente del Consiglio andava sostenendo durante il governo Draghi nel gennaio 2022, dopo due anni emergenziali dovuti alla pandemia, quando denunciava «un Parlamento esautor…
ROMA — L’ultima parola tocca a Giorgia Meloni. Domenica pomeriggio, nel chiuso di palazzo Chigi. È la premier a scegliere assieme a Giancarlo Giorgetti cosa tagliare, quanto salvare, a cosa rinunciare nella manovra. A imporre a Matteo Salvini una sconfitta politica su pensioni e Flat Tax. Ma soprattutto, è la presidente del Consiglio ad assumersi la responsabilità di annunciare la decisione più controversa, inedita, destinata a far esplodere equilibri consolidati: sarà una finanziaria senza emendamenti di maggioranza. Le Camere “svuotate” sulla legge più importante. Credendo di risolvere così, in un colpo solo, l’enorme problema di una legge di bilancio senza risorse. Tentando di allontanare un autunno di polemiche, visto che il testo ignora molte delle promesse elettorali. E nega, soprattutto, quanto la stessa presidente del Consiglio andava sostenendo durante il governo Draghi nel gennaio 2022, dopo due anni emergenziali dovuti alla pandemia, quando denunciava «un Parlamento esautorato a suon di decreti».
Un passo indietro. Convincere Salvini a vietare proposte correttive dei leghisti non è stato semplice. Meloni ha marcato l’alleato fin dalla riunione di maggioranza che si è tenuta mercoledì scorso. In quella sede ha elencato le ragioni della scelta: pochissime risorse, un quadro macroeconomico in rapido deterioramento, il rischio di uno shock energetico, lo spettro di un downgrading di Moody’s del rating italiano. E, soprattutto, i venti di guerra in Medio Oriente (oltre alla nuova, pesante allerta terrorismo). «Voi non avete idea di cosa dobbiamo affrontare — ha spiegato la premier ai leader di maggioranza — non possiamo permetterci divisioni. Non c’è spazio per scherzare».
Il leghista, in particolare, ha dovuto cedere molto. In cambio, ha ricevuto pochissimo: la possibilità di annunciare un mini taglio del canone e il privilegio di poter dire che i lavori per il Ponte sullo stretto partiranno a metà del 2024. Quanto alle risorse, il percorso sembra tutto da costruire.
In ogni caso, il leghista ha promesso lealtà. «Siamo soddisfatti — ha detto ai giornalisti — C’è l’approvazione della manovra nei tempi più rapidi possibili. E sarà una finanziaria senza emendamenti di maggioranza». Un cedimento doloroso, figlio dei ragionamenti ultimativi di Meloni e del titolare del Tesoro. Sono loro ad aver bocciato le proposte del vicepremier del Carroccio sulle pensioni. Ad aver negato la possibilità di allentare i vincoli previdenziali. Ad aver chiuso di fatto la stagione di “opzione donna”. E, soprattutto, ad aver tolto dal tavolo la Flat Tax promessa in campagna elettorale. E tutto questo perché Giorgetti ha chiarissimo il rischio di un eventuale allentamento delle maglie: una dolorosa bocciatura del rating italiano, con effetti drammatici sui titoli di Stato.
I tempi della manovra sono l’altro dettaglio chiave. La leader di Fratelli d’Italia chiede a Giorgetti di annunciare pubblicamente la tagliola sulle proposte di modifica della manovra. Il ministro premette che sono un «diritto costituzionalmente garantito», ma poi aggiunge: «Confido che il Parlamento apprezzi il lavoro svolto, evitando di presentare emendamenti». Ma non basta. Meloni fissa anche una scadenza ambiziosa: vorrebbe chiudere la partita entro il 14 dicembre, portando la legge di bilancio già alla festa di Atreju che si aprirà quel giorno a Roma.
L’opposizione non gradirà. E presumibilmente neanche il Quirinale, che ha sempre chiesto di evitare la compressione dell’attività parlamentare. Appelli inascoltati, visto che a fine settembre l’esecutivo di destra aveva già varato quaranta decreti legge in undici mesi: circa 3,6 dl al mese, peggio dei predecessori Draghi e Giuseppe Conte, che pure agivano in pandemia.
Sulla carta, neanche i Presidenti delle Camere dovrebbero essere soddisfatti. A luglio, Lorenzo Fontana consegnava al presidente della stampa parlamentare Adalberto Signore una confidenza: quella di aver chiesto «spesso» al governo di ridurre il ricorso alla decretazione d’urgenza. E pure Ignazio La Russa non era da meno: «Io dico da sempre che i decreti andrebbero limitati al massimo».
In questo caso, però, la manovra — la legge più importante — sarà addirittura inemendabile, se si esclude qualche limitato ritocco che sarà presentato dall’esecutivo. E un mini pacchetto concesso alle opposizioni: al massimo, modifiche per 500 milioni di euro. La polemica è destinata ad esplodere.