Minniti: “Il mondo ora può andare in pezzi. La guerra in Israele è una sfida per l’Europa”
di Carlo BoniniMarco Minniti ne è convinto. “Ci troviamo in una condizione che non ha precedenti. Simile a quella che, nel Novecento, portò ai due conflitti mondiali. Per giunta con una drammatica variante: la disponibilità di arsenali nucleari. E questo, mentre infuriano due guerre. In Ucraina, nel cuore dell’Europa. E in Israele, in quello che dovremmo cominciare a chiamare non più Medio Oriente, ma Vicino Oriente. Perché la lezione del 7 ottobre parla non solo ad Israele, ma alle democrazie dell’Occidente. All’Europa”.
In cosa consiste questa “lezione”?
“Si è trattato di un atto di guerra condotto con modalità tipiche del terrorismo. In cui un orrore senza precedenti, che evoca l’Olocausto, si fa strumento del terrore. Israele ha scoperto la propria vulnerabilità e questa scoperta ha prodotto una rottura sentimentale collettiva. Perché si è dimostrato possibile l’impensabile. E cioè che la fragilità di un sistema politico, quella che Israele ha dimostrato negli ultimi 10 mesi, sia in grado di tra…
Marco Minniti ne è convinto. “Ci troviamo in una condizione che non ha precedenti. Simile a quella che, nel Novecento, portò ai due conflitti mondiali. Per giunta con una drammatica variante: la disponibilità di arsenali nucleari. E questo, mentre infuriano due guerre. In Ucraina, nel cuore dell’Europa. E in Israele, in quello che dovremmo cominciare a chiamare non più Medio Oriente, ma Vicino Oriente. Perché la lezione del 7 ottobre parla non solo ad Israele, ma alle democrazie dell’Occidente. All’Europa”.
In cosa consiste questa “lezione”?
“Si è trattato di un atto di guerra condotto con modalità tipiche del terrorismo. In cui un orrore senza precedenti, che evoca l’Olocausto, si fa strumento del terrore. Israele ha scoperto la propria vulnerabilità e questa scoperta ha prodotto una rottura sentimentale collettiva. Perché si è dimostrato possibile l’impensabile. E cioè che la fragilità di un sistema politico, quella che Israele ha dimostrato negli ultimi 10 mesi, sia in grado di travolgere un intero sistema Paese costruito sulla consapevolezza della propria intangibilità e sicurezza. Da questo punto di vista, il colpo inferto da Hamas è stato terribile. Ed è un colpo che non ha nulla a che vedere con la prospettiva della costruzione dello Stato palestinese. Ma, in ossequio alla dottrina della sua guida politica, l’Iran, ha a che vedere con l’annientamento dello Stato di Israele. E con l’annichilimento contestuale della Anp. Non è un caso che Abu Mazen, dopo giorni di silenzio, abbia pronunciato parole che immagino sofferte: Hamas non rappresenta il popolo palestinese”.
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Perché ritiene che la guerra in Israele possa diventare il detonatore di un ulteriore sconvolgimento degli equilibri geopolitici globali?
“Perché si innesta sulle due grandi crisi del nostro tempo. La crisi dell’idea di autosufficienza delle nazioni e quella degli strumenti del multilateralismo. Per la quale è sufficiente guardare alle assenze che hanno segnato l’ultima assemblea delle Nazioni Unite e alla paralisi imposta al Consiglio di sicurezza dal costante ricorso al diritto di veto durante la crisi del grano prodotta dalla guerra in Ucraina. E per la cui soluzione è stata necessaria la mediazione della Turchia”.
E quindi, come se ne esce?
“Mai come adesso il mondo può andare in pezzi. E del resto il senso di un’urgenza straordinaria è dato dalla visita del presidente Usa Biden in Israele. Dobbiamo imparare a convivere con un mondo non più bipolare, non più unipolare, ma a-polare. Mai come adesso l’Europa è sfidata a fare un salto di qualità. E se è vero che è stata importante la solidarietà manifestata da Von der Leyen a Israele, è altrettanto urgente che l’Europa affermi una visione autonoma nei confronti del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Non possiamo più accontentarci di un’Europa minima. Poco influente sugli sviluppi della crisi nel Vicino Oriente e contemporaneamente la più esposta all’onda d’urto del terrorismo che da lì è partita. Insomma, dobbiamo sapere e convincerci che l’idea d’Europa non sia defunta. Anche perché mai come adesso la sfida di Putin alle democrazie è in grado di beneficiare di ogni forma di destabilizzazione”.
Pensa al voto polacco?
“Penso al voto polacco ma anche a quello spagnolo. E penso al 2024 come un anno decisivo. Perché gli Stati Uniti con il voto per la Casa Bianca dovranno pronunciarsi sulla sirena isolazionista che Trump e il trumpismo rappresentano. E perché il 2024 sarà l’anno delle elezioni europee. Che saranno decisive perché porteranno sulle spalle il peso di un’epoca storica. Perché il loro esito determinerà o meno un’idea di Europa positiva. Che abbia in cima all’agenda la fine del principio di unanimità e dunque l’emancipazione dal potere di veto e la non più rinviabile necessità di avere una politica estera e una difesa comuni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la difesa comune sembrava cosa fatta. Sono passati 18 mesi ed è tutto fermo. Esattamente come è fermo il dossier africano. Con la conseguenza che l’Algeria ha espresso solidarietà ad Hamas, che lo stesso ha fatto la Tunisia e il presidente dell’Unione africana”.
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Torniamo ad Israele e al tema di questi giorni e di queste ore. La risposta militare.
“Siamo nati nel Paese di Machiavelli e dunque abbiamo il diritto di dire che il fine non giustifica i mezzi. Che i mezzi vanno adeguati al fine. E se il fine della deterrenza militare è quello di non ritrovarsi isolati, il diritto di Israele di rispondere militarmente non può e non deve trasformarsi in vendetta sulla popolazione palestinese. Più la crisi è acuta, più è necessaria una capacità di ascolto reciproco. Afghanistan, Iraq e Libia dovrebbero averci insegnato che non hanno futuro iniziative militari intraprese senza immaginare il dopo. Per questo mi auguro che il Consiglio di sicurezza dell’Onu prenda in mano contestualmente il tema degli ostaggi e quello della sopravvivenza e delle condizioni di vita dei 2 milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza. È necessario che i 100 tir di aiuti umanitari fermi al confine egiziano possano raggiungere i profughi. È necessario comprendere la preoccupazione egiziana di fronte al rischio che la penisola del Sinai si trasformi in un gigantesco campo profughi. Sono necessari corridoi umanitari che liberino i palestinesi dal ricatto di Hamas e che spezzino un sistema di consenso fondato sull’odio”.
Un odio che l’Occidente però non è riuscito e non riesce a prosciugare. Pensi alla discussione che accompagna nel nostro Paese il tema dei migranti.
“Proprio per questo insisto su un cambio di paradigma. Perché più la strada si fa complicata, più è necessario liberarsi dalla propaganda e dalle semplificazioni. Qualcuno oggi può forse dire che gli attentati in Francia e a Bruxelles dimostrano che le migrazioni sono destinate a ridare fiato al disegno terroristico di Islamic State? La verità più difficile da raccontarsi è che la ripresa di attentati di matrice jihadista nel nostro continente è figlia di una errata integrazione. Dovremo cominciare a dirci una volta per tutte che al cuore della sicurezza nazionale c’è la buona integrazione”.
Sull’attacco ad Israele il nostro Paese ha dato prova di unità bipartisan. Il che non era scontato.
“Non aver vietato le manifestazioni pro-Palestina è stato giusto. Perché, per usare le parole di Sandro Pertini, una democrazia si difende dai suoi nemici con le armi della democrazia. E una democrazia non conculca il pensiero. Non vieta le piazze a chi manifesta pacificamente. Quali che siano le parole d’ordine. E dunque sì, non è banale che nel sostegno a Israele il Paese non si sia diviso. Lo considero un pre-requisito. Un punto di partenza”.
Un punto di partenza di cosa?
“Della riscoperta di un patrimonio che l’Italia ha costruito nella lotta al terrorismo domestico e internazionale negli anni ’70 e ’80 del Novecento. Un patrimonio di esperienza che ha dimostrato che, senza annullare la dialettica politica, senza scivolare in uno stato di eccezione, grazie allo sforzo di Intelligence, forze di polizia e magistratura è possibile combattere il terrorismo senza rinunciare alla libertà. E che, come ci ha insegnato Aldo Moro, è possibile essere saldamente nello schieramento atlantico dimostrando contestualmente una capacità di dialogo verso un’altra parte di mondo”.