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Meloni su Giambruno: “Non voglio più parlarne, ora penso solo a lavorare”

Meloni in trasferta al Cairo inseguita dalle sue vicende personali dopo il post sui social con cui ha lasciato il compagno: “Non c’è nessun aspetto politico in questa vicenda”
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Il CAIRO — Non c’è rifugio più solitario di una città senza nome e senz’anima. Un guscio vuoto e disabitato pieno soltanto di gru e scheletri di grattacieli chiamato New Capital, settanta chilometri dal Cairo. È la cattedrale nel deserto da 47 miliardi di dollari — non si fa per dire, intorno c’è soltanto sabbia — voluta da Al Sisi per accogliere sei milioni di egiziani, un giorno.

Per adesso è scenografia distopica della nuova vita di Giorgia Meloni. «Come mi sento? Bene, molto bene. Faccio il mio lavoro, come sempre». Viaggiare, lavorare, passare oltre. Nel giorno più difficile, dopo la separazione pubblica da Andrea Giambruno. Il primo viaggio lontana da casa, in una metropoli piena soltanto di case vuote.

Un passo indietro. L’appuntamento è a Ciampino, ore 6.30 del mattino. Decollo all’alba. La presidente del Consiglio sbarca tra gli ultimi, le telecamere della conferenza di pace del Cairo la inquadrano poco e tardi. Al suo fianco, come e più di sempre, l’amica e assistente P…

Il CAIRO — Non c’è rifugio più solitario di una città senza nome e senz’anima. Un guscio vuoto e disabitato pieno soltanto di gru e scheletri di grattacieli chiamato New Capital, settanta chilometri dal Cairo. È la cattedrale nel deserto da 47 miliardi di dollari — non si fa per dire, intorno c’è soltanto sabbia — voluta da Al Sisi per accogliere sei milioni di egiziani, un giorno.

Per adesso è scenografia distopica della nuova vita di Giorgia Meloni. «Come mi sento? Bene, molto bene. Faccio il mio lavoro, come sempre». Viaggiare, lavorare, passare oltre. Nel giorno più difficile, dopo la separazione pubblica da Andrea Giambruno. Il primo viaggio lontana da casa, in una metropoli piena soltanto di case vuote.

Un passo indietro. L’appuntamento è a Ciampino, ore 6.30 del mattino. Decollo all’alba. La presidente del Consiglio sbarca tra gli ultimi, le telecamere della conferenza di pace del Cairo la inquadrano poco e tardi. Al suo fianco, come e più di sempre, l’amica e assistente Patrizia Scurti. Poco più indietro, il capo ufficio stampa Fabrizio Alfano. Meloni ha indubitabilmente il volto scavato. Vestita di celeste leggero. Sa che alla fine qualcuno le chiederà del problema, quello personale. Perché ne parlano tutti, ne scrivono anche i media internazionali. Perché nel post scriptum è lei stessa ad avere sollevato un nodo politico, condannando «tutti quelli che hanno sperato di indebolirmi colpendomi in casa».

Prima però c’è il summit. Meloni gestisce l’intervento scandendo le parole. È stanca, ma tiene il ritmo. Strofina il collo con il palmo, resta un segno rosso. Condanna Hamas, senza girarci intorno. Chiede moderazione a Israele nella reazione. Reclama due popoli e due stati. Questioni enormi. Verso le 13 viene comunicato alla stampa che parlerà. Giornalisti in allerta. Telecamere. La presidenza egiziana le consegna la sala migliore, aggiusta i microfoni, muove scenari di cartapesta. No, dicono gli italiani, non qui, sarà una cosa breve. In corridoio. Come in corridoio? Impossibile, in effetti. Allora all’aria aperta. Con il cartellone di New Capital come sfondo.

Poco dopo le 15 si presenta ai cronisti. «Buongiorno, signori». «Cosa ha detto ad Abu Mazen?». Poi una seconda e una terza domanda, una quarta, una quinta. «Fate spazio, lasciate aria», è l’invito di Scurti. Attorno i giornalisti delle testate internazionali si aggiungono a quelli italiani, incuriositi. Meloni continua a rispondere sulla crisi mediorientale. La domanda sta per arrivare. «Grazie, grazie», si sente dallo staff.

Un cronista la ferma. Con garbo. «Presidente, non è da noi infilarci nella sua privacy…». «Bravo», sorriso amaro, ma cordiale. Il senso è comunque: non fatelo. Il giornalista continua: «Ma come sta?». «Sto bene, molto bene, faccio il mio lavoro». Non è finita. Un altro giornalista domanda: «Sulla parte politica a cui faceva riferimento ieri nel post, la parte finale in cui…». Sempre quel post scriptum. «No, guardi, non c’è una parte politica — risponde Meloni senza nascondere fastidio — non so cosa a lei non sia chiaro del “non voglio parlare di questo”. Quindi non c’è una parte politica». E va via, scortata dalla sicurezza egiziana e dallo staff.

Rientra in sala. Attorno, il nulla. Soltanto un gigantesco esperimento sociale del generale al Sisi, palazzoni da assegnare, deserti da riempire.

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