Cappato: “Vincere a Monza non è una missione impossibile. Galliani? Sembra la parodia di Berlusconi e parla solo di calcio”
dal nostro inviato Concetto VecchioMONZA - Marco Cappato, anche lei, come Galliani, è brianzolo.
“Sì, ma di Vedano al Lambro. Sono cresciuto accanto al parco e all’autodromo. Giocavo a basket nei Forti e Liberi, una società storica, alla cui inaugurazione l’anarchico Bresci uccise re Umberto”.
Che famiglia era la sua?
“Mio padre era dirigente della Fiam, un’azienda che costruiva ascensori, mamma insegnante. Il primo ricordo della politica risale al 1978, avevo sette anni: i miei mi lasciano dai nonni per andare a seguire un comizio di Pannella”.
Erano radicali?
“Non iscritti. Mio padre, Alberto Cappato, anzi era stato per un breve periodo il segretario del Partito repubblicano a Monza, mio zio, Antonio, lo fu del Psi. Poi nell’85 mia madre prese la tessera d…
MONZA - Marco Cappato, anche lei, come Galliani, è brianzolo.
“Sì, ma di Vedano al Lambro. Sono cresciuto accanto al parco e all’autodromo. Giocavo a basket nei Forti e Liberi, una società storica, alla cui inaugurazione l’anarchico Bresci uccise re Umberto”.
Che famiglia era la sua?
“Mio padre era dirigente della Fiam, un’azienda che costruiva ascensori, mamma insegnante. Il primo ricordo della politica risale al 1978, avevo sette anni: i miei mi lasciano dai nonni per andare a seguire un comizio di Pannella”.
Erano radicali?
“Non iscritti. Mio padre, Alberto Cappato, anzi era stato per un breve periodo il segretario del Partito repubblicano a Monza, mio zio, Antonio, lo fu del Psi. Poi nell’85 mia madre prese la tessera dei Radicali”.
Lei cosa votava?
“Io ero un tipo piuttosto anarchico, non avevo le idee chiare, poi nel ’92 mio fratello Massimo, soprannominato da Pannella “Dallas”, si candidò come consigliere comunale a Monza”.
E li conobbe Pannella?
“Sì, venne a fare un comizio in piazza Trento e Trieste ed io mi presentai: ‘Sono il fratello di Dallas’. E lui, girato verso Massimo: ‘Ehi, ho conosciuto il radicale della famiglia’”.
Da quanto tempo manca dal Parlamento italiano?
“Ci sono stato soltanto tre giorni, nel 2006. Poi mi sono dimesso per andare a Bruxelles. Sono fuori dalla politica elettiva da quattordici anni. Mi ha fatto bene”.
Perché ha deciso di sfidare Galliani alle suppletive di domenica?
“Questa è la provincia più ricca d’Italia, ma anche la più inquinata e cementificata, con una sanità largamente privatizzata: emergenze che meritano una risposta politica alta. Galliani parla solo del Monza”.
Galliani incarna il carattere del luogo?
“Ma qui nessuno è contrario allo sviluppo economico, però allo stesso tempo occorre rafforzare l’ambiente e la vita, messi in pericolo”.
È possibile prevalere nel collegio che è stato di Berlusconi?
“Loro sono preoccupati, infatti, dopo settimane di immobilismo, hanno mobilitato i ministri da Roma: per Tajani il vero fronte è la Brianza, non il Medio Oriente”.
Resta un fortino di centrodestra.
“Espugnarlo non è impossibile. Un anno fa a Monza ha vinto un sindaco del Pd, Paolo Pilotto”.
Cosa farà una volta al Senato?
“Mi piacerebbe portare in Parlamento anche le battaglie che ho fatto nella società con le associazioni Luca Coscioni e Eumans, fine vita, fecondazione assistita, diritti”.
Cosa è cambiato in quest’anno di destra?
“Tira una brutta aria per i diritti civili e l’attenzione alla questione ambientale è del tutto insufficiente”.
Lei è quello che accompagna i malati terminali a morire in Svizzera.
“Per dj Fabo e per Davide mi hanno processato due volte, e assolto altrettante, ma ora finalmente abbiamo in Italia una legge sul testamento biologico. E’ una riforma imposta dalla società”.
È l’unica strada?
“C’è fuori un’energia che chiede solo di essere incanalata. Sono le urgenze vere che toccano le vite delle persone. Su temi come il suicidio assistito non esistono divisioni ideologiche, sono argomenti che toccano anche gli elettori di destra”.
Cioè?
“Sì, in una società così anziana, come la nostra, il fine vita è nel vissuto di tanti molto più che nell’agenda politica”.
Galliani ha firmato il manifesto degli anti abortisti di Pro Vita.
“Le sembra credibile, intrupparsi in simili battaglie anti moderne?”.
Quanto conterà l’eredità berlusconiana?
“Vedo che Galliani gira col volantino ‘Scendere in campo’, ma è la parodia del Cavaliere del’94”.
Quando ha deciso di candidarsi?
“L’ho fatto senza informare nessuno. Era il 30 luglio. Servivano trecento firme, le ho raccolte e quindi mi sono presentato alla pubblica opinione”.
Li ha messi davanti al fatto compiuto?
“No, ho detto: eccomi, questa è la mia proposta, per il resto mi conoscete, chi vuole dare una mano è benvenuto”.
I sindaci del Pd però hanno scritto una lettera per contestarla.
“Volevano uno dei loro, ma sono cose superate, tanti di loro mi stanno aiutando, l’intero centrosinistra si è schierato con me. Non è che succede spesso”.
Come lo spiega?
“Non bisogna partire dalle somme delle sigle e poi trovare il candidato, ma dall’obiettivo. Prenda il salario minimo, ha unito fronti divisi tra loro”.
Cosa le dice la gente?
“Molti, anche di destra, promettono che voteranno per me, perché mi vedono come un portatore di battaglia. Poi trovi tanta gente che ti dice che non andrà a votare, perché tanto non cambia niente, siete tutti uguali”.
Come recuperarli?
“La crisi della politica la risolvi solo da fuori, occupandoti di cose tremendamente rilevanti, le urgenze, altrimenti si fa la fine del barone di Muenchausen che pensava di salvarsi dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli”.
L’affluenza cala.
“Non esistono risposte facili alle soluzioni complesse. I più l’hanno capito dopo la sbornia populista. Mi sembra già un passo avanti. La regola è stare più sul territorio e meno in tv”.
La tv logora?
“Droga le leadership, che ormai durano quanto una serie Netflix”.
Lei come si definisce? Un civico?
“Un civico che però non va contro i partiti”.
Perché insiste tanto sulla sanità?
“La Lombardia vive una contraddizione. Grandi eccellenze, ma altrettante fragilità, la medicina territoriale totalmente sguarnita. Sono i privati a governare, lasciando al pubblico solo il residuo di ciò che non ritengono profittevole”.
La sanità pubblica è stata messa ai margini?
“Mio padre ha 88 anni, non ha una vera patologia, ma gli occorre assistenza continua: l’attenzione al paziente però non genera più profitto”.
Quanto ha raccolto con l’autofinanziamento?
“Sono 130mila euro, da 1750 donatori individuali, come deve essere quando si vuole garantire l’autonomia della politica dagli interessi economici”.
Basterà?
“Sì, possiamo farcela”.